28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa: memento audire, memento sentire

La vera apocalisse, lo sappiamo bene, non è mai solo la fine del mondo. È la fine del nostro modo di intendere il mondo, un processo lento e atroce di putrefazione delle certezze che lascia, tra le macerie delle istituzioni e il silenzio delle città deserte, soltanto l'uomo nudo di fronte alla sua più spaventosa creazione: sé stesso. "28 Anni Dopo - Il Tempio delle Ossa", la seconda parte diretta da Nia DaCosta nella saga appena rinata questa estate scorsa dall'estro e dall'inventiva di Danny Boyle, sceglie e predilige un approccio ancora più coraggioso: sposta lo sguardo dall'esterno verso l'interno. Se la prima parte, firmata da Boyle uscita a giugno, era un disperato road movie esistenziale attraverso il paesaggio fisico e emotivo di una Gran Bretagna trasformata in un'isola-prigione di dolore e isolazionismo, questo film scava nelle prigioni che gli uomini costruiscono dentro di sé e tra di loro quando ogni regola sociale è dissolta. Non è semplicemente un sequel, non è la "seconda metà" di una storia più grande. È una profonda, necessaria riflessione speculare, un contrappunto tematico e stilistico che eleva l'intera saga a una delle opere più mature e significative del cinema di genere contemporaneo, consacrandola definitivamente non solo come una delle migliori serie di film sugli zombie, ma come una potente, lucidissima radiografia della bestia umana.

Nia DaCosta eredita il testimone di Boyle e, con un'intelligenza registica notevole, non ne copia lo stile ipercinetico e sperimentale, ma ne coglie l'essenza più profonda per poi declinarla in una chiave totalmente personale. Se Boyle era il caos del virus, il respiro affannoso della fuga, l'adrenalina del sangue che scorre, DaCosta è il silenzio dopo l'esplosione, la contemplazione delle ferite, il freddo realismo delle cicatrici. La sua regia è ferma, meditativa, naturalistica, ma mai statica. È un naturalismo carico di tensione, come quello di un'antica opera teatrale che viene recitata in un bunker militare (quindi un po' come il Coriolanus del 2011 diretto da Ralph Fiennes, che ritroviamo). Ogni inquadratura, composta con una precisione documentaristica intenta a catturare ampiezza e veridicità, sembra dire: guardate, osservate bene. Questo è ciò che siamo diventati da molto tempo. Il ritmo, impeccabile per l'intera durata dell'ora e quaranta circa, è un esempio di costruzione della tensione e dell'arricchirsi di una vicenda: ci guida con sicurezza dai momenti di quiete più assoluta, quelli in cui si ascolta il vento tra le ossa o il crepitio di un vinile, alla violenza più brutale e improvvisa, che arriva non come spettacolo fine a se stesso, ma come sbocco inevitabile e traumatico delle tossine accumulate nell'anima dei personaggi. È una gestione del tempo e dello spazio che permette allo spettatore di inebriarsi di ogni momento, di viverlo pienamente, di sentire il peso della terra sotto i piedi dei personaggi e il freddo dell'aria che respirano. Questo approccio rende il film incredibilmente compatto, diretto e preciso, un meccanismo narrativo perfetto che, nonostante sia parte di una trilogia (con la conclusione già annunciata e sempre affidata a Boyle), si chiude con una soddisfacente, anche se amara, completezza. La trama, sviluppata dall'ennesima sceneggiatura magistrale di Alex Garland (mente narrativa della saga fin dal principio), intreccia due percorsi destinati a convergere in un climax di rara potenza emotiva e concettuale. Da un lato c'è Spike (Alfie Williams), il giovane sopravvissuto della prima parte, che, ancora alla ricerca di un luogo e di un senso, si ritrova a unirsi, con estrema riluttanza, alla violenta setta dei Jimmy. Dall'altro c'è il dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes), il custode solitario del Tempio delle Ossa, che conduce una vita di studio e memoria, segnata da incontri peculiari e pericolosi con l'infetto Alpha di sua conoscenza, Samson (Chi Lewis Parry). Questa struttura a due fuochi non è un semplice espediente narrativo, ma il cuore pulsante del discorso del film. Se "28 Anni Dopo (Parte 1)" scavava nella dicotomia memento mori/memento