Il resto è silenzio: “Hamnet” o “Il potere terapeutico e riedificante della rappresentazione”.

Si preavvisano i gentili lettori che seguiranno parecchi e diversi SPOILER sulla pellicola, siete avvertiti…
Ho visto "Hamnet", la nuova opera di Chloé Zhao, e confesso che mi risulta complesso parlarne: mi ha lasciato completamente senza parole, in uno stato emotivo che ora cercherò di riversare, forse in modo incontrollato, in questa recensione. Parto subito col dire che si tratta di un'opera straordinaria, un film meraviglioso dall'impatto così forte che articolare il pensiero diventa una sfida, ma ci proverò ugualmente.

Partiamo dal principio, o meglio, dalla conclusione. Non appena terminata la visione, il primo pensiero che mi ha attraversato la mente è stato il riconoscimento immediato di quello che non è solo uno dei più bei finali visti al cinema negli ultimi anni, ma uno dei migliori finali che io abbia mai visto in assoluto. È una conclusione che non si limita a chiudere, ma regala, dona. Un momento di cinema assoluto che si protende oltre i limiti fisici dello schermo. È un'esperienza catartica che lascia un segno profondo, qualcosa che ti fa rendere conto di non essere più la stessa persona che eri prima di entrare in sala. So di poter sembrare in preda a un delirio, ma deve essere chiaro l'impatto di quest'opera: è così forte da stimolare una reazione fisica, coinvolgendo e scuotendo il corpo stesso. Ci sono molti momenti estremamente intensi nel corso della pellicola, ma quando si giunge a questo finale, a questo climax costruito con perfezione, si assiste a un'apoteosi. È quello il grande momento di catarsi, il punto d'arrivo a cui il film tendeva fin dall'inizio, e ti devasta emotivamente. Per questo sono in difficoltà a parlarne: quando vivi un'esperienza così viscerale, impattante e profonda, tutto il resto appare secondario. Stavo per tendere anch'io le braccia, desideroso di unirmi ai personaggi e partecipare a quel momento, per essere travolto da quella pura elettricità. Avrete intuito che si tratta di un film ricchissimo, che affronta temi di grande profondità. È innanzitutto un film sul potere terapeutico e catartico dell'arte, e tutto il senso dell'opera è racchiuso nell'apoteosi finale. "Hamnet", tratto dal romanzo di Maggie O'Farrell (che collabora alla sceneggiatura insieme a Chloé Zhao), è una riflessione sulla capacità dell'arte di rendere fondamentale l'effimero, di rendere eterno il temporaneo. In questa storia, William Shakespeare (Paul Mescal) e sua moglie Agnes (Jessie Buckley) perdono il loro figlio maschio, Hamnet (Jacobi Jupe), ma riescono a renderlo eterno. L'arte diventa lo strumento per superare e sconfiggere la morte; essa trasforma l'uomo, creatura effimera e insignificante, in qualcosa di sempiterno. Nell'opera d'arte non si muore mai davvero, non si muore mai fino in fondo o definitivamente. Grazie all'arte, la vita non finisce mai: dunque Hamnet, morto a soli 11 anni, continuerà a vivere in eterno, sopravvivendo ai suoi stessi genitori, perché continuerà a esistere nell'opera che Shakespeare ha creato. Il film riflette inoltre sulla gioia che deriva dall'essere rappresentati, messi in scena. Negli ultimi anni si è discusso molto della rappresentazione delle minoranze al cinema (comunità afroamericana, asiatica, ispanica, donne, comunità LGBTQ+), spesso attirando critiche superficiali legate alla "cultura woke". Questo film, invece, ne spiega perfettamente l'importanza essenziale. Essere messi in scena significa essere visti, e essere visti significa essere compresi. Come si dice in "Avatar": «Io ti vedo», e dunque riesco a comprenderti. Questa è la gioia che prova Agnes nel finale: si ritrova nella rappresentazione di suo marito, nell'Amleto. Si vede messa in scena, rappresentata; rivive davanti ai suoi occhi il suo dramma e la sua tragedia. A quel punto, quella tragedia, che era solo la sua vicenda personale, diventa visibile anche agli altri, che possono così comprenderla e partecipare al suo dolore. Ecco l'importanza della rappresentazione: permette di farsi vedere, di essere capiti e, di conseguenza, di non essere più soli.

