Tra camp e hard-boiled: anatomia di Honey Don’t

28.09.2025

"Honey Don't" è, prima di tutto, un film sulla sottomissione e sul naturale rifiuto che l'essere pensante oppone quando quella forza cala sul singolo. È anche, e soprattutto, un film che rifiuta la convenzione: del noir, del thriller, della commedia e del "film" in generale. Decide se e come avere una o più trame quando e come vuole, proprio come la sua protagonista Honey O'Donohue decide come investigare e come vivere, indipendentemente dal momento e dal luogo. Un film anarchico, dunque, che lavora sull'idea di ribaltamento non per il gusto di scioccare (i colpi di scena, comunque, non mancano), ma per accavallare situazioni apparentemente assurde e sconnesse che, a saperle leggere, sono tasselli di un mosaico: vite segnate dalla sottomissione, dall'obbedienza forzata e da un'urgenza quasi animale di disobbedire, alle convenzioni sessuali, ai modelli arcaici e falliti di fede, di famiglia, di legge, di sistema. È anche un delizioso frammento di rétro-noir che modernizza i tropi classici del detective, impregnando ogni inquadratura del fascino dell'Americana di metà Novecento. Margaret Qualley, nei panni di Honey, trasuda coolness vintage: battute affilate, outfits spumeggianti, passo sicuro e sfrontato. È un'eroina da pulp magazine trapiantata nel presente, con una torsione lucida e moderna. La colonna sonora jazzata, i dialoghi esplosivi e un coro di comprimari eccentrici, tra cui spiccano Aubrey Plaza e Chris Evans, evocano una California cotta dal sole che sa essere insieme nostalgica e autoironica, senza mai lasciare che l'omaggio di genere diventi stantio. Anche quando la trama zigzaga tra sette sessuali, risse da bar e un romanticismo burlesco, è l'atmosfera ricca di rimandi, la cura maniacale dei dettagli e la qualità del mondo costruito a rendere "Honey Don't" un appuntamento imperdibile per chi ama i vecchi misteri bizzarri con un'attitudine fresca. Va detto, però, che siamo di fronte a una farsa totale: se non si è sintonizzati sulle sue evidenti sensibilità da B-movie, il rischio di respingerla è concreto. È camp senza pudore, volutamente sfrontato, a tratti un groviglio bizzarro e libidinoso che culmina in momenti finali davvero spiazzanti. Alla luce di un'accoglienza tiepida, qualcuno liquiderà il pedigree di Ethan Coen come vocazione al "trash" cinematografico; obiezione comprensibile, ma mal posta. Questo film va incontrato alle sue condizioni, o, almeno, va riconosciuto quando quelle condizioni non fanno per noi. Se le si accetta, la ricompensa c'è: più divertente e giocoso di quanto sembri, con forme di messa in scena sorprendentemente ludiche. In questa marea di provocazioni, il film che arriva a riva è "solo" un uragano caotico e divertentissimo, che fa acqua da tutte le parti: ma quelle "falle" sono così ben costruite da lasciare il segno. La trama misura e smonta la sottomissione mentre ne inscena la fuga; la regia orchestra l'anarchia con mano sicura; il cast, guidato da una Qualley magnetica, tiene insieme il pastiche senza mai perdere ritmo. "Honey Don't" chiede allo spettatore di abbandonare l'idea di linearità, di fidarsi del tono prima che dell'intreccio, di gustare l'attrito fra omaggio e sabotaggio. Se lo si fa, restituisce ciò che promette: un noir rétro modernissimo, impudico e intelligente, capace di trasformare l'insubordinazione in stile.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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