I peccatori: Ryan Coogler affronta il Diavolo

27.04.2025

Nella vita nulla è regalato, ma molte cose non si possono pagare con denaro o beni materiali. La leggenda faustiana sopravvive perché parla un linguaggio universale: l'idea che esistere in questo mondo significhi contrattare continuamente con una sorta di "diavolo", sacrificando tempo, relazioni o persino la libertà in cambio di ciò che si desidera in quel momento. Questo scambio esistenziale è un tema ricorrente nelle storie che esplorano l'arte, in particolare nel contesto afroamericano, e il prezzo da pagare per coltivarla e proteggerla. Forze maligne ne sono attratte come mosche alla melassa o, forse, come vampiri al sangue, ma tenerle a distanza può costare troppo caro. "I peccatori", il nuovo audace, intricato e avvincente thriller soprannaturale di Ryan Coogler, affronta il diavolo e i suoi associati senza mezzi termini, lasciando intuire che il regista stia elaborando un conflitto creativo interiore. Siamo nel 1932 a Clarksdale, Mississippi, dove i gemelli Smoke e Stack (entrambi interpretati da Michael B. Jordan, musa di lunga data di Coogler) fanno ritorno dopo alcuni anni trascorsi a Chicago. (Clarksdale è uno dei luoghi in cui, secondo la leggenda, pionieri del blues come Robert Johnson avrebbero "venduto l'anima al diavolo"). Quello che i fratelli hanno combinato al Nord difficilmente sarà stato lecito: pensate a furti, rapine e affari con gangster irlandesi e italiani. Ma ora, tornati a casa, sono carichi di soldi e alcool e pronti a lanciarsi in una nuova impresa: aprire un juke joint. Coogler rende omaggio al leggendario regista horror George Romero, non solo nello splatter da B-movie, ma anche nel dare all'azione un taglio sociopolitico tagliente. Ancora prima che inizi il massacro, il regista mostra un vivo interesse per le dinamiche razziali dell'epoca. Li Jun Li e Yao interpretano una coppia che gestisce un negozio di alimentari, uno dei tanti esercizi commerciali gestiti da cinesi che servivano le comunità nere nel Sud segregato. Hailee Steinfeld compare nei panni dell'ex fiamma di Stack, e sebbene tra i due riaccenda la scintilla, il film non nutre illusioni sul destino di questo amore interrazziale. L'intera pellicola può essere letta come una parabola fantastica e crudele sulla sopravvivenza afroamericana. A un certo punto, qualcuno si chiede se il vampirismo non sia preferibile alla supremazia bianca. Non è una domanda retorica, e Smoke e Stack potrebbero avere risposte diverse. Seppur gemelli, Michael B. Jordan ne coglie con maestria le differenze caratteriali: Stack è più dolce e fiducioso, Smoke più diffidente e guardingo. Il modo in cui affronteranno il male li cambierà per sempre. Il film si presenta dirompente come un'opera che condensa secoli di gioia e dolore in una singola giornata, e se non altro è un film che parla di generi cinematografici e della tipicamente americana necessità di ibridarli per creare qualcosa che sembri nuovo e antico, alto e basso allo stesso tempo. È un dramma storico viscerale e meticolosamente documentato, che prima presenta il blues come "musica del diavolo" e poi lotta per ridefinirlo come una magia a sé stante, capace di trascendere le dimensioni. Nonostante sia ambientato in pochi luoghi iper-espressivi , "I peccatori" sembra girato in grande formato IMAX solo per contenere tutti gli ingredienti che Coogler ha voluto mescolare nel suo calderone. Il risultato è a volte eccessivo e non sempre padrone dei suoi contrasti, ma proprio questa smania di grandezza è il punto di forza di un'opera visionaria che affonda le zanne in una lotta eterna: come assimilare senza perdere l'anima. Al netto della sua fluidità, la pellicola potrebbe definire un musical a tutti gli effetti, con una colonna sonora ipnotica e pregna di blues firmata da Ludwig Göransson e un messaggio diretto ma potente sul potere spirituale della storia di una melodia. In una scena immediatamente iconica, i personaggi si abbandonano all'estasi della musica di Sammie, e Coogler li segue con una sequenza onirica che unisce epoche e continenti, mettendo in relazione, in modi completamente inaspettati, i suoni dei danzatori dell'antica Africa occidentale con dei beat hip-hop del futuro. La musica, ci ricorda Coogler, può davvero, materialmente abbattere confini tra tempo e spazio e, a quanto pare, lo stesso può fare questo film.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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