"Hamnet" di Chloé Zhao è un'opera profondamente umanista. È un puro esempio di cinema che mette l'uomo, in quanto essere umano, al centro, allontanandosi dai codici convenzionali del film biografico per proporre una visione in cui la vita interiore prevale su quella pubblica. La prospettiva che seguiamo è, in realtà, quella di Agnes più che di William. Di Shakespeare non seguiamo la carriera artistica in senso stretto, sebbene ne intravediamo alcuni momenti salienti: lo vediamo scrivere quello che sarà "Romeo e Giulietta" quando si innamora di Agnes, o accennare al lavoro teatrale trasferendosi a Londra. Tuttavia, il film si concentra su altro. L'opera d'arte diventa una tela su cui proiettare il proprio inconscio e sublimare il proprio vissuto. Shakespeare cerca di sublimare la sua tragedia nell'arte, di trasferirla e proiettarla in essa. L'arte diventa così uno spazio in cui è possibile riconoscersi, ritrovarsi, rispecchiarsi e capire meglio se stessi. Lo si potrebbe definire un melodramma familiare, uno dei film drammatici più strazianti ma, al contempo, tra i più gioiosi e romantici degli ultimi anni. Come nei grandi melodrammi, assistiamo alla nascita dell'amore tra i due protagonisti, alla creazione della loro famiglia, alla perdita del figlio e, infine, a una rinascita dopo il lutto. Un nuovo punto di arrivo che è, in realtà, una ripartenza. È incantevole vedere come i due si innamorino: Shakespeare capisce immediatamente che Agnes è una donna fuori dal comune, diversa, che non rispetta i canoni e i codici comportamentali dell'epoca. È una donna inafferrabile, decisa, ribelle. Più che un simbolo, è la dimostrazione concreta dell'anima profondamente femminista del film. Non a caso, Agnes viene etichettata e associata all'idea di strega; i popolani la descrivono come "la figlia della strega della foresta". Lei presenta un legame pagano, laico e libero con la natura e i suoi elementi (si cita più volte l'Artemisia e le sue proprietà, rimandando al mito greco). La sua introduzione in scena è un'apparizione, quasi magica, come quella di tutte le donne della sua famiglia che sembrano emergere dai boschi. Sono donne libere, incontrollabili, autentiche, che non si piegano e riescono a smascherare le ipocrisie sociali del loro tempo. Shakespeare si innamora di lei proprio perché lui stesso è un "diverso", un alternativo, e ne rimane folgorato. La Zhao attinge ai grandi melodrammi classici: basta uno sguardo, un contatto fisico, senza bisogno di spiegazioni razionali. L'affinità è così forte da scattare all'istante: basta un momento per essere innamorati perdutamente per tutta la vita. Il grande fascino del film risiede in questo realismo magico: ci sono momenti in cui potrebbe esserci una spiegazione razionale, o forse no, lasciando sempre un velo di dubbio, mistero e magia. Agnes, a sua volta, si innamora subito di lui. Perché? Quando gli prende la mano, vede dentro di lui. Vede un intero mondo, paesaggi sconfinati, deserti, foreste. Vede la creatività, il genio artistico che Shakespeare porta dentro di sé e che non è ancora riuscito a esprimere, bloccato com'è dai modelli sociali del suo tempo e da un padre autoritario, duro e violento. Anche Shakespeare è un ribelle e rappresenta un tipo di mascolinità alternativa; è un uomo bloccato in una vita che non gli appartiene, umiliato da un padre che non crede in lui. Grazie ad Agnes, che lo incoraggia e gli sta accanto anche nei momenti di crisi, riesce a tirare fuori quel mondo interiore. Il loro amore si afferma e la famiglia cresce, ma è proprio in questo quadro di apparente stabilità che tornano prepotentemente gli elementi di quel realismo magico che permea la pellicola. Agnes, con la sua sensibilità che trascende il razionale, è tormentata da una premonizione, un sogno ricorrente che assume i contorni di una condanna ineluttabile: vede i suoi figli al capezzale di una morte imminente, ma ne conta solo due. Lei ne ha tre, eppure nella visione uno manca all'appello. È un presagio terrificante che la spinge a scrutare i suoi bambini con angoscia, cercando di capire chi sarà strappato alla vita. L'errore tragico di Agnes, che diverrà poi la fonte del suo devastante senso di colpa, risiede nell'interpretazione di questo segnale. Teme che la morte colpirà la più fragile, Judith (Olivia Lynes), e concentra su di lei ogni oncia della sua attenzione e della sua protezione materna, lasciando involontariamente scoperto il fianco. Ma il destino, o forse l'amore fraterno, ha in serbo un piano diverso. La sequenza della morte di Hamnet è un momento di straziante poesia visiva, forse l'apice del realismo magico del film. Non assistiamo a una semplice malattia, ma a un vero e proprio atto di sostituzione metafisica. I due gemelli, legati da una simbiosi profonda, sembrano quasi fondersi l'uno nell'altra. Hamnet, vedendo la sorella scivolare via, compie una scelta silenziosa e terribile: decide di "ingannare" la morte. Approfittando della loro somiglianza, si scambia con lei, offrendosi al suo posto. È come se la vita defluisse da lui per infondersi in lei, in un sacrificio consapevole