Barbie, What Was I Made For?

24.07.2023

A Barbieland Barbie è tutto: presidentessa, avvocata, magistrata, dottoressa. Mentre Ken? Lui è solo Ken. Ogni sera è una perfetta serata tra donne, più bella di ieri e forse meno bella di quella di domani. Ken, gettato in disparte, non può fare altro che accettarlo stando un passo indietro, nell'attesa di essere validato dallo sguardo di Barbie. 

La bambola Mattel nasce nel 1959 presentandosi da subito sul mercato con le sue problematicità: troppo scandalosa per l'epoca perché "solo" una donna che non è né moglie né madre da un lato, e mezzo di imposizione di canoni estetici inarrivabili dall'altro. È chiaro che la sua figura sia cambiata nel tempo abbracciando, secondo una logica di mercato, gli ideali del femminismo: da stereotipo a Barbie può essere tutto ciò che vuole e, insieme a lei, anche le donne.

Questo è lo scenario che la regista Greta Gerwig ci racconta nel prologo di Barbie, citando i primi minuti di 2001: Odissea nello spazio (1968) di Stanley Kubrick. Qui però non è il fallocentrico monolite ad arrivare sulla terra, ma una gigantesca Barbie, che getta la sua ombra su un gruppo di bambine annoiate dall'esclusiva possibilità di giocare con la proiezione del loro futuro ruolo di madri. Non sono le ossa a diventare armi di distruzione ma i vecchi e indesiderati bambolotti. Ed è qui che, ricorrendo alla transizione più famosa della Storia del cinema, Gerwig non ci porta nello spazio ma a Barbieland, luogo in cui i meccanismi di genere sono completamente invertiti.

La sfida assegnata alla regista, che non solo dirige ma anche scrive il film insieme al compagno Noah Baumbach, non è di poco conto: prendere in mano un progetto di lunga data e trovare una collocazione tra capitalismo puro e femminismo, Blockbuster e autorialità. Il film di Greta Gerwig sta esattamente in mezzo e, seppur sommerso dal merchandise, riesce a far sentire la sua voce in modo molto chiaro e personale. Il gioco è lampante e a tratti volutamente elementare: quello che succede ai Ken è la Storia delle donne, la Storia del patriarcato (quello senza i cavalli), la Storia del mondo reale con cui dolorosamente per Barbie, meno per Ken, i due si scontrano. 

La parabola di Ken è la nostra parabola femminile: la cultura lo rende consapevole, lo emancipa e lo porta a rivendicare i suoi diritti che poi, gli vengono soffiati senza la possibilità di vivere in un mondo in cui le battaglie ideali condotte diventano concretezza. Basta un attimo di distrazione e tutto torna come era prima. È sufficiente un attimo di debolezza, un breve cessate le armi, perché la Costituzione venga riscritta.

Mentre Ken passa da una condizione inconsapevole alla ricerca del potere che gli è dovuto in quanto uomo, Barbie deve condurre una battaglia su due fronti. Arrivata nel mondo reale a causa di un malfunzionamento, prova per la prima volta sulla sua pelle di plastica il disagio di esistere all'interno di un corpo di donna, costantemente oggettificato e messo alla mercè di qualsiasi uomo, forze dell'ordine incluse. 

Barbie conosce l'imbarazzo, la tristezza e il bisogno di coprirsi per proteggere il suo corpo: ovviamente sarà inutile. Contrariamente a un Ken sempre più euforico davanti alle leggi del patriarcato (che comunque non gli sarà così amico perché per il patriarcato nulla è mai abbastanza), scopre di non essere la donna più amata dalle bambine ma al contrario fonte di insicurezze estetiche. La Gen Z la rifiuta, la accusa di essere una fascista, ma la sua figura diventa comunque elemento conciliante tra due generazioni, tra una madre e una figlia che in qualche modo, grazie a lei si vedono nella loro diversità (sacrosanto smantellamento anche del concetto di sorellanza). 

Una volta tornata a Barbieland però, non trova il buon vecchio potere femminile ma equilibri completamente sconvolti dalla militanza patriarcale della coalizzazione dei Ken. Greta Gerwig attraverso un semplice, a tratti un po' dispersivo, gioco di ruoli, vuole dirci qualcosa di molto semplice e tangibile: il patriarcato è ovunque e si radica con estrema facilità, anche dove non lo vediamo, anche dove siamo sicuri di non trovarlo. Dietro ai toni della commedia si cela in realtà un femminismo molto duro e anche amaro. E il destino di Barbie stereotipo? Lei può essere tutto, e tutto significa anche indossare una maglia bianca, dei jeans, un anonimo blazer beige e delle Birkenstock (quelle rosa), essere delle ragazze normali con il desiderio di scoprirsi in tutte le accezioni del termine. Quindi quale modo migliore, per cominciare, di una bella visita ginecologica?

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)

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