Anarchia negli USA? “Quando?!”, chiede Edgar Wright. The Running Man, da profezia “Kinghiana” a sogno caotico del regista punk per antonomasia

C'è un momento preciso nella carriera di un autore in cui il gioco smette di essere tale. O meglio, il momento in cui il "gioco", inteso come meccanismo narrativo e stilistico, cessa di essere uno strumento di pura evasione o di affettuosa parodia per trasformarsi in un'arma contundente, in un veicolo per un disagio che non può più essere contenuto nelle rassicuranti cornici del pastiche post-moderno. Edgar Wright, con il suo The Running Man (2025), ha raggiunto esattamente quel punto di non ritorno. Per comprendere la portata di questa operazione, e perché questo film rappresenti qualcosa di anomalo nel panorama del blockbuster contemporaneo, è necessario fare un passo indietro e osservare la parabola creativa di uno dei registi più vibranti della sua generazione. Per anni, Wright è stato il maestro indiscusso di quella che mi piace definire "rielaborazione affettuosa". Con la celebre "Trilogia del Cornetto", composta da Shaun of the Dead (2004), Hot Fuzz (2007) e The World's End (2013), e con la geniale trasposizione fumettistica di Scott Pilgrim vs. The World (2010), il regista britannico ha codificato un linguaggio fatto di montaggio cinetico, umorismo visivo e una profonda, viscerale conoscenza della cultura pop. In quella fase, il suo cinema operava una rilettura satirica, dissacrante e assolutamente ironica dei generi, modernizzandoli attraverso una lente colma di divertimento e di gioia. Era il cinema di un autore che godeva nel poter giocare nel grande parco giochi dell'immaginario collettivo, smontando e rimontando i tropi dell'horror, dell'action poliziesco e della fantascienza sociale con l'entusiasmo di un fan e la precisione di un chirurgo. Tuttavia, a partire dai suoi titoli successivi, qualcosa è mutato. È emersa l'anima più arrabbiata, sovversiva e terribilmente seria di questo regista che, sotto la patina pop, ha sempre nascosto un cuore punk rock. Baby Driver (2017) non era solo un esercizio di stile musicale, ma un noir che utilizzava l'estetica post-Fast & Furious per cadenzare il ritmo brutale di una storia di morte, coercizione e difficile redenzione. Ancora più evidente è stato il cambio di passo con Last Night in Soho (2021): un giallo "argentiano", un omaggio a Mario Bava, Nicolas Roeg e Dario Argento appunto, dove però l'iper-estetizzazione del filone horror e la celebrazione delle sue dive, le Scream Queens, diventavano il pretesto per una riflessione amara e dolorosa sul movimento MeToo. Lì, Wright rifletteva sulla violenza che quel tipo di cinema, e l'industria che lo produce, ha inflitto su generazioni di donne, suggerendo che la catena di dolore e sfruttamento dovesse essere spezzata, non solo celebrata nostalgicamente. Arriviamo così, quasi naturalmente, a The Running Man. Non è un caso che Wright abbia scelto di adattare proprio ora uno dei romanzi più cupi, spietati e nichilisti di Stephen King, firmato all'epoca con lo pseudonimo di Richard Bachman. Bachman non è solo un nome alternativo; è l'alter ego disfattista e cinico del Re del Brivido, la voce attraverso cui King ha incanalato le sue visioni più nere sull'umanità, autore di testi seminali della fantascienza distopica come La Lunga Marcia. Il romanzo originale del 1982 tratteggiava una società invivibile, spaccata tra una povertà assoluta e un'opulenza sfrenata e grottesca, dove l'unica via di uscita per i disperati era una sopravvivenza gladiatoria e disumanizzante a uso e consumo delle telecamere. Un testo che si concludeva con un finale distruttivo, terrorizzato e terrorizzante. Edgar Wright prende quel terrore originale e compie l'operazione definitiva: lo trasforma in rabbia pura. The Running Man è, senza mezzi termini, un film arrabbiato. Di una rabbia che conosciamo tutti, che permea le nostre timeline, le nostre strade e le nostre conversazioni, e che in questo preciso momento storico trova il suo punto massimo di ebollizione. La prima, grande contraddizione, e forse il più grande elemento di