BUGONIA: il mito nell'era della simulazione

25.10.2025

Con Bugonia (2025), Yorgos Lanthimos conferma la sua capacità di mettere in scena il contemporaneo come spazio di crisi e di interrogazione. Il film, liberamente ispirato al mito virgiliano della bugonia – la nascita delle api dai corpi in decomposizione dei buoi sacrificati – non è soltanto un racconto, ma un dispositivo concettuale. In esso il mito diventa lente attraverso cui osservare la modernità: un mondo che tenta di rigenerarsi attraverso la propria decomposizione, che trasforma la corruzione in metodo e la putrefazione in estetica. Emma Stone interpreta Michelle, amministratrice delegata di una potente multinazionale biotecnologica. Viene rapita da due giovani convinti che sia un'aliena intenzionata a distruggere la Terra. In questa trama essenziale, Lanthimos costruisce una parabola sulla paranoia del presente e sulla fragilità dell'umano. Il rapimento è rito e performance, sacrificio e simulazione, teatro di un esorcismo collettivo che confonde fede e manipolazione. Come in una riscrittura del mito antico, la rigenerazione non nasce più dal corpo morto dell'animale, ma dal corpo esposto dell'essere umano: corpo sorvegliato, misurato, digitalizzato.  L'alveare che il titolo evoca non è più quello della natura, ma quello del biocapitalismo, in cui ogni individuo è cellula produttiva, parte di un organismo impersonale che sopravvive nutrendosi delle sue stesse vite. 

La regia di Lanthimos è geometrica, clinica, calibrata con precisione quasi architettonica. Robbie Ryan, direttore della fotografia, costruisce un impianto visivo in cui la luce non illumina ma incide, non rivela ma sterilizza. Gli spazi sono neutri, asettici, saturi di bianco e di vetro, come se la realtà stessa fosse stata sottoposta a un processo di disinfezione percettiva. Le inquadrature, spesso statiche e simmetriche, evocano l'universo formale di Stanley Kubrick, ma la freddezza di Lanthimos è meno metafisica e più sociologica: è la freddezza di un mondo in cui il potere non ha più volto, ma solo struttura.  In questo senso, Bugonia mette in scena la "società del controllo" di cui parlava Foucault, dove l'occhio non è più esterno ma interno, e la sorveglianza si confonde con l'autocoscienza. Lanthimos costruisce un cinema che interroga la forma e la relazione tra spettatore e immagine. Non offre empatia, ma distanza; non cerca emozione, ma riflessione. La sua è una poetica della sospensione, un invito a osservare invece di partecipare, a pensare invece di aderire. In questo modo, Bugonia diventa una macchina teorica, una riflessione sull'atto stesso del guardare. Il corpo, in tutto ciò, non è semplice presenza fisica, ma campo semantico. È luogo del potere, superficie su cui si scrivono i conflitti etici e ideologici del tempo. Lanthimos, come già in The Killing of a Sacred Deer o in Poor Things, usa il corpo come linguaggio. In Bugonia lo fa diventare reliquia e rovina, simbolo della tensione tra purezza e contaminazione. L'immagine del corpo femminile, al centro del racconto, è insieme oggetto di violenza e strumento di rigenerazione: l'ennesimo sacrificio necessario per mantenere in vita l'illusione del progresso. 

L'antico mito della bugonia si reincarna così in chiave biopolitica: ciò che rinasce non è più la natura, ma il sistema stesso, capace di autoalimentarsi trasformando la morte in segno di efficienza. Il film si muove su un crinale che unisce filosofia e visione. Lanthimos sembra chiedersi cosa resti dell'umano in un mondo che ha delegato ogni gesto vitale alla tecnologia, ogni atto morale all'amministrazione, ogni desiderio al consumo. L'universo di Bugonia è dominato dalla simulazione, e in questo risuona il pensiero di Baudrillard: il reale non scompare, ma si moltiplica, si riproduce fino a diventare copia di sé stesso. Il confine tra realtà e rappresentazione si dissolve, e lo spettatore, insieme alla protagonista, si ritrova prigioniero di un labirinto di segni. Il rapimento, da evento narrativo, diventa condizione epistemologica: siamo tutti rapiti dal linguaggio, tutti ostaggi dell'immagine. In questa prospettiva, il cinema di Lanthimos si configura come un laboratorio dell'ontologia visiva. Bugonia non rappresenta la realtà, la seziona. La mette sotto vetro come un campione biologico, per mostrarne le fibre, le nervature, le deformazioni. La sua freddezza non è disinteresse, ma precisione chirurgica. È la freddezza del microscopio, non quella dell'indifferenza. 

Lanthimos non giudica, osserva. Non consola, interroga. E lo fa con una lucidità che si avvicina più alla filosofia che alla narrazione. Il ronzio che attraversa il film – continuo, basso, ininterrotto – è la vera colonna sonora del contemporaneo. È il rumore bianco della connessione perpetua, il suono della mente collettiva che non riesce più a tacere. È la voce dell'alveare globale in cui viviamo, dove ogni individuo è connesso e, per questo, indistinguibile. Quel ronzio non è solo un effetto sonoro: è una metafora del presente, un richiamo biologico e tecnologico insieme. Alla fine, Bugonia non offre risposte. Non cerca catarsi né redenzione. Resta sospeso in una forma di interrogazione aperta, come se il film stesso fosse un organismo vivente che continua a mutare anche dopo la fine della proiezione. In questa sospensione risiede la sua forza: la capacità di restituire al cinema la sua funzione più alta, quella di pensare attraverso le immagini. Yorgos Lanthimos, con questo film, costruisce un'anti-utopia visiva che parla di noi senza mai nominarci. Il suo sguardo seziona l'umanità come un'entità biologica e simbolica, rivelandone l'inquietudine costitutiva. Bugonia è dunque più di un film: è un saggio sull'epoca della sorveglianza e della simulazione, un trattato visivo sull'illusione della rinascita. È il cinema che si guarda allo specchio e, per un istante, non si riconosce.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)

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