Il gladiatore II: un sequel diverso, eccessivo, decadente

Ridley Scott, unico regista capace di rendere la disomogeneità della struttura di un film una cifra stilistica oltre che un difetto. Conscio del fatto di non poter replicare l'austera epicità e l'immediata iconicità del suo stesso kolossal cult che ha segnato un'era, sceglie di tornare alla sua Roma con uno sguardo diverso, eccessivo, decadente. Il suo eroe non è più "aristós", il migliore di noi che anche nella vendetta riesce ad ispirare e a far credere in un mondo migliore, ma è "thymos", agitato, ferale, selvaggio, dove a stimolare il suo respiro non è l'ossigeno ma il sangue, un fuoco distruttivo e disordinato, domato da un vento serpentino, un vento di cambiamento, un vento di distruzione. Paul Mescal incarna questo fuoco con tutta la passione e la fragilità che un performer della sua caratura possono restituire, e ha l'arduo compito di unirsi e intrecciarsi con vento sibilato da un Denzel Washington in stato di grazia, mattatore assoluto della pellicola, che passa dall'ottusa ricerca del potere di un Macbeth ad interpretare in questo film le subdole macchinazioni più tipiche di Lady Macbeth. Un sussurro che trasforma il sogno di Marco Aurelio di una Roma giusta popolata e guidata dai giusti in un'opera di demolizione morale e istituzionale. Ora, la messa in scena di questo incontro/scontro è tanto spettacolare, kitsch, strabordante e godereccia quanto squilibrata, martellante e scostante, eppure me lo rivedrei cento volte. Il fascino lercio e spudorato di questo film sta nel danzare sui carboni ardenti di queste contraddizioni senza mai urlare dolore, ma mantenendo una grazia ed uno spettacolo costanti anche mentre prende fuoco. Il gladiatore II non sarà il ritorno di un figliol prodigo che tanti speravano, ma è un tentativo di riassettare un mondo finito e tentare di ricostruire da quelle dorate ceneri.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)