amari (ricordati che devi morire/ricordati di amare), esplorando la crescita di Spike e la resilienza dei legami familiari, "Il Tempio delle Ossa" sposta l'asse su un binomio ancora più urgente e profondo: memento audire/memento sentire. Ricordati di ascoltare, ricordati di sentire, di provare empatia, di elaborare. È questa la nuova, e forse unica, frontiera della sopravvivenza umana. Ed è qui che il film costruisce la sua spietata e lucida critica sociale, partendo dal terreno fertilissimo lasciato dal predecessore. Se la condizione della Gran Bretagna come unica nazione infetta era una metafora cristallina della Brexit e dei suoi istinti isolazionisti e conservatori, DaCosta e Garland esplorano ora le conseguenze terminali di quell'isolamento. L'isolazionismo, ci dicono e soprattutto mostrano, è il vero virus. Un virus dello spirito che, in assenza di nemici esterni "ufficiali", si rivolge contro sé stesso, generando mostri molto più pericolosi degli Infetti rabbiosi. I sopravvissuti, qui, sono più zombie degli zombie. Sono anime rinchiuse in dogmi farlocchi, in credi consolatori costruiti sulle macerie di un passato come sempre idealizzato e mai realmente studiato, che rifiutano ogni dialogo e impongono la loro visione distorta con una violenza inenarrabile. Il film tratteggia un affresco agghiacciante di un fascismo dello spirito che sopravvive al crollo di ogni istituzione, un fascismo che nasce dal trauma non elaborato, dalla paura convertita in odio, dalla mancanza di ascolto elevata a sistema di governo. La violenza che ne scaturisce è mostrata come qualcosa di più spietato e animalesco di qualsiasi cosa gli Infetti siano mai stati capaci di fare, perché è una violenza consapevole, organizzata, giustificata da una follia ideologica. La bestialità e la mostruosità dell'uomo, concetto cardine della saga fin da "28 Giorni Dopo", raggiunge qui il suo apice filosofico. A incarnare le due polarità di questo conflitto ci sono due performance allo stato dell'arte, tra le migliori dell'anno. Da un lato Ralph Fiennes costruisce, partendo dalla già iconica apparizione nel film del 2025, un personaggio di una profondità, una umanità e un fascino rari. Il suo dottor Kelson non è un semplice sopravvissuto o uno scienziato pazzo, ma un uomo di cultura, tatto e ragionevolezza che ha scelto di preservare non solo la sua vita, ma la memoria del mondo che è stato. È un umanista nell'apocalisse. La sua cura per le reliquie della cultura pop, i vinili dei Duran Duran, dei Radiohead, degli Iron Maiden, non è un vezzo, ma un rituale di sopravvivenza spirituale. Attraverso quella musica, che DaCosta utilizza con sapienza assoluta per caratterizzarlo e per punteggiare momenti climatici con un pathos travolgente, Kelson rielabora i suoi ricordi, mantiene viva la sua umanità, ascolta il passato per capire il presente. È l'incarnazione del memento audire: un uomo che, nella solitudine più totale, non ha smesso di ascoltare il suo mondo, il suo vissuto, la storia e, in modo sorprendente, persino il suo nemico più pericoloso. Dall'altro lato, Jack O'Connell dà vita a Sir Jimmy Crystal, uno dei villain più inquietanti e perfettamente costruiti degli ultimi anni. Il suo personaggio è un male smisurato, ma non astratto. È figlio del trauma più autentico, del dolore più puro mai elaborato, cristallizzato in una rabbia psicotica e populista. O'Connell evita con maestria ogni facile pietismo o "umanizzazione" di comodo. La sua crudeltà è presentata come una componente profondamente, orribilmente umana. Il genio risiede nei dettagli: il look ispirato a Jimmy Savile, l'oscura e controversa figura della TV britannica le cui nefandezze sono venute alla luce postume, è una scelta iconografica devastante. Jimmy Crystal è un bambino mai cresciuto, un orfano dell'apocalisse che veste i panni di un idolo tossico del passato, senza averne mai compreso il male reale, perpetuandone a modo suo l'eredità malata. Si impone come guru, messia di un dolore che non capisce, leader di una setta che celebra la violenza come unico rito e l'isolamento come unica verità. È il trionfo del dogmatismo contro il dialogo, della follia contro la ragione, dell'imposizione contro l'ascolto.

