Il Maestro – Non ci resta che piangere, ridere, vincere, perdere e ballare

26.11.2025

C'è qualcosa di profondamente anomalo, quasi alieno, nella traiettoria artistica di Andrea Di Stefano, una dissonanza cognitiva rispetto al panorama medio del cinema italiano contemporaneo che merita di essere analizzata prima ancora di immergersi nelle viscere calde e polverose della sua ultima fatica. Presentato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, "Il Maestro" arriva sugli schermi nel 2025 non come un semplice film, ma come la conferma definitiva di uno statuto autoriale guadagnato sul campo, lontano dai salotti del cerchiobottismo a noi assai familiare (e comodo) e molto più vicino alla polvere dei set internazionali. Di Stefano è un regista che ha compiuto un percorso inverso rispetto a molti suoi colleghi: invece di guardare a Hollywood con il binocolo del provinciale, scimmiottando stilemi e ritmi d'oltreoceano per replicarli con fare spesso anonimo e derivativo nel recinto del cinema nostrano, lui in America ci è andato per davvero. Ha lavorato, ha appreso il mestiere, si è sporcato le mani in produzioni come "Escobar - Paradise Lost" nel 2014 e "The Informer – tre secondi per sopravvivere" nel 2019. Lì ha imparato che il genere non è una gabbia, ma un linguaggio universale, e ha capito come unire la solidità narrativa del cinema drammatico statunitense con le inquietudini del cinema europeo e quella, imprescindibile, vena artigianale del cinema di genere italiano degli anni Settanta. Questa fusione aveva già dato il suo primo, vincente, risultato con il noir poliziesco del 2023, "L'Ultima Notte di Amore". Quell'opera non era solo un film di genere ben fatto; era una sovversione consapevole del topos del "Cattivo Tenente", un'opera che sfidava apertamente le regole non scritte della messa in scena povera e spesso televisiva a cui l'Italia ci aveva abituato. Con "L'Ultima Notte di Amore", Di Stefano metteva in scena con un'eleganza formale e un ritmo serrato l'odissea nello spirito di un uomo, interpretato da un monumentale Pierfrancesco Favino, abituato a camminare sul filo del rasoio, un uomo che ha fatto del male ma che, per una singola, interminabile notte, cerca disperatamente di fare qualcosa di buono. Quella pellicola ha segnato l'avvio di un incredibile sodalizio attore-regista, una chimica rara che oggi, con "Il Maestro", raggiunge vette di complessità e intimità ancora più elevate. Perché se il film precedente era una discesa agli inferi metropolitana, qui siamo di fronte a un viaggio on the road che è, al contempo, una risalita dolorosa e luminosa verso la superficie. Arriviamo dunque a "Il Maestro". Sulla carta, il film potrebbe sembrare l'ennesimo prodotto confezionato per cavalcare l'onda lunga del rinato interesse per il tennis, quel fenomeno mediatico esploso in Italia nell'era post-Sinner e cinematograficamente sdoganato a livello globale dal successo di "Challengers" di Guadagnino. Ma fermarsi a questa superficie patinata sarebbe un errore grossolano. Questo è un film che inganna, che attira con la promessa della terra rossa e delle racchette di legno per poi portare altrove, in territori dell'anima ben più scoscesi. È un "character study" ironico, sornione, che utilizza lo sport come pretesto finché poi il tennis non lo è più, o meglio, finché non si rivela essere qualcosa di molto più grande: una metafora della vita, della resistenza, del fallimento. Qui si parla del film come studio caratteristico dei personaggi maschili, della salute mentale e di tutte quegli elementi narrativi che rendono unica la pellicola, trasformando un potenziale film sportivo in un dramma esistenziale di rara potenza. È un'opera sentita, divertente, che affronta temi seri con quella che ho percepito essere una grazia e una comprensione rare. Per me la bellezza di tutto questo risiede nel modo in cui l'opera viene percepita come un film di formazione dove entrambi i personaggi compiono davvero un arco evolutivo, ricordandoci che, a dispetto dell'età, non è mai troppo tardi per desiderare di vivere.

