Athena - C'è solo un noi

Abdel (Dali Benssalah), agente della polizia parigina, annuncia in conferenza stampa l'uccisione di Idir, suo fratello minore, a giudicare da dei video su internet, proprio da un gruppo di agenti. Il popolo chiede giustizia, Abdel cerca di tenere la situazione sotto controllo e nega il coinvolgimento diretto della polizia, intenzionato a trovare i veri colpevoli. Tra la folla è presente Karim (Sami Slimane), l'altro fratello minore, che rinnegando le parole di Abdel lancia quindi una molotov dando il via alla rivolta che dal centro città ci porterà proprio ad Athena, dove il quarto fratello Moktar (Ouassini Embarek) si nasconde nei sotterranei della fortezza urbana, provando ad abbandonare il caos per motivi di affari.
In Athena la parola non è importante, sono molto più decisivi i movimenti dei protagonisti e della macchina da presa, che detta il tempo e l'umore della storia, con questo non diciamo di certo che la pellicola in questione non abbia una narrazione, piuttosto rivendichiamo la modernità di essa, il totale e rabbioso abbandono ad un'estetica del sociale che traduce parole e gesti in protesta civile. Athena rappresenta la rivoluzione universale verso lo stato nella sua natura programmaticamente falsaria: portare la verità in superficie essendo pronti a tutto, perfino ad una guerra, poiché una bugia celata troppo a lungo divora l'anima di chi la custodisce, e se questa bugia è il rapporto tra nazione e minoranze non ci può che essere lo scontro e nello scontro la tragedia, e così le banlieue prendono vita, avanzano come un unico corpo, cercano di prendersi quello che gli spetta di diritto, una voce per poter comunicare il dissenso.
Per addentrarci nel mondo di Romain Gavras (figlio del regista Costa-Gavras) è utile fare un passo indietro, più precisamente al 2012, anno in cui esce il videoclip da lui diretto di No Church in the Wild (Jay-z e Kanye West feat. Frank Ocean), ecco, il film in questione nasce da quelle immagini elettriche ed estetizzanti di guerriglia urbana come se fosse il naturale proseguimento di quell'idea pionieristica, coreografando la nascita di una nuova epica visiva. L'altro tassello fondamentale è Gosh (Jamie xx), uscito nel 2015, in cui lo spazio visivo è sovrastato da una coreografia di corpi infiniti, spesso circolari, così come le formazioni della polizia durante gli scontri, spesso in difficoltà e schiacciate dalla forza senza pari della protesta, compiono una manovra a cerchio, la camera segue questa manovra tracciando lei stessa le linee a delimitazione dei due gruppi, uno stile senza compromessi, puro.
Athena è il nome fittizio di questa banlieue parigina, attribuzione non casuale visto che si riferisce alla dea greca della sapienza, delle arti e della strategia in battaglia, una protettrice se vogliamo degli abitanti guerrieri, una guida per chi ha deciso di restare e resistere, esplorando gli estremismi, i sotterfugi e le falle di un modello sociale che non guarda più ai margini delle città, sempre più estesi e lasciati inascoltati al loro destino. Da un lato la tragedia greca e dall'altra il peccato originale, una manipolazione che parte da un dolore privato e si estende a universale quando la rabbia acceca ogni ideale, rendendo vano il tentativo di una presa di posizione politica. L'omicida deve per forza di cose essere identificato e punito, non esiste collettività nella colpevolezza, non esiste suddivisione del peccato, equivarrebbe ad annullare un'intera guerra svezzata da una falsità.
Gavras mostra tutto il suo talento nel trasportarci all'interno di una guerriglia urbana in un film che dal primo minuto non smette di martellare lo spettatore di immagini magniloquenti e atmosfere frenetiche, grazie ad una regia e a un montaggio impeccabili, basti pensare ai primi 15 minuti, dove il regista sfrutta i droni per trasformare le panoramiche in carrelli, alternandoli con segmenti camera a mano che ricordano, per potenza espressiva I Figli degli Uomini (2006) di Alfonso Cuaròn e Salvate il soldato Ryan (1998).
"Non c'è nessun noi o loro; c'è solo un noi."
In Athena non c'è tempo per i dialoghi, lo scontro ideologico-culturale è già in atto, è una battaglia che non risparmia nemmeno i tre fratelli, rappresentanti di tre "noi" ben distinti: il noi di Karim è la generazione z, illusa e ferita, in cerca di una vendetta contro lo Stato, quello di Abdel è il noi dell'integrazione, invece quello di Moktar è il noi della criminalità, tre gruppi aventi tre strade differenti che saranno destinati a convivere e scontrarsi all'interno della fortezza. I tre "noi" diventano lo specchio di una nazione intera, figli di una madre che appare fugacemente e nel fumo vede scomparire i suoi figli per sempre, e inevitabilmente soffrirà per tutte queste ferite e tutta questa ferocia.
Dal cinema francese delle banlieue, che vede La Haine (1995) di Mathieu Kassovitz come capostipite, arriva una nuova gemma, un racconto dell'incapacità di ammettere le proprie colpe di fronte ad una nazione messa a ferro e fuoco, dove l'odio appunto e l'egoismo hanno trovato terreno fertile tra le differenze generazionali. Stare a guardare non è più un'opzione, agire è l'unica cosa che conta.
Athena (2022), diretto da Romain Gavras, è disponibile su Netflix.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)