Intorno a questi due pilastri, il cast si muove con un'intensità uniformemente alta. Erin Kellyman splende nel ruolo complesso di Jimmy Ink, la numero due spietata ma tragicamente giovane e in cerca di una redenzione che intravede in Spike. La sua evoluzione è uno degli archi più belli e sottili del film. Alfie Williams, con una presenza scenica e una maturità sorprendenti per la giovane età, regge egregiamente il ruolo di Spike, leggermente meno centrale ma fondamentale come ponte emotivo tra i due mondi. E una menzione d'onore, come del resto era nella parte 1, va a Chi Lewis Parry per la performance fisica stratificata e inaspettatamente "toccante" di Samson, un personaggio che non posso descrivere oltre senza tradire la magia e le piccole sorprese della rivelazione che lo riguarda.

In questo deserto umano, DaCosta e Garland non si limitano a un nichilismo sterile. Al virus dell'isolamento, del dogmatismo e della violenza, oppongono un antidoto potente e preciso: l'ascolto attivo. Non un ascolto passivo o un buonismo ingenuo, ma un ascolto ragionato, elaborato, discusso. È il processo che Kelson rappresenta: dall'ascolto nasce la riflessione, dalla riflessione il ragionamento, dal ragionamento la soluzione. Soluzioni che possono essere spirituali, cure per anime spezzate, ma anche concrete, tangibili, salvifiche per la comunità. È un messaggio di speranza disarmante, che il film semina con pazienza e fa germogliare in un finale di una potenza emotiva travolgente, capace di unire il disgusto per la violenza mostrata alla commozione per la purezza di certi gesti. I punti di debolezza della pellicola, che non mancano, sono inezie. La colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, sebbene di altissimo livello, rimane un po' in secondo piano, forse oscurata dall'uso così prominente della musica diegetica scelta da Kelson. Qualche personaggio della setta potrebbe essere un po' più caratterizzato, ma assolve perfettamente la sua funzione narrativa e visiva. Le scene d'azione sono poche, ma ognuna è un pugno nello stomaco, necessaria, memorabile e perfettamente integrata nel flusso della storia. "28 Anni Dopo - Il Tempio delle Ossa" è molto più di un ottimo film post-apocalittico o uno zombie movie d'autore. È un film, per quanto lo si dica spesso, necessario. È un discorso sul potere dell'empatia come ultimo, vero baluardo contro la barbarie. È uno studio sui danni irreparabili del trauma non elaborato e sulla forza rigeneratrice della memoria e della cultura. Nia DaCosta, con questo film, non solo si conferma una delle registe più interessanti della sua generazione, ma consegna alla saga di "28 unità di tempo dopo" il suo capitolo più filosofico, più maturo e, probabilmente, più bello. Lo consiglio a chiunque cerchi nel cinema di genere non solo evasione o brividi, ma una riflessione tagliente e commovente sulla nostra contemporaneità, a chi sia disposto a lasciarsi impressionare dal disgusto e poi toccare nel profondo dalla purezza. Perché, in fondo, ci ricorda che l'unico tempio che vale la pena custodire, anche in un mondo di ossa, è quello dell'ascolto. Memento audire. Non dimentichiamo.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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