Come sta il cinema in Italia? Tendenze e prospettive del settore cinematografico italiano

Lo streaming ha vinto la battaglia della quantità e della comodità; il film è a un clic, il popcorn è di casa e il pigiama è d'obbligo. Tuttavia, l'esperienza della sala permette al film di rimanerti addosso. Ǫuante volte vi siete dimenticati un film visto in sala e quante volte invece è sparito, sotto la coperta in pile, ai titoli di coda?
Le piattaforme di streaming hanno ridefinito le abitudini di consumo, la pandemia ha accelerato un processo di disaffezione verso sale e teatri, è svanito il rapporto di fiducia e desiderio tra il pubblico e l'esperienza cinematografica. I dati parlano chiaro: le presenze nelle sale italiane non sono ancora tornate ai livelli pre-pandemia. Ad agosto 2025, i cinematografi italiani hanno registrato un -30% sul box office del 2024 e -46% rispetto al 2023 (fonte: Cinetel). Alcuni film-evento, come i blockbuster hollywoodiani o le commedie nazionali più attese, riescono a riaccendere per brevi periodi l'interesse del pubblico, ma la costanza è ancora lontana. Le uscite minori, soprattutto quelle d'autore, faticano a emergere, schiacciate da un mercato che tende a privilegiare i colossi hollywoodiani o la serialità televisiva.
Eppure, in mezzo a questo scenario complesso, ci sono segnali incoraggianti. Sempre più sale stanno puntando su esperienze immersive, incontri con registi e attori, rassegne tematiche e collaborazioni con le scuole. In alcune città, i cinema di quartiere possono tornare a essere luoghi di comunità, dove si va non solo per vedere un film, ma per condividere un momento culturale. Secondo quanto riportato nella conferenza stampa sul "Mercato Cinema", pubblicata annualmente da Cinetel, si rileva che nel 2024, oltre ai film di nuova uscita, sono stati distribuiti in sala anche 673 nuovi contenuti complementari (eventi, riedizioni evento, riedizioni, cortometraggi; +213 rispetto al 2023) per un incasso di € 19.9 milioni (il 4% del box office totale del mercato; il 2,8% nel 2023) e 2.5 milioni di presenze (il 3,6% del totale; il 2,2% nel 2023).
In questo contesto, i film italiani, inseriti all'interno di percorsi e iniziative di questo tipo, possono diventare un efficace strumento di divulgazione, capace di avvicinare nuovamente il pubblico al piacere del cinema condiviso.
Spesso, dietro ai numeri del box office, si nasconde una dinamica meno evidente: i film italiani vengono costantemente messi in competizione con le produzioni straniere, ma quando arrivano in sala titoli nazionali di forte richiamo, l'affluenza complessiva cresce. Analizzando i report settimanali di Cinetel, emerge come le uscite italiane ben promosse non solo conquistino il pubblico, ma contribuiscano a riportare più persone al cinema, generando un effetto trainante sull'intero mercato. I primi 10 titoli di produzione nazionale hanno incassato in totale al box office 58.8 milioni di € (il 48,4% della quota del box office nazionale) mentre i primi 15 titoli hanno incassato 73.3mln di € (il 60,4% della quota del box office nazionale). Ǫuesto suggerisce che il pubblico ha una propensione a premiare i prodotti nazionali quando percepiti come qualitativi, attraenti o mediatici e la creazione di attività collegate alla visione, come la presenza di ospiti in sala, mostre, concerti o workshop, ha dimostrato di incrementare l'affluenza, attirando un pubblico più ampio.
Nonostante questa evidenza, il Governo e le istituzioni sembrano procedere in direzione opposta, proclamando il comparto "più sano che mai" e lasciando, di fatto, i lavoratori del settore in balia di un sistema ormai fragile, che senza finanziamenti strutturali e progetti di lungo periodo rischia di non potersi sostenere.
Numeri gonfiati, fondi opachi e aziende fantasma