fascinazione, dell'opera risiede nella sua natura produttiva: siamo di fronte a un blockbuster da 110 milioni di dollari, prodotto da uno di quegli stessi grandi studios che sono, a ben guardare, compartecipi delle iniquità strutturali e delle atrocità sistemiche che il film si pone di denunciare con tanta veemenza. Wright ne è consapevole? Assolutamente. Anzi, la sua intenzione appare cristallina: sfruttare fino all'ultimo centesimo del capitale hollywoodiano per mostrare, smaccatamente, sgarbatamente e in maniera cinematograficamente sensazionale il suo messaggio anti-sistema. È un cavallo di Troia scintillante, rumoroso e letale. L'opera si presenta come un adattamento ad alto budget, patinato ma feroce, del romanzo distopico di King. Fin dalle prime battute, il film mette in campo carte vincenti: un materiale di partenza classico e potente, un regista all'apice della sua energia sperimentale e un cast stellare che lavora con risorse produttive non gigantesche ma sicuramente dall'ampia disponibilità. Mettendo insieme questi ingredienti, si ottiene un thriller fantascientifico eccitante e dal ritmo serrato che restituisce finalmente un senso di vastità. Laddove il film cult del 1987 con Arnold Schwarzenegger, per quanto divertente nella sua estetica camp, aveva mantenuto la storia confinata, sia in termini di ambizione che di geografia (riducendo tutto a un'arena chiusa), l'adattamento di Wright racconta finalmente la caccia all'uomo su scala nazionale che King aveva originariamente immaginato. Come opera di puro intrattenimento, come blockbuster, il film funziona in modo impeccabile. Fonde azione, paranoia e satira in un mix che crea dipendenza, bilanciando lo spettacolo di massa con idee complesse sulla propaganda, la sorveglianza pervasiva e la facilità con cui l'opinione pubblica può essere manipolata da chi detiene il potere. È un film che riesce a essere contemporaneamente elettrizzante e inquietantemente rilevante, attingendo alla nostra moderna sfiducia nei media e nel governo pur continuando a offrire un divertimento che tiene incollati alla poltrona. Il film offre una grande varietà nelle sue sequenze d'azione: inseguimenti in auto coreografati con la maestria tipica di Wright, tensione da caccia all'uomo in ambienti urbani decadenti ed esplosioni di umorismo nero che mantengono il tono vivace senza mai depotenziare la minaccia. La trama ci porta in un futuro prossimo dove gli Stati Uniti sono governati da un regime totalitario che intrattiene i suoi cittadini con violenti reality show. Ben Richards, interpretato da un magnetico Glen Powell, è un uomo comune che, incapace di permettersi le medicine per salvare la figlia malata, si iscrive a The Running Man. Le regole sono semplici e brutali: i concorrenti devono sopravvivere per 30 giorni per vincere un montepremi colossale, mentre dei cacciatori professionisti, assieme ai cittadini ordinari incentivati da ricompense in denaro, cercano di trovarli e ucciderli. King scrisse il romanzo nel 1982 immaginando un distopico 2025; l'uscita del film proprio in quest'anno chiude un cerchio profetico da brividi. E anche se non siamo (ancora) letteralmente a quel punto, la versione degli Stati Uniti che vediamo sullo schermo appare incredibilmente verosimile, distante forse solo di pochi anni o poche leggi sbagliate dalla nostra realtà. Sebbene i suoi orpelli estetici dicano il contrario, è difficile definire The Running Man puramente "distopico", perché riflette la nostra realtà in modo troppo impietoso e diretto. È un film rinvigorente, che colpisce lo spettatore come una granata lanciata in sala. Wright sposa magistralmente la patina del glamour e degli eccessi anni '80, un richiamo filologico all'epoca in cui il libro fu scritto, con la visione presciente di Bachman, esponendo la sconcertante realtà verso cui stiamo strisciando da decenni. Wright usa il suo protagonista come un detonatore di una bomba pronta ad esplodere per incendiare la nostra realtà, esplorando gli effetti disumanizzanti dello spettacolo e il totale disprezzo che il sistema nutre per lo spettatore-cittadino.

