Eddington – la morte del western e del sogno americano passa per un data center

22.10.2025

QUESTA RECENSIONE CONTIENE DETTAGLI IMPORTANTI AI FINI DELLA TRAMA, LETTORI AVVISATI. 

Eddington, di Ari Aster, lo si riassume con una sensazione: l'apocalisse non è un lampo nel cielo ma uno stream infinito, un feed che scorre da cinque anni sui nostri schermi, verticali, orizzontali, tascabili, onnipresenti. Non è soltanto il tempo del post-pandemia: è l'era in cui i partiti si sfilacciano, le ideologie evaporano, la politica si riduce a superficie e il patto democratico cede sotto il peso di un io ipertrofico addestrato a obbedire a un unico comandamento: consumare, credere, condividere. Aster, come spesso gli riesce, non si limita a osservare: smonta ciò che resta del sacro, profana i simboli, li espone nel loro carico di grottesco e li lascia marcire sotto la luce secca e sfinente del presente. Il western, il mito fondativo degli Stati Uniti e del cinema, diventa il corpo da sezionare: non più cavalli e fucili, ma smartphone e commenti su Twitter; non più duelli in strada, ma raffiche di post, complotti, milizie private; non più l'orizzonte che chiama, ma un capannone di cemento che inghiotte l'acqua del deserto per alimentare server. "Un western con i cellulari al posto delle pistole", ha definito il film Aster. Eppure le pistole, prima o poi, compaiono. La differenza è che qui non conducono a una risoluzione comunitaria e catartica, non ricompongono un noi. Più Eddington finge di avvicinarsi a una tregua bipartisan più si diverte a distruggere ogni speranza di "realtà condivisa". Aster costruisce mondi che sono insieme specchio e caricatura del nostro: al punto da farci dubitare se il nostro sia ancora reale o una barzelletta di cattivo gusto prodotta dallo stress continuo, tra virus letali e sciacallaggi politici. Se esistesse un film capace di restituire l'anima del periodo Covid senza ridurlo a cronaca o tesi, probabilmente sarà questo: non perché risolva qualcosa, ma perché indica la ferita quando e dove si è incancrenita e perché deve farci paura.

La cittadina di Eddington sembra emersa da un incubo febbrile totalmente antitetico al cinema di John Ford e di Sam Peckinpah, ancora più annerito delle parabole ciniche di S. Craig Zahler e Taylor Sheridan e totalmente refrattario al romanticismo crepuscolare di Kevin Costner; Aster mette in chiaro che quel mito, la comunità che si salva unendosi, l'eroismo collettivo che tiene a bada la barbarie, non è mai esistito. Sotto la polvere del mito resta il culto dell'io: mors tua, vita mea. Primeggiare non per essere migliori, ma per avere di più; possedere, accumulare, monetizzare. Non stupisce, allora, che l'uomo ingordo di cose si affidi al sistema più ingordo di tutti: il capitale, quello delle piattaforme, vero vincitore di una storia che si finge rissa ma è, dall'inizio, colonizzazione. Sul proscenio entra Joe Cross (Joaquin Phoenix), sceriffo conservatore, febbricitante, sfiancato dall'ansia di un'ordine che credeva naturale e che invece scopre sempre più fragile. La sua non è la caricatura del razzista urlante: il film gli concede perfino una delusione triste di fronte ai tragici eventi che hanno portato alle proteste e alle violenze contro il gruppo "Black Lives Matter", come se quel movimento fosse la prova che il paese si è allontanato da una stabilità idealizzata, stabilità che Eddington sa di smontare pezzo per pezzo perché mai davvero esistita. Phoenix, qui, trova un ruolo tra i più interessanti degli ultimi anni: un corpo crepato che cerca un'autonomia sul mondo e finisce risucchiato nella sua stessa furia. Il suo Joe Cross è simbolo e artefice di un'immagine che resta addosso: uno sceriffo repubblicano, infettato dal Covid, che spara alla cieca una mitragliatrice pesante contro nemici invisibili nella notte. È l'iconografia americana degli ultimi dieci anni: fuoco a casaccio, buio ovunque, bersagli che non si riusciranno mai a vedere in tempo.

Eppure il vero antagonista, silenzioso e pervasivo, non è un volto ma un'infrastruttura. In fondo alla valle, autorizzato dal governatore Ted Garcia (Pedro Pascal) con atti che scorrono quasi sullo sfondo, si alza un data center di una mega corporation di intelligenza artificiale dal nome iperbolico e infantile, "Solidgoldmagikarp". Non sappiamo chi la possieda, quante scatole cinesi societarie la proteggano, che cosa esattamente faccia oltre "allenare" qualcosa con "dati". Sappiamo però come beve: succhia l'acqua del New Mexico in un periodo di siccità per raffreddare macchine che imparano i nostri comportamenti e li riconsegnano sotto forma di odio personalizzato, feed incessanti, pubblicità predittive e nuove dipendenze. Mentre ci dividiamo su chi sia il nemico, i senza tetto, i neri, i progressisti, i complottisti , quella fabbrica di algoritmi erode i "luoghi terzi" e separa fisicamente le persone, trasformando la piazza in timeline, la conversazione in notifica, la comunità in brand. Aster non si nasconde dietro simbologie occulte o dettagli imperscrutabili: Eddington è un film su un data center che viene costruito: questo è il punto. La trama "vera", i movimenti dell'agente causale più importante, avviene quasi tutta per questo motivo. La città conosce quel nome; non ne comprende la portata. Lo spettatore percepisce la gravità di un sole nero che curva ogni linea di forza politica ma questo sole resta apparentemente ai margini dell'inquadratura. È l'estrazione dei dati, l'influenza algoritmica, la fusione autoritaria tra privato e pubblico; è la chiamata di milizie private per operazioni clandestine, l'uso delle false bandiere per manipolare l'opinione pubblica. Non è un singolo complotto: è l'intero strato para-politico, il deep state come condizione infrastrutturale. Eddington abbonda di allusioni, più di quante i personaggi siano in grado di intuire: la paranoia non è una patologia individuale, è la forma naturale della coscienza in un mondo dove quasi tutto accade all'oscuro.

