Air - Recensione

Air – La storia del grande salto, nelle sale cinematografiche italiane dal 6 aprile 2023, è il settimo film da regista di Ben Affleck. La pellicola è incentrata sulla genesi dell'accordo tra Nike e il leggendario giocatore di basket NBA Michael Jordan, che cambierà per sempre il concetto di atleta e sponsor.
Stati Uniti, 1984 (non mancano le battute nel film al romanzo omonimo di George Orwell). Nike è relegata all'ultimo posto nella sezione basket, dove la fanno da padroni Adidas e Converse, che oltre alla tradizione e alla ricerca, hanno la possibilità di investire molti più soldi per accaparrarsi i migliori giocatori dell'NBA. Questo non significa che Nike al periodo fosse in crisi, anzi, preferiva investire sulle scarpe da jogging degli atleti olimpici (dove era l'azienda leader), visto che come detto prima il basket era dominato da altri marchi non solo sul campo, ma anche nell'immaginario collettivo (Adidas e Converse erano i brand della Street Culture).
Sonny Vaccaro, interpretato da un precisissimo Matt Damon, era l'esperto basket di Nike. Vaccaro, in modo a dir poco lungimirante, pensava che fosse giunta l'ora di cambiare completamente strategia, puntando su un'atleta di prospettiva e creando attorno a lui un prodotto personalizzato, una scarpa che raccontasse una storia.
Vaccaro nel suo archivio VHS scova un diciottenne del North Carolina, che si chiama Michael Jordan, già sicuro di un contratto con Adidas. A Sonny Vaccaro non resta che tentare un'impresa impossibile, convincere assieme a Rob Strasser (Jason Bateman) e Howard White (Chris Tucker) il CEO e guru Phil Knight (uno strepitoso Ben Affleck) a fare all-in su Jordan. Prima del ragazzo, però, c'è da convincere la madre Deloris Jordan (una elegante Viola Davis).
Air – La storia del grande salto è un film sull'esplosione definitiva del capitalismo e sulla vittoria del sogno americano in quanto tale. Ben Affleck, che si avvale di una brillante sceneggiatura di Alex Convery, mette su schermo l'intero immaginario anni '80, non per pura esposizione ma per creare un'iconografia che sorregga storicamente la trattativa Nike-Michael Jordan. La cinepresa di Affleck osserva videogiochi, musica, cercapersone, VHS, immagini di VHS, filmati d'archivio, come fantasmi di un'epoca passata, non è un caso appunto che il film Ghostbusters venga inserito tra questi cimeli.
Michael Jordan non è che un pretesto per raccontare gli Stati Uniti, ed è per questo interessante la scelta di Affleck e Convery di non mostrarlo mai se non di spalle o nei particolari, uno fra tutti quello in cui con le mani accarezza il primo prototipo di Air Jordan, entrando in contatto con il suo stesso futuro. Qui, infatti, Sonny Vaccaro predice al giovane Jordan le sue imprese, in una sequenza magistrale di scrittura e montaggio dove le immagini d'archivio di tutta la vita di Michael Jordan, vittorie e tragedie, si fondono in un unico flusso tra passato, presente e futuro.
Scrivevamo in precedenza della vittoria del sogno americano in quanto tale, ecco, in Air - La storia del grande salto vengono intelligentemente citati gli sconfitti, gli schiavi ultimi dell'esplosione del capitalismo. Affleck in fase di regia e Convery di scrittura usano i miti e l'iconografia per rendere inquietante e problematica la vittoria del sogno sul reale, usando due elementi: il primo è la canzone Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen e il secondo è la delocalizzazione del reparto manifatturiero di Nike.
Nel film i due elementi entrano a far parte della vita di Rob Strasser, che diventa veicolo all'interno dell'azienda di quanto sia controversa questa vittoria del sogno americano. Rob Strasser, nel film, entra in ufficio raccontando del suo rapporto con Born in the U.S.A di Bruce Springsteen, prima felice del fatto che una canzone dica con così tanta enfasi Born in the U.S.A., e poi sconvolto e scuro in volto mentre si concentra sul testo, la canzone di Springsteen in realtà parla di un soldato reduce dal Vietnam che tornato in patria non riesce più a trovare lavoro.
E ancora, Rob Strasser, creando un cortocircuito, accenna alla delocalizzazione a Taiwan e in Corea del Sud del reparto manifatturiero Nike, quando i dirigenti Nike affermano in sintesi: dobbiamo campare, dobbiamo far sognare i nostri figli, non ce ne frega nulla se i dodicenni del sudest asiatico trascorrono 24 ore al giorno a fabbricare scarpe, basta che un americano le indossi.
Air – La storia del grande salto, vive in questo inquietante equilibrio, tra l'esaltazione del capitalismo e del sogno americano e la perenne messa in discussione di questi due instabili valori. Infine, non resta che l'icona, la scarpa realizzata da Peter Moore, la personalizzazione di un prodotto, a renderci partecipi del processo di individualizzazione che continua inesorabile ancora oggi. Michael Jordan è Air Jordan e non solo, è anche partecipe dell'inizio di una rivoluzione, quella di non poter più distinguere l'atleta da uno sponsor.
"...combatti la legge."
Proprio così.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)