Il cinema mi ha rovinato (e salvato allo stesso tempo)

Avevo otto anni quando la testa dell'assassino di Profondo rosso venne mozzata da un ascensore. Fu lì che capii che la realtà non sarebbe mai stata così bella. Era la prima volta in cui scoprivo che il cinema poteva lasciare ferite vere, convalescenze lunghe, danni collaterali. Per mesi — forse anni — nei miei sogni sfilavano le soggettive dell'assassino, i suoi oggetti, e quella canzoncina da bambini che ti entra nelle ossa.
I Goblin non li sentivo davvero nelle orecchie, ma era come se fossero lì, a perforarmi i timpani e a lacerarmi la testa. Ricordo il sudore lasciato sul divano, il riflesso tremolante del televisore, la luce che mi bruciava la faccia. Nella stanza, silenzio. Nella mia testa, un rumore assordante. Sapevo che quelle immagini, quei suoni, quei dettagli non mi avrebbero mai lasciato.
Da lì ho maturato la mia conclusione sul cinema, ciò che mi piace di esso: quando ti stende. Non i filmetti giustini, quelli che ti fanno pensare un'ora e mezza e poi spariscono. Argento è stato l'inizio. Profondo rosso, Suspiria, Inferno: incubi barocchi, colori che ti tagliano la retina, la musica che ti stordisce. Poi arrivano gli altri: Fulci, con l'occhio impalato e i vermi che divorano le facce; Bava, che con due luci e quattro ombre ti apre l'inferno; Lenzi, sporco e cattivo, un artigiano che non guardava in faccia nessuno. Era l'horror italiano, un mondo di sangue finto che però lasciava segni veri.
Con la crescita ho trovato i maestri della crudeltà: Haneke, che con Funny Games a tredici anni mi ha fatto girare i coglioni, obbligandomi a capire che al cinema sei come un topo contro il Terzo Reich — puoi solo subire. Gaspar Noé, che ti inchioda al pavimento con Irreversible o ti sballa i neuroni con Enter the Void. Larry Clark e Korine, che con Kids e Ken Park mi hanno mostrato l'adolescenza come un campo minato, senza filtri, senza consolazioni.
Il cinema che amo è questo: quello che ti lascia sporco, coinvolto e sconvolto, ferito. Eppure l'inizio resta lì, in quell'immagine vietata: la copertina di Profondo rosso che mia madre mi mise in mano. Una pozza di sangue, un volto che si riflette, il richiamo di qualcosa che non era per bambini. Forse era la scelta sbagliata. O forse era l'unica giusta. Perché posso dirlo: Profondo rosso è stato il mio svezzamento, il mio peccato originale. Da lì il cinema non sarebbe più stato una passione. Sarebbe diventato un'ossessione.
Il cinema mi ha rovinato. E mi ha salvato.
Quella copertina era perfetta per il mondo in cui avrei scelto di vivere. E infatti ho cercato. Ho trovato. Ho scoperto linguaggi alternativi al cinema, come il videoclip. Lì ci sono veri artisti: Jonathan Glazer, Michel Gondry, Spike Jonze. Inventano universi in pochi minuti, compressi, ma pieni di sangue e immaginazione. Quello che ho iniziato a non digerire è stato il copia-incolla: la formula del videoclip usata per riempire film vuoti. Prodotti fatti per zombie, spettatori che se non hanno un taglio ogni 0.2 secondi perdono il filo. Allora il vuoto si copre di effetti.
Ma poi vedi Gondry: Protection dei Massive Attack. Un vero piano sequenza. La gravità che si ribalta, lo spazio che si piega, l'intimità che si sgretola davanti alla macchina da presa. Durata? 7 minuti scarsi. Tanto basta per distruggere tutto Snyder e la sua estetica da fumettone gonfiato. Il grande Christopher Nolan, provare Nolan è come provare McDonald's: tutto calibrato al millimetro, tutto con lo stesso gusto. Ti riempie ma non ti nutre. Con Nolan ti sembra di risolvere un cubo di Rubik in IMAX: ingegnoso, certo. Ma chi se ne frega? Alla fine non ti resta niente addosso. Nessun odore, nessuna ferita.
I suoi personaggi non respirano: sono funzioni narrative, pedine mosse da un algoritmo temporale. È cinema da laboratorio, non da viscere. E poi i film Marvel/Disney: il fast food del cinema. Stessa salsa, stesso menù, cambi solo la faccia sul poster. Ogni risata, ogni lacrima è calcolata al millimetro, dosata come zucchero in una bibita gassata. Non importa chi diriga, il piatto te lo cucinano in post-produzione. Anche i registi più grandi, quando entrano in quel sistema, diventano operai che devono spingere catene di montaggio.
E, negli ultimi anni, i biopic? Patinati e plasticosi. Bohemian Rhapsody, con Bryan Singer che da I soliti sospetti e L'allievo scivola in un filmetto dove trucco e costume recitano al posto dell'anima. È playback. Ti mostrano un attore che imita, ma non ti fanno mai sentire sangue, sudore, disperazione. O Baz Luhrmann, eccessivo e ipercinetico: Elvis è scintillante, curato fino all'ossessione. Bello da vedere, sì, ma tutto glitter e poco fango. Montaggio epilettico, immagini che passano senza darti il tempo di sentire il corpo. Ossessione per la forma che copre l'assenza di anima. Potente, sì. Ma senza carne, senza sangue. Solo plastica.
Un trucco vecchio: riempire di forma per nascondere il vuoto. Ecco il cinema che vomito.
Sì, la forma può essere sostanza.
Glazer lo dimostra in Under the Skin: ogni inquadratura è un colpo di lama, ma il sangue c'è. Wong Kar-wai ti fa annegare nei colori e nei movimenti, ma sotto c'è il dolore, la perdita, la carne viva. Forma e contenuto, quando viaggiano insieme, ti abbattono.
Il cinema non è morto.
Non lo sarà mai, finché ci sono spettatori disposti a rischiare un mal di stomaco per un'immagine, a perdersi in una scena invece che guardarla distrattamente con il telefono in mano. Il cinema non è fatto per essere consumato: è fatto per essere vissuto. Io l'ho capito quando avevo otto anni. E non l'ho più dimenticato. Non me ne sono più liberato. Perché quella testa mozzata continua a guardarmi. E a ricordarmi che il cinema non è intrattenimento: è ferita, è memoria, è vita. Ed è questo lo sguardo che mi tiene vivo.
Lettera a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Andrea "Schwarzy" Salvioni)