A questa massa cieca al potere Aster oppone, all'inizio, un messaggero sghembo: Lodge (Clifton Collins Jr), il clochard stonato che zoppica in paese brandendo una colomba morta, residuo di un sacro strozzato. "Siete nelle vostre scatole… credete che io sia fuori, ma sono quello dentro. Vi sputerò fuori. Primo e ultimo." Blatera, profetico e spaventoso, come l'ultimo resto di una socialità non ancora "brandizzata", confusa ma ancora libera. In lui, e nella sua minaccia di ridurre in sabbia le "scatole" di silicio, c'è l'unica visione speranzosa di futuro che Eddington offre: bruciare fino a tornare materia inerte. Quando Joe lo uccide, quel destino si sigilla. La porta della possibilità si richiude; il Covid la blocca alle nostre spalle. Siamo legati al motore che abbiamo costruito, guardiamo il mondo da finestre posticce, pilotiamo a colpi di pulsanti mentre l'insieme, gigantesco, filando verso l'orizzonte di fuoco, si pilota da sé.Il film non vuole semplicemente spernacchiare destra e sinistra; è cupamente scettico sulla preparazione del campo progressista a fronteggiare un conservatorismo mutante che si innesta nella tecnologia e usa traumi e nostalgie come leva. Il conservatorismo, suggerisce Aster, ha un piano per tutti: per il poliziotto bianco che non capisce l'ira altrui e si racconta che a sbagliare sono sempre gli altri; per il giovane deluso che si ritiene buono e pretende una ricompensa immediata; per chiunque fatichi a trovare senso in un presente senza reti di protezione. Nel frattempo, mentre litighiamo con chi frequenta "un altro angolo di internet", qualcuno prende terre native, costruisce infrastrutture fameliche, svuota i bacini, estrae valore dai nostri gesti irradiando una già presente povertà relazionale.

Il capolavoro del sistema, nel film, è assorbire e deviare la guerra civile di bassa intensità in corso da mesi, capitalizzarla, trasformarla in software che renda ancora più efficiente l'arte di farci impazzire. Joe finisce su una sedia a rotelle: non soltanto punizione karmica, ma metafora di un partito paralizzato dalle proprie allucinazioni. Joe è pietrificato dalla paura che il mondo non stia più al suo posto, prigioniero di una catechesi digitale che fornisce risposte parziali senza mai permettere un atto di comprensione. Il finale è una battuta a due voci, tragica e comica insieme: lo sceriffo, che ha cercato per tutto il film una briciola di controllo, perde perfino la padronanza del proprio corpo; il sistema, intanto, ingloba ogni rivolta, ogni lutto, ogni gesto, e lo mette a reddito.Si potrebbe scambiare Eddington per un compendio di cinismo. Non lo è. È un gesto di pietà feroce. I cittadini di questa città sono persi, paranoici, doloranti; vivono cuciti a qualcosa di orribile che non comprendono, nutriti da diete di verità parziali che rendono impossibile parlarsi. Il film li guarda senza sconti e senza scherno, rifiuta tanto il paternalismo quanto la sberla moralista. Aster chiede allo spettatore di sospendere per un momento le proprie crociate discorsive, di fare un passo indietro, di guardare quel "sole nero" che incombe e curva ogni cosa. Non domanda di rinunciare ai principi; chiede di verificare contro che cosa siano davvero in urto.

Il western è morto, sì; non nel tramonto poetico di un eroe, ma nel ronzio di un cluster. E il sogno americano non muore con un colpo secco; si spegne nella sala server, a ogni nuova unità montata, a ogni litro d'acqua sottratto al deserto. Ari Aster firma il film più importante del 2025 perché ha il coraggio di dirci che niente "tornerà a posto" e, allo stesso tempo, perché non si abbandona alla crudeltà. Guarda i suoi personaggi, e noi con loro, con un'attenzione che non è carezza ma responsabilità: la dignità di un cinema che non consola e non sfrutta, ma costringe a vedere. Se usciamo con la sensazione di stare peggio e, inspiegabilmente, di comprendere qualcosa in più, è perché Eddington ci ha levato il giocattolo del mito e ci ha messo in mano l'oggetto vero: un data center che ruggisce nel buio mentre ci chiediamo, ancora, da quale parte stia il nemico.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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