Anemone – le colpe (cinematografiche) dei padri e dei figli

Sapete quando una persona che frequenta poco il cinema cerca di definire un film che trova noioso e pretenzioso? Dice che "non succede niente", i personaggi "parlano e basta" e la vicenda risulta in ultimo "soporifera". Ora, chi scrive tende solitamente ad alzare gli occhi al cielo e a pensare a queste, pur sempre legittime, opinioni come a dei primi approcci verso un tipo di racconto cui non si è abituati; magari un'opera con un ritmo volutamente più lento, un'impostazione più contemplativa che permetta allo spettatore di assorbire ancora più a pieno la potenza delle immagini, un cinema che chiede uno sforzo attivo e non un consumo passivo. Tengo a mente questa premessa perché è fondamentale per capire la reazione suscitata da "Anemone", opera prima di Ronan Day-Lewis. Sulla carta, questo film era un evento. Non si trattava di un esordio qualunque, ma di un progetto ad altissimo potenziale. La ragione principale, ovviamente, era il nome: Ronan, il figlio, dirige il padre, Daniel Day-Lewis, in quello che segnava il suo clamoroso ritorno sulle scene dopo otto anni di ritiro autoimposto, un silenzio che durava da quel capolavoro che è Il Filo Nascosto. E Daniel Day-Lewis non si limitava a recitare: tornava in veste di co-protagonista e co-sceneggiatore, un coinvolgimento totale che faceva presagire un'opera intima, sentita, forse persino necessaria. Come se non bastasse, il cast di supporto vedeva nomi del calibro di Sean Bean e Samantha Morton, attori capaci di portare gravitas e verità a qualsiasi materiale. La premessa stessa era un distillato di grande dramma autoriale: due fratelli estraniati nel nord dell'Inghilterra, un passato fratturato da traumi, violenza e lutto, un presente eremitico da scardinare per tentare una riconnessione. C'era tutto: il "ritorno del Re", il dramma familiare, un'ambientazione suggestiva e la promessa di performance attoriali di livello assoluto. Mi sono quindi approcciato alla visione con la mentalità aperta di chi sta per assistere a un'opera sicuramente acerba, ma con diversi assi nella manica. Immaginate la mia sorpresa, il mio sconcerto, il mio fastidio, quando davanti mi sono trovato esattamente la definizione del cliché sopracitato. Non un film contemplativo, ma una gigantesca, estenuante "scartavetrata di c*****oni" (espressione tipica del settore) lunga due ore. "Anemone" è forse il film più frustrante dell'anno proprio perché possiede tutti i pezzi di qualcosa di speciale, ma rimane disperatamente intrappolato nel proprio riflesso, soffocato da manie di grandezza che non riesce mai a giustificare. È un film convinto di essere molto più intelligente di quanto non sia in realtà, e fa di tutto per dimostrarlo, fallendo. Il paradosso è che, a un primo sguardo, il film appare inattaccabile. L'ambizione estetica è innegabile. Ronan Day-Lewis ha un occhio chiaro, quasi pittorico, per l'inquadratura e la composizione. La fotografia è magica, ipnotica; molte delle inquadrature potrebbero essere stampe meravigliose da appendere al muro. L'estetica generale, cupa e presaga, richiama da vicino un certo cinema di registi come David Lowery o Alex Garland, e la direzione artistica risalta, creando momenti di pura bellezza formale, specialmente quando la narrazione tenta di virare verso l'astratto e il surreale. Si rimane sbalorditi ogni volta che qualcosa di strano appare. Ma è un fuoco fatuo. Lo si dimentica un minuto dopo, perché questa bellezza non è al servizio di nulla. È un perfetto, tragico esempio di "cinema instagramabile": immagini stupende ma incredibilmente vacue e didascaliche. Un minestrone scaldato di robe già viste, ammantate da una patina da "film d'autore" che puzza di artificio. Questa vacuità estetica è amplificata dalla colonna sonora. Il grande Bobby Krlic (solito collaboratore di Ari Aster) compone una partitura tecnicamente potente, ma i suoi talenti sono qui usati nel peggiore dei modi. Ci sono crescendo sonori che spaccano i timpani, progettati per scuotere, che si interrompono però bruscamente nel nulla, senza una vera risoluzione emotiva. Per il resto, la musica è angosciante e ripetitiva, un tentativo disperato di sottolineare una catarsi che il film non si è mai guadagnato, appiccicata sopra scene inerti per dare loro un peso che non hanno. Ma il crollo definitivo, il cuore del fallimento, risiede nella scrittura. La sceneggiatura, firmata da padre e figlio, è priva di vita. La premessa, di per sé semplice, viene stiracchiata fino al punto di rottura. Il film si trascina, divagando dolorosamente per gran parte della sua seconda metà, allungando ogni scena, ogni silenzio, ogni sguardo, ben oltre il limite della sopportazione. Questa presunzione, questa convinzione di essere profondo, si traduce in una narrazione che imbocca costantemente informazioni allo spettatore, spiegando sé stessa scena dopo scena, come se avesse paura che si possa perdere il punto. Il risultato è che ci si ritrova a distrarsi, a vagare con la mente, perché il film rimane su un'unica, muta nota emotiva per quasi tutta la durata. Il ritmo, il dialogo, persino la musica, tutto è soffocato. È un film talmente consapevole dei propri silenzi da dimenticarsi di comunicarci qualcosa attraverso di essi. I personaggi alludono ad azioni passate, si scambiano sguardi torvi per cinque minuti di fila, covano tormenti, ma tutto rimane sospeso, inerte. Non c'è sviluppo, solo allusione. E il potenziale narrativo viene sistematicamente sprecato. Il conflitto padre-figlio (con il giovane Samuel Bottomley) è squilibrato, privo di scene sufficienti per farcelo prendere a cuore. Ma lo spreco più evidente è Sean Bean. Un attore della sua stazza è ridotto a un fantasma narrativo; la sua presenza non giustifica la forza emotiva che il film finge di attribuirgli, rendendo il suo arco narrativo quasi irrilevante. E quando, verso la fine, il film introduce elementi appunto "surreali", questi appaiono completamente posticci, un inutile tentativo di convincere lo spettatore che sotto c'è un significato più profondo. Non c'è. Rimane un pantano inerte.

