Essere visti, capiti a fondo durante una “Breve Storia d’Amore”

Parlare del film di Ludovica Rampoldi significa ripercorrere con la memoria storica quella che è stata la spina dorsale della drammaturgia cinematografica e televisiva italiana degli ultimi due decenni, un esercizio intellettuale propedeutico per comprendere appieno la portata storica e il peso specifico del suo esordio alla regia con Breve storia d'amore, opera che arriva nelle sale in questo 2025 come l'affermazione di chi il suo set lo ha costruito su carta per anni con pazienza, fornendo l'impalcatura narrativa a registi come Andrea Molaioli per La ragazza del lago, a Giuseppe Capotondi per La doppia ora, o ancora a Ivan Cotroneo per la sensibilità de La Kryptonite nella borsa, a Gabriele Salvatores per l'ambiziosa e rischiosa saga supereroistica de Il ragazzo invisibile sia nel primo che nel secondo capitolo, fino a giungere ai sodalizi di altissimo profilo autoriale e civile con un maestro indiscusso come Marco Bellocchio ne Il Traditore ed Esterno Notte e con Andrea Di Stefano nel recente e vibrante Il Maestro, dimostrando una versatilità di scrittura e una capacità di adattamento che pochi altri professionisti nel settore possono vantare. Se a questo curriculum si aggiunge poi il contributo fondamentale, se non addirittura fondativo, alla serialità che ha ridefinito l'immaginario collettivo nostrano ed esportato il nostro "saper fare" all'estero, spaziando dall'introspezione psicologica claustrofobica di In Treatment al realismo crudo e shakespeariano di Gomorra, passando per l'affresco storico-politico della trilogia su Tangentopoli 1992-1993-1994 fino alle più recenti, sperimentali e audaci The Bad Guy e I Leoni di Sicilia, appare evidente che quando si cita il nome di Ludovica Rampoldi non si sta parlando di una semplice esordiente alle prime armi che tenta la fortuna dietro la macchina da presa, ma di un'artista matura, un'autrice completa e consapevole che, dopo aver prestato la voce e le parole ai grandi maestri del nostro tempo, ha deciso finalmente di tracciare un solco personale anche sul grande schermo per quanto riguarda il delicato, scivoloso e spesso traditore terreno del dramma coniugale all'italiana. Ed è proprio su questo terreno, apparentemente il più battuto, logoro, abusato e stantio della nostra cinematografia nazionale, che il film compie il suo primo, piccolo ma significativo miracolo, poiché il suo primo film da regista si presenta superficialmente come una storia tipica, anzi archetipica dei nostri costumi narrativi, ma è animata da una feroce e costante voglia di sorprendere il pubblico, di spiazzarlo lì dove pensava di trovare conferme rassicuranti e cliché consolidati, inserendo un fuoco nascosto, invisibile ma palpabile, dentro uno dei personaggi di Breve storia d'amore, una presenza inquietante che, da sola, è sufficiente a elevare la pellicola in una categoria altra, superiore e distinta rispetto alla pletora infinita di film italiani che ogni anno, con ripetitività, tentano di dissezionare i rapporti di coppia, le dinamiche stantie tra amanti, i tradimenti consumati nella penombra e gli incontri fugaci in anonime stanze d'albergo. Questo tipo di narrazione è talmente il pane quotidiano del cinema italiano, una pietanza servita così spesso e male da aver saturato il palato degli spettatori e della critica, generando una sorta di assuefazione al dolore borghese, che non ci sarebbe nulla di male desiderare una moratoria severa che impedisca a chiunque di produrne altri per almeno dieci anni; tuttavia, qualora in uno slancio di tolleranza decidessimo di concedercene soltanto uno per questo decennio, allora la scelta non potrebbe che ricadere su Breve storia d'amore, l'unico film tra i recenti capace di ricordare a chi l'avesse dimenticato il motivo primigenio per cui raccontiamo queste storie e, soprattutto, come queste dovrebbero essere raccontate. La trama, se osservata superficialmente, parte da presupposti convenzionali, ingannevolmente semplici: due persone, Lea, una giovane adulta e Rocco, un uomo più vecchio e impegnato, si conoscono casualmente in un bar e danno il via a una relazione clandestina, ma invece di ripiegarsi sui soliti drammi esistenziali, sulle paturnie intellettualoidi e sugli sguardi persi verso l'infinito che tanto piacciono a un certo cinema d'autore sterile e compiaciuto, l'intreccio vira quasi subito verso una concretezza