Andrea Di Stefano non ha paura di azzardare, di sbilanciarsi in avanti, di superare la linea in questo suo quarto film da regista. È sicuramente l'opera in cui l'autore si prende i rischi maggiori, e Pierfrancesco Favino con lui, gettandosi senza rete in un racconto che è personale, pulsante, in alcuni momenti persino eccessivo, ma proprio per questo perennemente vitale. La dichiarazione d'intenti la offre, con una brutalità disarmante, il padre del piccolo protagonista Felice (un Tiziano Menichelli tanto giovane quanto forte in scena) nelle primissime sequenze: questa è una storia di tennis "da battaglia", non di "tennis da figli dei ricchi". Dimenticate Wimbledon, dimenticate il glamour degli sponsor e i campi in erba perfettamente rasata. Qui siamo nei tornei estivi di periferia, in un'Italia degli anni '80 sudata e polverosa, con il pubblico annoiato dei pomeriggi assolati sulle tribune di cemento rovente, i bambini "caricati" alla competizione disperata dai genitori sugli spalti, che riversano i propri sacrifici economici familiari quotidiani e la propria voglia di rivalsa sociale sui sogni di gloria dei "piccoli campioni" di casa. È una storia in cui non può non riconoscersi chiunque abbia praticato in giovane età uno sport agonistico, e, da profano, devo ammettere che la visione ha toccato corde inaspettate. Il film ha la macabra capacità di incanalare nella sua narrazione specifica quel dolore traumatico legato al rapporto tra sport, infanzia e aspettativa imposta sin da piccoli che chiunque di voi, di noi, avrà certamente vissuto; anche se non mi ha fatto venire voglia di giocare, mi ha fatto ricordare vividamente la gloria effimera di vincere e, soprattutto, la tristezza profonda, viscerale, della sconfitta, e come si impara, se si impara, ad accettare quella sconfitta. Vediamo le aspettative di madri e padri pesare come macigni sulle spalle strette dei figli, e vediamo le figure tragicomiche degli allenatori con un grande avvenire dietro le spalle, uomini che le occasioni mancate della vita e della carriera sportiva se le portano negli occhi, come cicatrici invisibili ma pulsanti. È un mondo fatto di ambizioni frustrate e di sogni di seconda mano, descritto con una precisione sociologica che fa male. Intorno a questa struttura di viaggio, con la vecchia gloria Raul Gatti che accompagna la giovane promessa tredicenne Felice per i tornei validi per il ranking nazionale lungo l'Italia, Di Stefano e la co-sceneggiatrice Ludovica Rampoldi costruiscono un chiaro omaggio a un certo cinema italiano agrodolce, quello che sapeva ridere delle disgrazie senza sminuirle. Ma c'è di più: il film non ha vergogna di spingersi in alcuni momenti puramente grotteschi e visionari, mescolando registri con una libertà creativa che lascia ammirati. Se da un lato, sul campo in terra rossa, il film segue il percorso di emancipazione di Felice dall'ossessione del padre nei confronti del suo futuro da campione, un padre che lo allenava in modo "ingegneristico", privandolo della gioia del gioco, dall'altro il viaggio tra i tornei sarà per Raul un modo per fare i conti con il proprio passato disastrato. È qui che arriviamo alla portata principale, a come Di Stefano e Favino abbiano costruito e generato un'icona iconoclasta come Raul Gatti. Siamo di fronte a un personaggio divo e divino, l'uomo perfetto e contemporaneamente l'uomo distrutto, fragile e infantile. Raul è un ex-tennista marpione, ora candidato allenatore, che assume psicofarmaci per tenere a bada i demoni che lo divorano. Perché lo fa? Perché non riesce a dormire? Perché nasconde il buio dietro le lenti di un paio di occhiali da sole e un sorriso smagliante che sembra sempre sul punto di incrinarsi? Pierfrancesco Favino con Raul Gatti aggiunge una nuova, indelebile figura alla propria galleria di caratterizzazioni mostruose. Questo personaggio derelitto, che ha dissipato l'intera esistenza dietro gli eccessi per mascherare il proprio sentirsi inadeguato, e che vediamo dividersi tra la letargia chimica indotta dai farmaci e i guizzi improvvisi del vecchio fascino da sex symbol, riesce a trasmettere un dolore reale dietro ogni sguardo e ogni sorriso forzato. Se lasciamo perdere i meme che spesso intasano i social, solo gli ingenui (e voglio essere genereoso) possono pensare che Favino non sia genuinamente un attore straordinario. Quindi i miei plausi, che a questo punto risulterebbero superflui se rivolti solo all'attore, li faccio direttamente a Raul Gatti: un personaggio immediatamente iconico, tridimensionale, tragico e doloroso come solo il