E poi, naturalmente, c'è lui. L'elefante nella stanza, il sole nero attorno a cui orbita questo sistema fallimentare. L'unica ragione per cui si rimane svegli. L'unica ragione per cui questo film esiste e verrà un minimo visto. Daniel Day-Lewis. Sgombriamo il campo: non ha perso un colpo. È enorme, e lo sarebbe in qualunque film recitasse. È su un altro livello, come sempre. Ogni volta che è nell'inquadratura, il film sembra improvvisamente vivo. Domina lo schermo, fa così tanto con così poco. La sua performance è, ancora una volta, degna di ogni lode. E quando non c'è, si sente il vuoto, si percepisce dolorosamente quanto fosse lui a tenere insieme l'intera, fragile baracca. È lui che ci tiene svegli. Tuttavia, ed è qui che la tragedia del film si compie, credo sia proprio la presenza soverchiante di Daniel Day-Lewis ad aver impedito a questo film di realizzare il suo potenziale. È, paradossalmente, il suo più grande pregio e la sua definitiva condanna. Avere il più grande attore contemporaneo nel proprio film d'esordio, specialmente al suo ritorno dopo otto anni, avrebbe generato un naturale, quasi religioso, sentimento di riverenza anche nel regista più affermato e navigato. Questa sensazione è esponenzialmente amplificata quando la macchina da presa è nelle mani del figlio. "Anemone" è un film paralizzato da questa riverenza. È un film letteralmente divorato dalla sua stessa stella. È troppo concentrato su Daniel Day-Lewis e sul suo smisurato talento. È un film che dimentica di dover sviluppare una trama decente attorno ai suoi immensi monologhi, e si accontenta di fargli da cornice, da altare. E che monologhi. Sono forzati. Profondi, certo, sulla carta. Ma ad un certo punto anche tediosi da ascoltare. Il film si sforza troppo, è troppo consapevole di sé. Assistere a un'esperienza estenuante e di bell'aspetto, con una colonna sonora opprimente e uno dei migliori attori della storia che fa del suo meglio per venderti un monologo francamente allucinante, che include il racconto di un incidente in cui spruzza diarrea sulla faccia di un prete pedofilo (e non sto scherzando), rimane, sfortunatamente, un'esperienza estenuante. Questo debutto dovrebbe ottenere un lasciapassare solo perché Daniel Day-Lewis è uno degli attori più abili della sua generazione? No, e non lo farà. È forse riduttivo suggerire che ogni film, specialmente un debutto, debba essere in qualche modo autobiografico, che debba esserci un nucleo di verità personale nascosto anche nell'esercizio più astratto. Eppure, è difficile non guardare "Anemone", un film in cui Ronan Day-Lewis dirige suo padre, e non pensare a questa storia come al tentativo di un figlio di comprendere un padre distante e astratto. C'è la tendenza a mitizzare il processo di Day-Lewis, a parlare di lui come di un alieno, ma non si può negare che la sua carriera e la sua dedizione al mestiere abbiano spesso significato lunghi periodi di isolamento, ritirato (geograficamente o emotivamente) dal figlio. C'è quindi qualcosa di stranamente e profondamente personale in questa storia. Il film stesso sembra Ronan che si avventura nella natura selvaggia con Daniel, per osservare il suo processo e la sua arte, nella speranza di comprenderlo forse più pienamente come persona e non solo come idea astratta. E forse c'è anche qualcosa di un padre che cerca un modo per far entrare suo figlio nella sua vita. Non funziona. L'opera d'arte fallisce. Ma è l'unica cosa che resta. L'unica cosa buona, forse, è che hanno potuto passare del tempo insieme. Almeno quello.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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