disarmante, fatta di problemi logistici reali, di orari da incastrare con fatica, di un albergo a ore popolato da avventori che, esattamente come i protagonisti, sono appesantiti dai problemi derivanti dai propri tradimenti, decisioni narrative che sembrano portare la storia dalle parti del thriller erotico per poi prendere un'altra strada ancora, guidata dall'idea ambigua e moralmente complessa che quella storia, che la logica e la morale comune vorrebbero evitata, è però anche terribilmente, soddisfacente. È proprio questa soddisfazione, questo piacere proibito, il punto più interessante dell'opera, e fa immensamente piacere constatare che, nonostante si tratti dell'esordio di una sceneggiatrice di lungo corso, il film non sia un'opera verbosa o letteraria, perché molta della potenza di questa relazione non viene da ciò che viene detto, ma da come i due protagonisti vengono mostrati e fatti muovere nello spazio scenico: Adriano Giannini e Pilar Fogliati sono inquadrati con una regia che ne esalta l'attrattiva epidermica, la forza sessuale, la chimica che prescinde dalle parole e che buca lo schermo, rendendo tangibile il motivo per cui due estranei decidono di rischiare tutto.

Oltre a cercare un pubblico disposto a impegnarsi nella visione e nella decodifica dei sentimenti, il film ha anche la grazia di cercarne uno che desidera un po' di sano escapismo, e possiede la bravura tecnica e narrativa di soddisfare entrambe le platee in un equilibrio precario ma riuscito. I destini delle due coppie, i trentenni Lea e Andrea, e i cinquantenni Rocco e Cecilia, collidono violentemente la sera in cui Lea conosce Rocco e inizia con lui quella relazione che appare come un tradimento come tanti, ma che prende una piega imprevista quando Lea comincia a inserirsi, come un virus o come una cura, nella vita di Rocco, fino a coinvolgere i rispettivi compagni in una resa dei conti finale che ha il sapore di una tragedia greca in abiti contemporanei, dove nessuno è innocente e nessuno è totalmente colpevole. Il film si configura così come una lunga meditazione sull'adulterio, che va ben oltre la cronaca di un tradimento per esplorare il significato psicologico profondo dell'abbandonare un porto sicuro, presunto o effettivo che sia, per esplorare impulsivamente una teorica caverna buia nella quale cercare ciò che ci ha spinto a lasciare il suddetto rifugio, rischiando di perdersi per sempre nei meandri della propria insoddisfazione. I motivi di questa fuga verso l'ignoto possono essere svariati e complessi: insoddisfazione cronica, noia esistenziale, depressione latente, vendetta, lussuria, ripicca, paranoia, terrore o molto più semplicemente la curiosità, una curiosità che per quanto possa suonare innocente in principio non tiene conto degli effetti domino, logici o puramente emotivi, che poi sopraggiungono inesorabili a travolgere ogni certezza. Inizialmente il film si pone con un atteggiamento volutamente provocatorio, costruendo un gioco sicuramente pericoloso ma intrigante, portando lo spettatore quasi a fare il tifo per il tradimento, sfidando le nostre convinzioni conservatrici e dogmatiche sulle relazioni, portandoci a sperare contro ogni logica o etica che i due non vengano scoperti, anche se razionalmente sappiamo che quella strada porta solo a sesso di nascosto, menzogne, sotterfugi e tensione continua; ma d'altronde, non è proprio questo il motivo per cui il gioco ci diverte così tanto? Non è questo il famoso, ancestrale piacere della caccia, che si fa più eccitante quando il ruolo di cacciatore e preda si ribalta continuamente per poi esplodere in pura passione? Tuttavia, non tarderanno ad arrivare le dure e amare conseguenze di questa piccante fantasia, lasciando svariate sorprese sul modo in cui la realtà si manifesterà per irrompere in questo sogno proibito, una realtà fredda e tagliente che smaschera le ipocrisie, le delusioni, e che assorbe e rinsecchisce tutto questo fiume in piena strabordante solo di menzogne; eppure, ed è qui la grandezza della scrittura della Rampoldi, il film non giudica mai chi pecca, non punta il dito con moralismo bigotto, ma piuttosto mette a nudo le crepe e le idiosincrasie del peccato stesso, il peccato universale di desiderare altro, un altro corpo, un'altra vita, un altro sentimento, una possibilità diversa da quella che il destino ci ha assegnato, mettendo in crisi la nostra concezione binaria di relazioni sane o tossiche.

