Come Bruce Springsteen e Scott Cooper si sono liberati dal nulla.

26.10.2025

Io, con Scott Cooper, ho un rapporto da montagne russe. Amo moltissimo Crazy Heart (2010), trovo solido, anche se irregolare, Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace (2013), salvo con riserve Black Mass (2015) e non riesco a perdonargli l'irritante miscela di mediocrità e pretenziosità che, per me, affligge Hostiles – Ostili (2017), Antlers (2021) e The Pale Blue Eye – I delitti di West Point (2022). Mi sono seduto a vedere Springsteen – Deliver Me from Nowhere (2025) con i piedi di piombo: dubbi, aspettative basse, tutte le speranze riversate sugli attori. La sorpresa è stata trovare non solo il miglior film di Cooper dai tempi di Crazy Heart, ma un biopic musicale che "spoglia" quasi del tutto il genere dalle sue scorciatoie e dagli automatismi post-Bohemian Rhapsody: niente grandi concerti catartici, niente montaggi trionfali, niente "greatest hits" usati come stampella emotiva. Al loro posto, un racconto cupo, intimo, concentrato su un punto preciso della vita di Bruce Springsteen: la stagione di turbolenza personale e creativa che porta alla nascita di Nebraska (1982). Cooper sceglie la via più difficile: restringere il campo. Invece di riassumere un'intera carriera, osserva Bruce nel momento in cui si ritira in una casa affittata nel New Jersey, registra su un quattro piste nel suo letto, e prova a dare una forma a qualcosa che non sa ancora nominare. Il film mette al centro il lavoro, ma il lavoro come sintomo: la scrittura delle canzoni diventa il modo in cui un uomo cerca di capire perché si sente perso. È un'opera che parla di depressione senza proclamarla, di isolamento senza enfasi, del vuoto che lo "spingere avanti" non colma. La regia evita il didascalico: non c'è la scena in cui un medico formula la diagnosi, non c'è la "lezione" su cosa significhi stare male. Ci sono invece volti scavati, stanze semibuie, inquadrature che insistono sul respiro e sul silenzio, una fotografia che predilige toni spenti, tessiture quasi granulose, e un suono che accetta il fruscio, il colpo d'aria, il rumore domestico. È una coerenza estetica che rimanda direttamente alla natura spoglia dello stesso album. 

Nel costruire questo spazio di ascolto, Deliver Me from Nowhere ha un merito raro nel cinema musicale di oggi: mostra davvero il processo. Vediamo le esitazioni tecniche, microfoni, distanze dalla capsula, cassette senza custodia, e, soprattutto, le scelte artistiche: quali imperfezioni tenere nel mix, quanta aria lasciare tra voce e chitarra, come far combaciare l'acustica della stanza con l'acustica interiore. È cinema che rispetta l'artigianato e, al tempo stesso, la fragilità. L'industria vorrebbe liscio, pieno, radio-friendly; il film insiste su un artigianato controcorrente: mantenere le crepe perché lì passa il senso. In questo braccio di ferro, Jeremy Strong dà spessore a Jon Landau: non un manager caricaturale che impone "il singolo", ma un alleato ostinato e affettuoso che trattiene Bruce dal cadere e, quando serve, lo lascia camminare da solo. È un ritratto finalmente diverso della figura del manager: non un predatore né un santo, ma adulto che sa quando proteggere e quando farsi da parte. Il film, però, non si esaurisce nel "laboratorio". Cooper lo radica in un paesaggio emotivo fatto di memorie e influenze. Il cinema che Bruce guarda, La Rabbia Giovane di Terrence Malick, La morte corre sul fiume di Charles Laughton, non è citazionismo da cinefilo in cerca di applausi, ma parte del suo mappamondo morale. Badlands offre un'America marginale, spoglia, percorsa da una violenza senza grida: un'eco che in Nebraska diventa una ballata sul senso di colpa, alienazione, pietà. La morte corre sul fiume introduce l'ombra del padre e dei padri, la paura notturna che scende sulle case silenziose: il film di Cooper la fa vivere nel rapporto tra Bruce e Douglas, interpretato da uno straordinario Stephen Graham. All'inizio sembra il solito conflitto padre-figlio, ma via via emergono delicatezza, rimorso, tenerezze conquistate a fatica. Non c'è un "redemption arc" comodo: c'è la consapevolezza che certe ferite non si chiudono, e che l'amore, quando c'è, suona meglio se non cancella il dolore. Jeremy Allen White fa qualcosa di difficile: non imita, abita. Non cerca il cosplay della voce o la catalogazione dei gesti iconici; costruisce un Bruce trattenuto, a volte quasi invisibile alla macchina da presa, come certi uomini che parlano davvero soltanto cantando. La sua performance è tutta nei dettagli: c'è una scena, verso la fine, in cui l'emozione gli attraversa il volto come una frattura improvvisa: piange senza volerlo, senza spettacolo, e la sala si fa piccola. Sulle sequenze musicali l'attore regge la prova con misura: l'atto del cantare viene mostrato come sforzo del corpo e della mente. È lì che il film vince: toglie il glamour e restituisce peso. Accanto a lui, Strong è perfettamente misurato: uno dei suoi rari ruoli in cui il carisma non è affilato ma poroso. Odessa Young, meno presente di quanto avrei voluto, cammina con eleganza su un terreno spesso battuto: una presenza calda che segnala, con gesti minimi, come la vita intorno a Bruce provi a tenerlo ancorato. Stephen Graham, lo dicevo, è il cuore pulsante della parte "familiare": non cede alla tentazione del padre-mostro né a quella del padre-santo, e lascia che siano gli spigoli a raccontare. Il casting funziona perché nessuno "ruba" la scena; tutti entrano e escono dal quadro per servire la stessa idea: questo non è un film su un mito, è un film su un uomo che prova a capire perché sta male mentre fa il lavoro che ama.