Paul Mescal di "Aftersun" sapeva essere, e al contempo un raggio di sole, un vorace appetito sessuale su due gambe, il meglio e il peggio di una decade, di un uomo, di una vita. Raul è circondato da mascolinità fragili, uomini tutti d'un pezzo che improvvisamente scoppiano in lacrime o che non riescono a nascondere la loro acrimonia verso il mondo. Il film non è mai conciliatorio o conciliante; non offrirà praticamente mai soluzioni consolatorie, un aspetto decisamente inusuale e coraggioso per una produzione di questo genere che punta al grande pubblico. Bisogna prima di tutto fare pace con quello che il film non è e non vuole essere: bisogna accettare il film sportivo mancato, il climax spezzato che non porta alla finale del torneo come ci si aspetterebbe, bisogna accettare la sua natura anche molto buia di film sulla dipendenza, dipendenza dagli altri, dalle aspettative, dai farmaci. Ed è qui che emerge la disarmante purezza del rapporto con Felice. Il giovane protagonista non è una semplice spalla, ma un vero deuteragonista. Felice spinge nelle crepe umane di Gatti tanto quanto Gatti spinge in quelle sportive, atletiche e caratteriali di Felice. C'è uno scambio osmotico tra i due: il ragazzino, che non riesce più a vincere perché schiacciato dal metodo oppressivo del padre, trova in Raul un disordine vitale che lo libera; Raul, che vede la sua vita andare in pezzi, trova in Felice una responsabilità che lo ancora al reale, un motivo per restare sveglio. Non è un caso che la sua opportunità di riscatto porti proprio il nome di "Felice". In questo film Raul cercherà, e forse troverà, quel riscatto che insegue da sempre.

È un'avventura che, come scopriamo con la didascalia iniziale, affonda le radici nella realtà, essendo parzialmente autobiografica del regista, una riflessione sulle responsabilità filiali e paterne e sulla perdita di padronanza, un racconto che, misurato, si prende i suoi tempi e però sa essere sempre fresco, imprevedibile. Seguendo questi due personaggi, e non è difficile con una regia così attenta e un Favino così spumeggiante, ci si può anche far male, perché il dolore che portano in scena è autentico, ma si esce dalla sala appagati. Quando la malattia mentale e il fallimento diventano incidentalmente orizzonti che si aprono, il cinema compie il suo miracolo più grande: trasformare la sofferenza in poesia. È una bella apologia poetica del valore un po' assurdo dell'umanità, di quella capacità di restare in piedi anche quando tutto suggerisce di crollare. Andrea Di Stefano ha capito cosa significa creare un personaggio non PER un attore ma ASSIEME a un attore, e lo ha fatto, divinamente, per la seconda volta. Film incredibile, davvero. E se continuano così, con questa sinergia, questa comprensione reciproca e questa voglia di esplorare i lati oscuri dell'anima maschile, Di Stefano e Favino possono davvero diventare i nostri Scorsese-De Niro. Non è un paragone azzardato, è una speranza fondata sulla qualità di ciò che stiamo vedendo. "Il Maestro" è un film veramente, veramente ben fatto e bello. Una scrittura e una regia che funzionano in tutti gli aspetti, senza sbavature, con una solidità che è merce rara. È un film italiano che non ha paura di cercare il pubblico, di essere popolare, senza però mai scadere nel volgare o nell'insulto all'intelligenza dello spettatore. Al contrario, lo eleva, lo sfida a guardare oltre la rete del campo da tennis, oltre la vittoria e la sconfitta. Concludo con un invito celere e solito, ma sempre necessario: andate a vedere questo film. Non aspettate che arrivi sulle piattaforme, vivetelo in sala. Andate a vedere che, come tanti registi stanno dimostrando in questi ultimi mesi, un altro cinema in Italia è possibile. Un cinema ricercato e di cuore grande, studiato nei minimi dettagli ma incredibilmente "godereccio", capace di intrattenere mentre scava nel profondo. "Il Maestro" è un film che è anche un dono, inaspettato ed esagerato, ma caloroso. Ogni suo singolo fotogramma è ricco di emozioni, colori, musica, pianti, risate, uomini, donne, padri e figli. È un'opera che trasuda vita. E anche per me, che parto sempre un po' prevenuto su un film "sportivo", su argomenti che sulla carta mi interessavano poco, si è rivelato un racconto estremamente vicino. Un film lontano, forse, per ambientazione e tema, ma vicinissimo per sentimenti e verità umana. Un piccolo gioiello di grande umanità, imperfetto si, ma che merita di essere celebrato.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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