A dare corpo e voce a queste pulsioni troviamo un cast in stato di grazia, diretto con mano ferma e sensibile: Pilar Fogliati è Lea, una giornalista che si autodefinisce con amara ironia "scrittrice fallita e intervistatrice di grandi donne", dotata di una memoria impeccabile che non le permette di dimenticare nulla, una "anti femme fatale" che veste questo ruolo di seduttrice come un costume di scena scomodo, vivendo un'ulteriore menzogna, una recita nella recita di una donna spezzata che spera nella ricomposizione tramite risposte che non è sicura di voler ottenere fino in fondo, ritrovandosi poi travolta nel tornado degli eventi da lei scatenati o forse solo intercettati nel momento sbagliato. Adriano Giannini offre una prova monumentale, fisica ed emotiva, nei panni di Rocco, bello e impossibile, ma fragile e delicato come poche volte è apparso nella sua carriera, un bronzo di Riace svuotato dall'interno, un guscio bellissimo ma crepato, dilaniato da un dolore che forse si porta dietro da parecchio e che non se ne va neanche con i pugni, metaforici e fisici, che prende a "scacchi-pugilato", quel bizzarro e violento hobby che sembra preferire alla compagnia della moglie Cecilia, quasi a voler sentire dolore fisico per non sentire quello dell'anima. Quest'ultima è interpretata da una Valeria Golino eccezionale, magnetica e inquietante, una lupa travestita da agnello alto borghese, terapeuta d'analisi molto particolare, nota per metodi e riflessioni poco ortodosse nei confronti della sua professione e del rapporto con i suoi pazienti, un personaggio che aggiunge uno strato di inquietudine sottile alla narrazione e che svela come anche chi cura la mente possa avere abissi insondabili e irrisolti. A chiudere il quartetto c'è Andrea Carpenzano, super in parte e assai coraggioso nel mettersi totalmente in ridicolo interpretando Andrea, il compagno di Lea, un personaggio macchietta e odioso, specchio fedele e impietoso di tutte le tendenze, le performance e le stupidità del maschio contemporaneo che finge di essere moderno, decostruito e attento, ma è solo nascosto dietro una maschera di progressismo di facciata, un attore pessimo di fiction di bassa lega che usa il lavoro come scusa per non badare alla figlia piccola, compito che puntualmente e ingiustamente ricade su Lea, evidenziando una tossicità quotidiana e normalizzata. La Rampoldi fa funzionare ogni pezzo di questa complessa scacchiera umana tramite un controllo certosino delle "onde e vibrazioni" dei personaggi, sia quando sono soli che quando interagiscono, lasciando però il giusto spazio agli attori per tratteggiare e caratterizzare quelle stesse onde con la loro sensibilità, creando un'alchimia rara. Un ruolo altrettanto cruciale, quasi da quinto protagonista, nella riuscita del film lo gioca il comparto musicale, curato con un'attenzione maniacale: oltre alle lodevoli melodie composte da Fabio Massimo Capogrosso, che immergono perfettamente lo spettatore nell'atmosfera nebulosa e imperscrutabile che i vari personaggi portano con sé, il film vanta uno dei migliori usi del "needle drop" visti recentemente, ovvero quei momenti in cui una canzone famosa irrompe per sposarsi col contesto scenico e amplificarne il senso. Tra i vari presenti, due colpiscono in modo particolare per la loro pertinenza emotiva: il primo è inaspettatamente un