Al centro di questo vortice di caos controllato c'è Glen Powell. La sua performance è, senza esagerazioni, incredibile. Powell continua a consolidarsi come una vera star del cinema, carismatico, pieno di risorse, veloce con il sorriso, ma qui fa qualcosa di diverso, di più profondo. Questo film mi ha convinto definitivamente che Glen Powell è il miglior attore protagonista della sua generazione proprio perché non è Tom Cruise, e non sta cercando di esserlo (nonostante gli omaggi e le strizzate d'occhio dei ruoli passati e il fatto che Hollywood stessa cerchi di accostarli dopo il successo di Top Gun: Maverick, che li vedeva insieme).Se Cruise rappresenta l'eroe sovrumano, l'entità inarrestabile e quasi divina, Powell porta sullo schermo una vulnerabilità tangibile, una qualità terrena che lo rende immediatamente empatico. È magnetico nel dare una performance catartica che funge da veicolo furioso per le nostre frustrazioni contemporanee e le ansie che circondano un sistema ingiusto e rotto, nutrito da una dieta costante di indignazione e disinformazione. Powell incarna perfettamente quell'equilibrio tra l'essere duro ma vulnerabile, gentile ma con una rabbia che ribolle appena sotto la superficie. Interpreta magistralmente un uomo che cerca disperatamente di fare la cosa giusta quando la società intera lo spinge, lo prega, lo obbliga a diventare un mostro. È il vero divo moderno, nel senso che sfida ogni aspettativa preimposta: è un nerd del teatro ma ha il fisico di un atleta, realizza commedie romantiche che in realtà sono studi sulla mascolinità tossica e sulla fluidità dell'identità, interpreta cowboy che cavalcano tornado ma combattono le corporazioni per proteggere l'ambiente. Qui, interpreta un eroe della classe operaia, cinico e scontento, uscito direttamente dall'immaginario degli anni '80. Prende letteralmente il posto di Schwarzenegger, iniziando con la stessa vecchia retorica del "rifiutare qualsiasi schieramento politico e combattere semplicemente per la famiglia e ciò che è giusto". Tuttavia, la grandezza della scrittura e della sua interpretazione sta nel vedere come questa retorica crolli: Ben Richards finisce per diventare letteralmente il volto di una rivoluzione radicale di sinistra che brucia l'impero mediatico di destra che sta corrodendo e distruggendo il mondo, partendo proprio dagli USA. Powell comanda lo schermo sia come padre di famiglia disperato con un cuore d'oro, sia come l'uomo più arrabbiato del mondo. Non riesci a staccargli gli occhi di dosso. La sua chimica con il cast di supporto è palpabile, anche se il film appartiene indubbiamente a lui. Accanto a lui troviamo un Josh Brolin in stato di grazia nel ruolo del produttore/antagonista, l'uomo più bastardo sulla faccia della terra, un'incarnazione del cinismo corporativo di cui non sai mai prevedere la prossima mossa. E poi c'è Lee Pace, incredibile come antagonista fisico principale: incarna l'archetipo del "tizio generico" fino a quando il terzo atto non ricontestualizza completamente il suo ruolo nel gioco e il suo antagonismo contro Ben. Dettagli come la sua stupida maschera, e la ancor più stupida motivazione per cui la indossa, lo rendono un personaggio grottesco e indimenticabile, un simbolo della banalità del male burocratico.

