Un sogno chiamato Berlinguer

Finalmente un'opera storica che non ha paura di mostrarla, la storia. Per troppo tempo, cercando goffamente di imitare progetti ambiziosi e riusciti, il modello nostrano del biopic è risultato in un banale resoconto di eventi e personaggi tenuti insieme da un dramma umano spicciolo, azzerando la dimensione politica e omogeneizzando il tutto come "storia di persona tormentata che ha fatto delle cose" senza capire mai perché queste cose venivano fatte, quale era, appunto, la grande ambizione del personaggio raccontato. Per evitare ogni malinteso ed equivoco, Andrea Segre sceglie un approccio radicalmente opposto, alla stregua del documentario. Eppure la testimonianza, il punto di vista principale, il conflitto ed il progresso narrativo sono tutti di Berlinguer, resuscitato solo tramite una profonda drammaturgia (e una eccellente performance), non filmati d'archivio. "Berlinguer: La Grande Ambizione" osa mettere il pubblico davanti ad una storia che prende posizione in un periodo storico in cui quel prendere posizione viene distorto in "schierarsi", un film che non funge da panegirico per i compagni e per il compianto segretario, ma che in due ore elabora la sintesi di un progetto, dei suoi passi avanti, dei suoi passi falsi, e della sua tragica e infame fine, portato sulle spalle di un uomo non più grande di altri, ma semplicemente più speranzoso.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)