Don't Worry Darling, per combattere la noia e perpetuare l'indipendenza

Alice (Florence Pugh) si è trasferita da poco assieme al marito Jack (Harry Styles) in una comunità chiamata Victory, una città nel bel mezzo del deserto californiano che ospita le famiglie degli uomini che lavorano al progetto top secret del guru Frank (Chris Pine). Non è possibile sapere a cosa i mariti lavorino, le mogli non possono chiederlo, sono costrette per contratto a non fare alcuna domanda, quello che si sa è che di tanto in tanto la terra trema a causa di alcuni esperimenti. Margaret(Kiki Layne), avventuratasi in zone proibite del deserto assieme al suo bambino, ritorna sola e farneticante su un suo possibile rapimento, una sorta di punizione. Alice si rende conto che dietro il velo di perfezione della cittadina si nasconde qualcosa di strano e oscuro e inizia quindi a cercare delle risposte.
Il film di Olivia Wilde nasce a detta della stessa regista da una suggestione estetica, quella della Casa Kaufmann, l'edificio realizzato tra il 1936 e il 1939 da Frank Lloyd Wright per Edgar J.Kauffmann, struttura conosciuta anche con il nome di Fallingwater. L'altra ispirazione arriva dalla fine degli anni '50, dalle loro case minimali arredate in stile mid century ai vialetti perfettamente curati, dai prati quasi artificiali alle casalinghe che salutano i loro mariti, uomini in giacca e cravatta pronti a fare carriera.
La riproduzione del Rat Pack "Per combattere la noia e perpetuare l'indipendenza. Noi ci ammiriamo e non ci importa di nessun altro..." è stata fortemente influenzata dalla fotografia di Slim Aarons, portavoce tramite i suoi scatti di un'intera iconografia, indelebile nella storia americana, quella dei sogni e dei valori apparentemente inscalfibili. Nel riproporre questo tipo di immaginario la Wilde afferma di voler concentrarsi sulla natura problematica di questo tipo di nostalgia, chiedendosi cosa significhi proporre uno slogan come "Make America Great Again" nel presente.
In Don't Worry Darling tutto è metaforico, ogni sequenza vorrebbe far trasparire un messaggio che non è leggibile solamente nell'immagine, ma anche e soprattutto attraverso il testo, sintetizzando un'ideale che va oltre lo stesso film, un messaggio che tratta, o perlomeno dovrebbe farlo, di emancipazione femminile e sovversione dell'individuo contro il sistema capitalistico imposto dal modello americano. Victory non è soltanto un'idilliaca cittadina, un paradiso sociale, ma è anche e soprattutto un modello contro cui combattere, un sistema patriarcale da abbattere, un loop millenario da spezzare.
Nel film è presente una singolarità di base, ovvero che nella bellezza si nasconde qualcosa di oscuro e malvagio, sintomo di quanto la sceneggiatrice Katie Silberman e la Wilde abbiano prestato attenzione soltanto all'esteriorità, difatti le ispirazioni sono totalmente estetiche, dimenticandosi che un corpo, uno stile di vita, una nazione, sono fatti in egual misura da parti esterne e interne, da sfumature impercettibili che possono essere esaltate soltanto da un profondo ragionamento sul tema e non di certo soltanto in fase di regia e montaggio.
Il film sembra prendere la seconda strada, portando avanti il tema attraverso ispirazioni registiche e intuizioni di montaggio fini a se stesse, derivative e fuori tempo massimo: un conto è citare la storia del cinema per motivi metafilmici, l'altro è fare un copia e incolla di queste scene per far stare in piedi il film, film che senza queste scopiazzature non esisterebbe nemmeno.(George Miller, P.T.Anderson, Nolan, Fratelli Coen, George Clooney etc.)
"C'è bellezza nel controllo. C'è grazia nella simmetria. Ci muoviamo come una persona sola..."
Il controllo è abuso, il film invita quindi ad una sovversione, tratto fondamentale della natura umana, ma con dispiacere constatiamo che la sovversione di cui parla non tiene conto delle differenze culturali e sociali, ma anzi si limita ad una visione borghese e bianca della questione, lasciando da parte la complessità del femminismo contemporaneo. Don't Worry Darling normalizza e rende superficiale ogni protesta, ogni rottura e presa di posizione contro il potere, contro il sistema patriarcale e il controllo psicofisico sul corpo femminile, diventando un prodotto del capitalismo, rendendo lampante un cortocircuito estremamente pericoloso:
innescare una falsa protesta per poi riassorbirla senza che gli spettatori se ne accorgano, rendendo inutile oltre che approssimativo qualsiasi ragionamento sui temi trattati, creando diversivi ad-hoc per sviare il discorso dal vero problema, il film stesso. Non possiamo che appurare la pessima salute del cinema americano, cinema di confezioni impeccabili ma contenuti scarsi, in questo caso raggiranti: non basta avere una bella fotografia, una buona regia, dei grandi costumisti e degli ottimi scenografi, servono le idee e le idee non devono essere pesate allo stesso modo di un budget.
Don't Worry Darling si spegne già dalle prime battute, a causa di una sceneggiatura inesistente e a delle prove attoriali inconsistenti, ripete lo stesso messaggio per tutta la sua durata fino ad annullarlo, crea immagini statiche, cartoline, e non una reale discussione, annulla il genere fantascientifico permeandolo di significati invisibili. Quello che succede a Victory perde di senso man mano che il minutaggio aumenta, non ci sono regole, gli avvenimenti sono casuali come i comportamenti dei personaggi, il world building non è pervenuto.
Ci troviamo di fronte ad un'opera che cerca di evitare in tutto e per tutto il tema che dovrebbe trattare, e almeno in questo, ci riesce alla perfezione. Dobbiamo credere in un cinema sostenibile, un cinema di idee prima che di soldi e copertine.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)