Ma è nella sua dimensione sociopolitica che The Running Man sferra i colpi più duri. Il film espone chiaramente idee e significati, abbracciando anche le contraddizioni insite nel fare cinema politico con i soldi delle major. Siamo "out of touch", fuori contatto con la realtà, e il film suggerisce che l'unica soluzione sia staccare la spina, rimanere vigili e combattere. La verità si trova negli altri, nell'empatia recuperata attraverso l'apertura e la comprensione, in contrapposizione all'isolamento imposto dai media. Sarebbe stato facilissimo per il film rimanere apolitico, limitandosi a un messaggio generico del tipo "il capitalismo è cattivo", oppure usare l'azione costante e martellante solo come sfondo inerte. Invece, Wright esplora questi temi con un dettaglio così vivido e furioso da costringere lo spettatore a raddrizzarsi sulla sedia e rivalutare ciò che sta vedendo. Il film fa di tutto per mostrare non solo quanto sia difficile tenere la testa fuori dall'acqua in una società che ti sta annegando, ma quanto sia quasi impossibile farlo rimanendo una "brava persona" che si prende cura della famiglia, degli amici e dei colleghi. Ciò che il film mostra così bene all'inizio è che il Ben Richards di Powell sarebbe sopravvissuto a malapena, raschiando il fondo del barile per sé e la sua famiglia, se avesse solo tenuto la testa bassa. Ma anche con la figlia malata, il suo bisogno intrinseco di fare la cosa giusta per i colleghi e persino per perfetti sconosciuti viene costantemente punito dal sistema. Vediamo questo meccanismo in azione più avanti, con il modo in cui il Network utilizza l'Intelligenza Artificiale per trasformarlo in un mostro contro cui le masse possono tifare. Il sistema non si limita a rendere le persone più povere; le mette le une contro le altre, trasformando la disperazione in depravazione e i marginalizzati in uomini neri, in "boogeymen" da temere. Tutti guardano, nessuno ascolta. Forse il momento più alto e scioccante di questa visione è in un dialogo nel terzo atto, dove Wright compie la decostruzione del valore di una vita umana rispetto al costo d'acquisto di una sciarpa firmata. Una scena che illustra come il sistema sia stato costruito appositamente per sfruttarti senza alcuna via d'uscita, una strategia di vicolo cieco che non lascia opzioni se non quella di prendere misure estreme: o la conformità, mettendo la propria vita in gioco per il divertimento altrui, o la resistenza totale, mettendo la propria vita in gioco per distruggere il gioco stesso.

Certo, il film non è perfetto. Ha un momento di stanca nella parte centrale e talvolta dà la sensazione che avessero a disposizione finali multipli e abbiano deciso di usarli tutti insieme (anche se gli ultimi due minuti sono letteralmente sconvolgenti, roba radicale per davvero). Vorrei che alcuni personaggi secondari fossero stati più approfonditi, ma questo avrebbe rischiato di sovraccaricare il film, anche se, personalmente, avrei desiderato che durasse di più per poter abitare meglio questi momenti di tensione. Tuttavia, ciò che eleva The Running Man al di sopra dei suoi difetti è proprio la sua palpabile rabbia per lo stato del mondo. È un cliché parlare di quanto un film sia "rilevante", ma qui non siamo di fronte a un commentario superficiale sulla divisione di classe e sull'autoritarismo. Siamo di fronte a un'opera che, pur essendo irregolare e talvolta grezza, possiede una coscienza matura nell'affrontare lo scenario fantascientifico seminale. Lo fa con un umorismo cinico e squilibrato che non è nuovo per Wright, ma che qui appare diverso: più scuro, più cupo, meno "gigione". Edgar Wright dimostra ancora una volta perché è uno dei nostri cineasti di genere più brillanti e "cool", realizzando un film per le sale che è visivamente sbalorditivo ma anche emotivamente avvincente, con al centro ideologie stimolanti sulla ribellione contro il nostro sistema rotto. È un altro progetto audace che segue la recente stirpe di opere d'arte che parlano allo stato corrotto, controllante e caotico del nostro mondo, come Bugonia, Eddington, Una Battaglia Dopo L'Altra e A House of Dynamite (tutti usciti negli ultimi due mesi), per incanalare quelle emozioni contrastanti del polso pubblico in una delle esperienze cinematografiche più esaltanti dell'anno. Non puoi fare a meno di essere risucchiato in questo mondo, sia a livello tematico che di thriller puro.

In conclusione, The Running Man è un'opera scoppiettante, divertente e allo stesso tempo inferocita. È il riflesso spietato di uno stadio terminale della situazione sociopolitica, non solo americana, ma globale. È intrattenimento che fa male, satira che taglia. Se ne avete l'opportunità, non aspettate che arrivi in streaming. Questo è cinema pensato per essere vissuto collettivamente, davanti allo schermo più grande possibile, per sentire l'energia della sala vibrare all'unisono con la rabbia di Ben Richards.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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