La mia intenzione non è quella di realizzare un articolo d'inchiesta; tuttavia, è necessario riportare alcuni dati e fatti significativi che aiutino a chiarire la situazione attuale del cinema italiano.
Negli ultimi anni il Governo ha costruito una narrativa trionfale sullo "stato di salute" del cinema italiano. I comunicati del Ministero della Cultura celebrano record di produzione, un export in crescita e un sistema di finanziamenti considerato "modello europeo". Tuttavia, dietro alle dichiarazioni di facciata, si nasconde una realtà ben più complessa e in parte scomoda: fondi gestiti con scarsa trasparenza, aziende nate solo per incassare contributi pubblici, e un sistema di tax credit che favorisce chi ha già potere economico, lasciando ai margini le produzioni indipendenti.
Secondo i dati ufficiali pubblicati dal Ministero della Cultura, il Fondo per il cinema e l'audiovisivo dispone oggi di oltre 690 milioni di euro all'anno. Una cifra che, nelle parole del ministro Giuli, "pone l'Italia tra i Paesi più generosi al mondo verso il cinema".
Peccato che molti di questi numeri siano presentati in modo fuorviante.
Le somme annunciate comprendono anche fondi mai effettivamente erogati, crediti d'imposta ancora bloccati da verifiche e, in alcuni casi, importi sovrapposti tra diverse voci di bilancio. Un'indagine interna del MiC ha portato alla revoca di 66 milioni di euro di crediti d'imposta già concessi e al blocco di ulteriori 22 milioni per irregolarità documentali e costi di produzione gonfiati (Ansa, 14 luglio 2025). In particolare, sono state segnalate alla Guardia di Finanza 122 opere sospette, alcune delle quali mai realizzate, come il caso del film Stelle della Notte, risultato un "film fantasma" per cui era stato chiesto un credito d'imposta di circa 836 mila euro (Repubblica, 26 giugno 2025; AP News, 5 luglio 2025). Tra il 2019 e il 2023, su 1.354 opere (film e documentari) che hanno richiesto il tax credit, ben 598 non sono mai state distribuite nelle sale cinematografiche, corrispondenti al 44% del totale (Il Fatto Ǫuotidiano, 18 settembre 2024). Insomma, è un gioco di specchi contabili e seguire il flusso del denaro pubblico nel cinema è quasi impossibile. Dietro l'autocelebrazione ministeriale si nasconde una macchina burocratica che redistribuisce fondi pubblici con criteri opachi, penalizzando chi davvero produce cultura e innovazione.
I grandi nomi si spartiscono la torta; gli altri sopravvivono ai margini, tra bandi incomprensibili e burocrazia asfissiante.
Nonostante l'andamento preoccupante del settore, la narrazione politica ha finito per anticipare le scelte contenute nella Legge di Bilancio sul Fondo per il cinema e l'audiovisivo. Nella prima bozza della manovra erano infatti previsti tagli consistenti: 190 milioni di euro nel 2026 e 240 milioni nel 2027, una riduzione che avrebbe portato la dotazione del fondo dagli attuali circa 700 milioni annui a poco più di 500 milioni. In seguito alle proteste del settore, le cifre sono state parzialmente riviste, ma la manovra mantiene comunque una contrazione significativa delle risorse, con 150 milioni di taglio nel 2026 e 200 milioni nel 2027 (Ansa, 22 ottobre 2025). Il risultato è un ridimensionamento strutturale del principale strumento pubblico di sostegno al cinema italiano.
Va da sé che la riduzione delle risorse disponibili, unita alla scarsa trasparenza nella gestione dei fondi, rischia di rafforzare un meccanismo già esistente: quello che concentra i finanziamenti nelle mani di poche grandi produzioni. Il risultato è un progressivo impoverimento del tessuto cinematografico, con il cinema indipendente sempre più escluso dai sostegni pubblici e una parte crescente degli addetti ai lavori lasciata senza reali opportunità.
Sale e autori al centro

Rimettere sale e autori al centro dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi politica culturale sul cinema, con l'obiettivo di innovare, appassionare e affermarsi a livello internazionale. Confondere la qualità di un'opera con i suoi incassi significa spesso premiare produzioni di taglio puramente aziendalistico, lontane dal concetto di cultura e innovazione. I fondi pubblici vengono invece spesso distribuiti seguendo logiche di rendimento economico o di affidabilità delle grandi società di produzione, finendo per privilegiare chi è già strutturato e consolidato nel mercato.
Ma chi stabilisce che innovazione e sostenibilità economica siano incompatibili? In altri paesi europei il modello è diverso. In Svezia, ad esempio, il sistema di finanziamento gestito dallo Swedish Film Institute prevede sostegni che non si limitano alle case di produzione, ma che possono essere richiesti anche per lo sviluppo di sceneggiature e progetti creativi, coinvolgendo direttamente sceneggiatori e autori nelle prime fasi del processo creativo. L'istituto sostiene infatti il cinema lungo tutta la filiera, dallo sviluppo della sceneggiatura alla produzione, fino alla distribuzione e promozione, con programmi dedicati anche alla scoperta di nuovi talenti.
Un approccio simile si trova anche in Danimarca, dove il Danish Film Institute assegna parte dei finanziamenti attraverso commissioni di esperti e consulenti artistici che valutano i progetti sulla base di qualità, originalità e potenziale artistico, oltre che sulla loro sostenibilità produttiva. Ǫuesto modello, orientato alla valorizzazione della visione degli autori e alla sperimentazione creativa, ha contribuito negli ultimi decenni a rendere il cinema danese sempre più riconosciuto nei principali festival internazionali e competitivo sul piano globale.
Per quanto riguarda le sale, dobbiamo considerare che negli ultimi anni, le finestre di esclusiva cinematografica, ovvero il periodo che intercorre tra l'uscita di un film in sala e la sua distribuzione sulle piattaforme digitali, si sono progressivamente ridotte. In Italia, il decreto Franceschini del 2022 ha fissato a 90 giorni la durata minima della finestra per i film che ricevono contributi pubblici (al momento non sono disponibili informazioni ufficiali che indichino quali film italiani abbiano effettivamente rispettato la finestra esclusiva di 90 giorni), con possibilità di riduzione a 60 giorni per titoli distribuiti in meno di 80 sale o con meno di 50.000 spettatori nelle prime tre settimane. Nei casi di "uscite evento" o programmazioni limitate, il periodo può scendere fino a 10 giorni. Una flessibilità nata per rispondere ai cambiamenti delle abitudini di consumo e alla pressione delle piattaforme, ma che ha finito per indebolire la centralità della sala, riducendo la percezione di vedere un film al cinema come un evento.
A livello europeo, il quadro resta più tutelante: in Francia, ad esempio, la finestra resta fissata a quattro mesi. Un allineamento a questi modelli, con una maggiore tutela per le sale, potrebbe contribuire a ristabilire il valore economico e culturale della visione collettiva, garantendo al contempo un equilibrio più sostenibile tra l'uscita in sala e quella digitale.
Divulgazione e social media