che ha il sapore di un patto segreto tra bambini per sconfiggere l'inevitabile. La bambina guarisce miracolosamente, quasi magicamente, mentre il maschio si spegne. Agnes si ritrova così di fronte all'impensabile: ha protetto la figlia credendola condannata, non accorgendosi che il vero pericolo si stava abbattendo su Hamnet. Questo "scambio", che conduce alla tragedia, è il fulcro del dolore che spaccherà il cuore dei genitori, lasciando Agnes con il peso insostenibile di non aver capito, di aver guardato nella direzione sbagliata mentre suo figlio sceglieva di andarsene per salvare la sorella. Ma "Hamnet" non si ferma alla singola tragedia familiare; il film allarga lo sguardo per riflettere su quanto il dolore sia una componente non accidentale, ma connaturata all'esistenza umana, una marea inevitabile che bagna ogni riva. Ci sono momenti in cui questa consapevolezza emerge con una chiarezza disarmante, quasi didattica nella sua crudeltà naturale. Penso alla scena in cui Susanna (Bodhi Rae Breathnach), la figlia maggiore, recita quella poesia, facendosi portavoce di una verità ancestrale: in natura tutto è ciclo, tutto ha un inizio e una fine. Ci spiega che l'inverno deve cedere il passo alla primavera, ma che la primavera, a sua volta, è destinata a sfiorire per tornare inverno. È il cerchio della vita che non promette eternità, ma solo trasformazione. Questa legge inesorabile della natura si riflette poi, con un peso specifico ben più grave, sulla condizione umana, splendidamente evocata nel monologo di Mary (Emily Watson), madre di Shakespeare. Le sue parole sono un ammonimento severo e struggente: non bisogna mai dare nulla per scontato, nemmeno il semplice atto di respirare dei propri figli. Ci ricorda che la vita non è un possesso, ma un prestito; ciò che ci è stato donato può essere revocato in un attimo, senza preavviso. Tuttavia, il film non usa questa consapevolezza per annichilire lo spettatore, ma per spronarlo: essere coscienti della fragilità è l'unico modo per vivere pienamente. In questo senso, l'opera di Zhao si distingue per la sua onestà intellettuale ed emotiva: è un film che rifiuta categoricamente di essere ricattatorio o manipolatorio. Non nasconde il dolore, non lo edulcora, ma lo espone come parte integrante del patto che sottoscriviamo venendo al mondo.

Di fronte alla tragedia, Agnes e Shakespeare reagiscono in modi opposti, mettendo in crisi il loro equilibrio. Agnes si colpevolizza, si chiude in sé stessa, diventa cupa e sembra non vedere speranza. Incolpa William, ma in realtà sta odiando sé stessa, cercando colpe dove non ce ne sono, convinta di essersi concentrata solo sulla figlia. Shakespeare, dal canto suo, mette in discussione la sua vita e la sua carriera. Si getta immediatamente nel lavoro per distrarsi, per non pensare, diventando assente in famiglia. Tuttavia, capisce che è impossibile fuggire dal pensiero del lutto, che lo divora interiormente. Decide quindi di utilizzare l'arte come strumento di cura, inizialmente senza dire nulla alla moglie. Agnes, infatti, quando entra a teatro, ha una reazione difensiva: vede quella rappresentazione quasi come un sacrilegio, una violazione della memoria del figlio, e ha terrore di rivivere il trauma. È qui che il film compie il suo scarto decisivo: Shakespeare non scrive l'Amleto per la gloria, lo usa come pura terapia, come uno strumento chirurgico per estrarre il dolore. In questo passaggio, l'opera di Zhao si avvicina sorprendentemente alle dinamiche di "Drive My Car" di Ryusuke Hamaguchi, condividendo con esso la visione del teatro come spazio di re-enactment (ri-messa in atto) terapeutico. Non è una semplice recita, ma un processo psicodrammatico che prende la realtà, la decostruisce e la riattraversa per poterla finalmente capire, accettare e superare. L'arte, in questa accezione, risana le ferite dell'anima perché permette di "ri-agire" il vissuto, offrendo la possibilità sovrannaturale di modificare il passato e di compiere ciò che nella vita vera è rimasto incompiuto. William è tormentato dal rimorso: si colpevolizza per non essere riuscito a dire addio a suo figlio mentre moriva, per essere arrivato troppo tardi, per non aver avuto le parole. Ma sul palcoscenico, attraverso il fantasma del padre che parla al principe, Shakespeare interviene sulla realtà, la corregge. Scrive quel dialogo che non è mai avvenuto, riesce finalmente a salutare suo figlio tra le lacrime, protetto dalla maschera del personaggio. E la stessa catarsi investe Agnes. Quando entra a teatro, inizialmente riluttante, assiste a questo miracolo laico: vede il suo trauma oggettivato, esposto, ma anche trasfigurato. Guardando la messa in scena, Agnes non vede solo attori, ma riattraversa il suo stesso lutto trovandovi, per la prima volta, un senso. Attraverso le parole del marito, riesce anche lei a salutare Hamnet un'ultima volta. In quell'istante scopre la verità più potente di tutte: vedere il proprio dolore rappresentato significa scoprire che quel dolore è condiviso. L'arte annulla la solitudine, trasformando una disperazione privata in un abbraccio collettivo.

