Alien: Romulus, un baluardo di orrore tangibile

Film come Alien: Romulus vengono categorizzati come "lettere d'amore". Le lettere d'amore, spesso e volentieri, sono scritte più per chi le scrive che per chi le riceve, anche perché la certezza che queste arrivino a destinazione non la si ha mai.
Ritengo che tale appellativo stia molto stretto a un film che invece arriva a una destinazione, perché l'amore che scrive (e che mette in scena) non è pigro, non è meramente autoreferenziale e soprattutto non da per scontato il destinatario.
In Alien: Romulus, Fede Álvarez guarda dritto negli occhi gli spettatori, dal più cinico al più speranzoso e gli dice brutalmente: "Lo so che farti vedere due Xenomorfi ogni dieci minuti non ti basta più per fartelo venire duro, quindi sappi che mi sto impegnando più di quanto ti farà comodo ammettere".
Questo settimo capitolo, seppur forte di un carapace cosparso dalla brillantina della nostalgia, gioca le sue carte migliori quando propone elementi, circostanze e soprattutto dinamiche nuove all'interno di un mondo che per quanto possa aver cambiato tono e forma nell'arco di 45 anni, lo conosciamo un po' tutti.
Le astronavi fatiscenti, le stazioni spaziali spettrali, il gelo di un mondo sempre buio dove l'essere perfetto è un mostro serpentino dal sangue acido e dagli istinti perversi, tutti elementi che non hanno bisogno di perfezionamenti perché già funzionavano in principio.
Álvarez lo sa, la Disney lo sa, il cast pure lo sa e di conseguenza scelgono sapientemente di virare l'attenzione sul come rendere questo "già visto" interessante: lo fanno semplice.
Due ore strette di durata, sei personaggi in cerca di vie di fuga, presenza dei mostri costruita attraverso un ritmo cadenzato e chirurgico, protagonisti riconoscibili per il loro cuore e non il loro cachet.
Sequenze di tensione verticale da mozzare il fiato, senza sgravare con il gore così da rendere ancora più raccapriccianti i momenti di violenza pura. Ingredienti basilari come quelli del tiramisù, ma quanto cazzo è buono il tiramisù!
Alien: Romulus è questo, un dolce che trovi sempre ma che garantisce una qualità che con troppo snobismo e sciatteria viene data per scontata, un film preciso ma mai fatto in laboratorio, visivamente spettacolare e curato nei minimi dettagli, dai pulsanti dei centralini alla bava degli alieni.
La nuova opera del regista uruguaiano è un baluardo di orrore tangibile che fa buon uso dei suoi larghi mezzi, una parabola di resistenza contro le corporazioni, un inno a un futuro migliore, un monito sui patti faustiani che le scienze più deviate fanno con le fedi più cieche, una casa dei fantasmi dove nessuno può sentirti urlare perché la salvezza è troppo lontana…
Fatevi un piacere, non lasciatevi corrodere dalla pigra miopia e almeno vedete, anzi gustate questa nuova disgustosa e vigorosa fatica tanto di Álvarez che della saga di Alien nella sala dall'impianto audio più forte a disposizione.
Non vi assicuro che vi possa piacere, ma non vi lascerà indifferenti.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)