Il signore delle formiche, controllare e istruire

03.07.2023

Le formiche hanno due intestini, uno per loro e uno per chi ha fame, sono quindi sempre pronte a mettere da parte l'io in favore del bene collettivo, una sorta di famiglia ideale in cui scomparse le gerarchie esistono soltanto i bisogni e i bisogni sono sullo stesso piano d'importanza per tutti. Ecco, quindi, che la questione familiare traspare metaforicamente fin dalle prime inquadrature di Il signore delle formiche, fin dalla scelta della vicenda narrata e dal suo protagonista, il mirmecologo intellettuale ex partigiano e ancora compagno Braibanti.

Il regista del film Gianni Amelio preme su questo punto:

il significato della famiglia italiana e delle sue fondamenta patriarcali, intrise indissolubilmente con il nucleo cattolico del nostro paese. Questo nucleo cattolico, secondo Gianni Amelio, nel corso della sua lunga vita si è nutrito di vittime illustri, fermo e sicuro nei suoi ideali e estraneo alla trasformazione, avanza compatto appunto come una colonia di formiche anteponendo al bisogno di un individuo i bisogni normalizzanti, pedagogici e illusori di una classe sociale intera: non basta più l'aver messo al mondo qualcuno ma anzi serve poterlo controllare e istruire.

I protagonisti di Il signore delle formiche sono tre, e se visti come tre formiche di tre diverse colonie, è divertente scoprire come non siano in grado, a differenza loro, di ritrovare casa ma anzi siano altre tre formiche a riportarli all'ovile e a ricordargli di far parte di una famiglia: Braibanti dalla madre, Ettore dalla madre, il cronista fittizio dell'Unità Ennio dalla cugina. È curioso notare come sia sempre una donna a recuperare il maschio, come le regine delle formiche, che dopo aver perso le ali prendono il posto che è stato dato loro: ovvero quello a guida di tutta una colonia.

I pregi del film sono per la maggior parte riscontrabili nel comparto tecnico (fotografia e regia) e recitativo (Lo Cascio su tutti), e nell'intento di ridare nuova vita a una storia dimenticata ma più che mai attuale che racconta di uno stato schiavo della sua storia.

Il problema principale è uno: se il personaggio fittizio del cronista Ennio rappresenta lo sguardo contemporaneo nella vicenda, essendo lui stesso veicolo di scontri tra il passato e il presente del nostro paese, l'uso che il regista Gianni Amelio ne fa è controproducente all'idea filmica e storica.

In fase di sceneggiatura per inserire il cronista Ennio si è dovuto sacrificare il reale abbandono di Braibanti, lasciato completamente solo in fase processuale dai compagni e dalla stampa, solo in seguito alla condanna supportato dagli stessi e in primis dal direttore dell'Unità, nel film descritto come ostile alla penna rivoltosa del cronista.

Ci sono quindi delle inesattezze storiche importanti nella pellicola di Amelio, finalizzate a inseguire un buonismo politico anestetizzante, che annulla il peso che dovrebbe avere l'opera in un momento storico decisivo per le lotte sociali. Il finale è l'esatta sintesi della continua propensione a una drammaticità abbastanza esasperata, se è comunque coerente con l'impianto del film, l'ultimo incontro di Braibanti e Ettore risulta artificiale e romanzato dove invece si aveva bisogno di una chiusa più dura e meno enfatizzata. Sicuramente un buon film, ma si poteva fare molto di più.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)

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