Queste riflessioni di immensa profondità non si limitano al perimetro del palcoscenico, ma investono il cinema stesso e la sua funzione ultima. Il film ci dice che l'arte possiede il dono raro di socializzare le emozioni, di strapparle al segreto dell'interiorità per collettivizzarle e restituirle al pubblico amplificate. Lo spettatore non assiste passivamente, ma fa esperienza di intere esistenze, acquisendo una nuova consapevolezza proprio nel momento in cui si unisce agli altri. La vicenda intima, privata, diventa improvvisamente collettiva; ognuno può riconoscervisi, e in quel riconoscimento gli spettatori diventano una cosa sola, alleati in virtù di ciò che condividono. L'arte permette di capire che siamo tutti fratelli nella stessa situazione, naufraghi sullo stesso scoglio. Se la vita è dolore per tutti, l'unica risposta etica possibile è agire, fare fronte comune, aiutarsi a vicenda. È qui che emerge il tema centrale e politico dell'opera: l'arte permette il passaggio dall'Io al Noi, il riconoscimento dell'Altro. Se il dolore è universale, nessuno è più un estraneo. L'unica difesa contro la sofferenza è la cooperazione, quella "social catena" contro la natura matrigna di cui parlava Leopardi nella Ginestra. Questo è ciò che si vede nel finale devastante del film: l'arte che porta alla compassione, intesa nel senso più puro e schopenhaueriano del termine (Mitleid), ovvero la capacità di sentire il dolore altrui come proprio, superando la prigione dell'egoismo individuale. È fondamentale, nel mondo frammentato di oggi, che esistano opere così piene di umanità, capaci di farci sentire parte di un tutto, sia esso inteso come natura o come fratellanza umana. Il film non è ricattatorio, ma vero: non nega che il dolore sia connaturato all'esistenza, ma suggerisce una postura per affrontarlo. La chiave risiede in quella frase ripetuta come un mantra: "Tenere aperto il cuore". È un invito rivolto ad Agnes dal fratello Bartholomew (Joe Alwyn), un personaggio straordinario che incarna una mascolinità positiva e inedita per il XVII secolo. Cresciuto da una madre fuori dal comune, Bartholomew è l'uomo capace di preoccuparsi della violenza domestica, di chiedere alla sorella se il marito le alzi le mani, sovvertendo i codici di un'epoca in cui la donna era proprietà. Il suo invito a non rinchiudersi nel cinismo e nel nichilismo, a non smettere di amare la vita nonostante le ferite, travalica lo schermo e colpisce lo spettatore. Tenere il cuore aperto, oggi come allora, è un atto politico, un modo rivoluzionario di approcciarsi alla vita. Questa scelta esistenziale trova la sua massima espressione nel momento dell'ispirazione per il celebre monologo. William, in crisi profonda, si trova sospeso su un molo, in bilico tra la terra e l'acqua, meditando il suicidio; la sua condizione interiore è rispecchiata dalla natura, con una luna velata da nubi scure che sembra osservarlo. È sul filo del rasoio. Cosa fare? Lì nasce l'eterno dilemma: Essere o non essere. Agire o non agire. Tenere aperto il cuore nonostante il dolore che vi entra, o chiuderlo per sempre lasciandosi abbattere. Vivere o morire. Sappiamo cosa sceglie William: sceglie di non morire, ma di sublimare tutto nell'opera d'arte. L'arte diventa così un grande, disperato e magnifico invito alla vita, una sua celebrazione. Ecco perché definisco il film straziante ma, alla fine, radioso. Ci lascia con la stessa lezione che Hayao Miyazaki ci ha consegnato nel suo testamento spirituale: «Si alza il vento, bisogna tentare di vivere». Arrivano le difficoltà, la sofferenza ci piega, ma bisogna farsi forza e andare avanti, restando uniti, collaborando, esercitando la compassione. Questa è l'unica soluzione, l'unica salvezza possibile.
Approfondimento a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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