La struttura evita gli inevitabili "saliscendi": niente ascesa, caduta, redenzione scandita dai tre atti e convalidata dall'ovazione finale. Sì, Bruce chiede aiuto, come accadde davvero, ma Cooper rifiuta l'impalcatura edificante. Non è un film "sul guarire", è un film su cosa succede mentre ancora non si guarisce: la sospensione, la confusione, le giornate che non si piegano alla volontà. Questo approccio ha anche dei rischi: il ritmo, specialmente nel secondo atto, talvolta rallenta più del necessario; alcune ripetizioni di stati d'animo potevano essere asciugate. Ma preferisco di gran lunga questi inciampi alla perfetta lucidatura narrativa di tanti biopic che confondono chiarezza con semplificazione. Deliver Me from Nowhere sceglie la chiarezza senza barare: non spiega troppo e non ricatta lo spettatore con l'applauso. C'è, in filigrana, un discorso limpido sull'industria culturale. Il mondo intorno a Bruce vorrebbe "la canzone giusta" per capitalizzare l'onda dei suoi successi: è il tipico momento in cui un biopic costruisce il suo antagonista nel "sistema" e prepara il trionfo dell'artista puro. Cooper evita l'ovvio: il sistema è una presenza, certo, ma non è il vero nemico. Il vero antagonista è l'opacità interiore, il "nulla" del titolo: sentirsi fuori posto in ogni posto, non riconoscersi neppure allo specchio. Il film mostra che creare non basta a scacciare l'oscurità; al massimo, la contiene, le dà un nome provvisorio, la rende raccontabile. In questa onestà c'è la differenza tra un'agiografia e un'opera che può davvero accompagnare la musica che racconta. Il risultato è un "pezzo compagno": non sostituisce Nebraska, non pretende di dirci di più delle canzoni, ma ci mette accanto al loro nascere, e così ne allarga il campo emotivo. Dal punto di vista visivo e sonoro, Cooper e i suoi collaboratori cercano costantemente l'essenziale. La fotografia predilige un freddo tiepido, i corridoi, le case di legno e l'intonaco spento. Il montaggio concede tempo agli ambienti, alle pause tra una parola e l'altra. Il suono è la vera spina dorsale: non solo le canzoni, ma il modo in cui il mondo suona quando non si parla. L'eco che vibra, il vento che passa sotto la porta, i passi nel corridoio di notte. È un film che chiede allo spettatore di ascoltare, non di consumare. E quando, ogni tanto, lascia intravedere il Bruce "pubblico", lo fa senza addobbi: un frammento basta per ricordarci che il mito non è scomparso, si è solo fatto da parte perché qui c'è qualcos'altro da guardare. Non è un'opera perfetta. Qualche passaggio verbale ribadisce ciò che l'immagine aveva già suggerito; un paio di personaggi di contorno restano a metà strada tra funzione e vita; un'ultima stretta di montaggio avrebbe reso l'insieme ancora più compatto. Ma Deliver Me from Nowhere ha la qualità più rara per un biopic: la sincerità. Non idolatra, non infierisce, non pretende di "spiegare" l'artista meglio dell'arte. Mette in scena il coraggio dell'atto creativo e la viltà che a volte proviamo come persone, quando ci nascondiamo, rimandiamo, feriamo chi ci sta accanto. Mostra che le due cose possono coesistere nella stessa stanza, nello stesso corpo, nello stesso giorno.

Alla fine, ho capito perché è il miglior Cooper dai tempi di Crazy Heart: perché torna dove Cooper riesce, quando mette al centro un essere umano e una voce. Con Crazy Heart raccontava un uomo al tramonto che cercava ancora una canzone. Qui racconta un uomo nel pieno del talento che cerca la strada per non perdersi. Nel mezzo ci siamo noi. Uscendo dalla sala non si ha la sensazione di aver "imparato tutto su Springsteen"; si ha quella, più preziosa, di aver passato del tempo nella sua solitudine. E di averla rispettata. Springsteen – Deliver Me from Nowhere non reinventa il cinema, e non deve. Fa una cosa semplice e difficile: restituisce a un artista il diritto di essere uomo nel momento in cui crea. Chi cercava il musicalone pieno di luci rimarrà deluso; chi cercava uno sguardo onesto troverà un film che ascolta, osserva, e, quando serve, tace. In un genere ormai standardizzato, è già moltissimo. 

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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