brano non italiano, Shake The Disease dei Depeche Mode, un pezzone iconico ma forse meno conosciuto e apprezzato di quanto meriterebbe, che irrompe in un momento apparentemente quieto, durante un montaggio di situazioni che sembrano essere diventate routine ma che in realtà celano il disturbo profondo di quella fuga dalla realtà. La scelta di questo brano non è casuale ma si lega al suo significato intrinseco e alla poetica della band: proprio come i membri dei Depeche Mode hanno spesso dichiarato, sottolineando come ci sia "una certa spinta in quello che fanno che può portare le persone a riflettere due volte sulle cose", e che c'è "molta perversione e sottintesi nei loro testi, ma nulla di diretto", così anche il film, specchiandosi in queste parole, seppur evitando un approccio spiattellato, volgare ed esplicito, mostra delle perversioni dello spirito e una fame atavica sotto le quali si cela una primordiale voglia di essere visti, ascoltati, conosciuti e capiti, solo che poi a un certo punto "scuotere via la malattia", allontanarsi da questa perversione e tornare alla normalità, diventa incredibilmente, dolorosamente difficile. Il secondo grande needle drop riguarda Nata sotto il segno dei Pesci di Antonello Venditti, un pezzo di storia senza tempo, simbolo di sogni e speranze di una generazione, spesso infranti, che appare in due momenti distinti e contrapposti: uno di massima malinconia e uno di rinnovata speranza. Nel primo caso si capisce come la finzione di questo gioco possa essere davvero lacerante nel momento in cui ci si inizia a credere, trasformando la bugia in una verità alternativa, mentre nel secondo ci si rende conto che tutto quello che si cerca e si vuole "è solamente amore", ma un amore difficile da dare, soprattutto se dobbiamo darlo a noi stessi, anzi dobbiamo proprio reimparare ad amarci prima di poter amare qualcun altro; due momenti di sincera commozione che dimostrano come la Rampoldi non si limiti a fare del suo film un vile jukebox di facili nostalgie, ma usi la musica come strumento narrativo potente ed evocativo per scardinare le difese dello spettatore.

In conclusione, Breve storia d'amore riesce nell'impresa ardua di essere simultaneamente "un ennesimo film sulle relazioni", rispettandone i canoni, e al contempo uno degli sguardi più precisi, taglienti e chirurgici sull'argomento mai visti negli ultimi anni, senza mai dimenticare il sentimento, senza lasciare indietro quel fattore umano essenziale che aiuta ad entrare ancora più dentro alla vicenda, una vicenda che in mani meno esperte, più pigre o più inclini al giudizio facile sarebbe risultata come una volgare apologia dell'adulterio o, peggio ancora, un bacchettone sermone sulla monotonia della vita di coppia, e che invece qui risplende come un diamante grezzo, affascinante e pericoloso, ricordandoci che le nostre concezioni sulle relazioni umane, spesso così rigide, conservatrici e dogmatiche, sono in realtà castelli di sabbia pronti a crollare di fronte alla marea inarrestabile del desiderio e della ricerca di sé, lasciandoci infine con la consapevolezza che forse non esistono relazioni puramente sane o tossiche, ma solo tentativi disperati e bellissimi di connessione in un mondo sempre più frammentato.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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