Esercenti, maestranze e appassionati sono in isolamento, e il pubblico dev'essere riconquistato. L'interesse va catturato e per riuscirci serve una forza divulgativa reale, capace di intercettare le persone attraverso i mezzi più diretti: i social media. Non è una novità, ma un'esigenza da rafforzare. Sebbene una parte dei cinefili resti diffidente verso i contenuti brevi e verticali, lontani dallo stile e dai tempi del linguaggio cinematografico, si tratta di un compromesso necessario, che ha già portato ottimi risultati.
Progetti editoriali e campagne di promozione costruiti interamente sui social possono rappresentare una via diretta verso le sale. Concentrando gran parte della comunicazione, della divulgazione e della connessione con il pubblico su questi canali, il settore potrebbe ottenere risultati immediati, capaci almeno di farlo respirare.
Diversi critici cinematografici hanno abbandonato definitivamente una forma di divulgazione tradizionale per approcciare al mondo social pubblicando video, analisi e promozione di eventi dal vivo, ottenendo così ampia visibilità. Considerata la mancanza di sostegni istituzionali e la difficoltà di attrarre pubblico, questa sembra essere la direzione più concreta su cui i cinematografi potranno fare affidamento per un ulteriore tentativo di riempire le sale.
Il cinema per tutti

Un argomento cruciale e ancora troppo poco dibattuto riguarda le persone che non dispongono di tutte le capacità fisiche e sensoriali, e che continuano a essere private della possibilità di fruire della sala cinematografica in modo comodo e inclusivo. Prendendo in considerazione i dati pubblicati da Audecon (Osservatorio sull'inclusione e accessibilità audiovisiva), emerge che il 77,5 % dei film italiani del 2024 e del primo semestre del 2025 non erano fruibili dalle persone con disabilità sensoriali.
Le leggi non mancano: l'accessibilità universale è uno dei principi cardine della Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, e in Italia, con la legge cinema (n. 220/2016) si riconosce l'importanza e il valore sociale, culturale ed economico dell'accessibilità delle opere audiovisive.
Tuttavia, l'esistenza delle norme non è sufficiente: perché l'accessibilità sia reale, è necessario che il prodotto audiovisivo e la struttura fisica della sala vengano concepiti e gestiti con criteri inclusivi.
L'industria audiovisiva, produttori, distributori, esercenti, sale, ha una fortissima responsabilità nel promuovere l'inclusione, assicurando che ogni contenuto e ogni luogo sia fruibile anche da persone con disabilità. Le priorità sugli investimenti dovrebbero essere volte non (o non solo) a rendere la zona bar più capiente e accattivante, ma a rendere le sale e i percorsi fisici accessibili, garantendo strutture, sedute, vie di accesso, ausili e percorsi d'emergenza adeguati.
Considerando tutti questi aspetti possiamo solo aggiungere che riportare le persone nei cinema significherebbe ridare lavoro a un settore ormai pieno di serrande abbassate, offrire alle medio- piccole imprese la possibilità di produrre senza soccombere di fronte a megaprogetti milionari e restituire dignità a un ambiente sociale e culturale compromesso da istituzioni che tentano di sedare il naturale processo di crescita culturale.
Servirà crederci, servirà lottare.
Articolo a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Davide Franceschinis)