Intervista #3: Es Nova, Solo, Dziga Vertov

13.03.2026

C'è un'idea che attraversa tutto il lavoro di Es Nova e che SOLO, il loro nuovo progetto, porta alle estreme conseguenze: l'idea che suonare sia prima di tutto un atto di osservazione. Non la traduzione in musica di qualcosa che esiste già, ma uno sguardo in tempo reale sul farsi delle cose. Un laboratorio aperto, come loro stessi lo definiscono, in cui si è allo stesso tempo osservatori e osservati.

Per SOLO, il collettivo ha scelto di portare questo sguardo su L'uomo con la macchina da presa, il capolavoro che Dziga Vertov girò nel 1929 e che ancora oggi non ha equivalenti nel cinema mondiale per audacia formale e potenza visionaria. Non per musicarlo, non per omaggiarlo, ma per abitare lo stesso terreno concettuale: quello del movimento che si trasforma mentre accade, del ritmo come struttura nascosta del reale, dell'istante che non si lascia fermare.

Il risultato sono tre improvvisazioni radicali registrate in studio in presa diretta, senza editing né post-produzione. Tre composizioni estemporanee che esistono accanto alle immagini di Vertov senza mai fondersi in esse, in tensione produttiva, come un corpo che si muove dentro un altro corpo senza dissolversi.

Li abbiamo incontrati per capire come nasce un progetto simile, cosa significa dialogare con un film di quasi cent'anni, e dove sta andando la musica del progetto Es Nova.

Come è nata l'idea di dialogare con Vertov e perché proprio L'uomo con la macchina da presa?

L'idea di lavorare su Vertov è nata in gran parte dal modo in cui operiamo a livello sonoro, in particolare in relazione all'elemento ritmico. La composizione estemporanea è, in fondo, uno sguardo su un determinato momento ed è solo apparentemente libera e svincolata da regole e processi. È piuttosto un'analisi in tempo reale del farsi e dell'accadere delle cose, libera da stili e vincolata allo stesso tempo. È un laboratorio in corso d'opera, uditivo ed espressivo, che guarda al futuro dalla prospettiva del passato, rimanendo saldamente ancorato al presente. È, di fatto, un lavoro sulla temporalità, in cui si è allo stesso tempo osservatori e osservati. Vertov ci sembrava vicino a questi concetti, e per questo lo abbiamo scelto.

Cosa significa per voi che Vertov sia una "presenza che risuona" piuttosto che un autore da omaggiare?

Significa che l'intento di Solo non è quello di musicare Vertov o di ricalcare in musica la sua poetica cinematografica. Vertov è lì, circola come presenza tanto filosofica quanto visiva. È tangente al progetto e, allo stesso tempo, lo sostiene e lo anima sul piano visivo: come suggestione, come metodo e come modo di osservare e pensare il corso degli eventi.

Vertov voleva eliminare tutto ciò che era artificiale dal cinema: la recitazione, la scenografia, la finzione. Voi, nell'improvvisazione, cercate la stessa pulizia o l'artificialità dello studio fa parte del gioco?

Sì, abbiamo cercato questa pulizia su diversi fronti. In primo luogo la strumentazione è stata ridotta al minimo possibile: chitarre direttamente nel mixer, due microfoni sul pianoforte e un microfono per la voce. Niente di più. In fase di mix abbiamo sperimentato alcune idee sonore, in particolare sulle chitarre, cercando di restituire un suono che fosse allo stesso tempo crudo ed evocativo. Anche le performance hanno seguito lo stesso percorso concettuale: tre composizioni estemporanee registrate live dall'inizio alla fine, senza editing o post-produzione. L'elaborazione avviene prima e durante la performance, al contrario dell'approccio di Vertov, che si affidava al montaggio in modo particolare anche se non esclusivo. Qui le due strade si invertono sul piano del processo, ma gli elementi in gioco restano in larga parte gli stessi.

Il silenzio originario del cinema muto vi ha condizionato? Lo avete sentito come un vuoto o come una forma da riempire?

Fin dai primi lavori sul cinema muto, in particolare lavorando sui cortometraggi e i film sperimentali di Richter, Man Ray, Duchamp, Lumière e poi Marcel L'Herbier, abbiamo percepito il silenzio come un'opportunità da esplorare fino in fondo. Il suono ridisegna la scena visiva e la ricolloca in un universo di significati differente, a seconda delle scelte musicali che vengono compiute. L'idea era quella di lavorare con l'immagine, e non soltanto sull'immagine, pensandola come un dispositivo di attraversamento per un'azione sonora originale e potenzialmente anche indipendente.

Quando suonate su immagini che hanno quasi cent'anni, sentite il peso del tempo o le immagini di Vertov vi sembrano ancora contemporanee?

I cento anni si percepiscono probabilmente solo a livello tecnico. La ricchezza di contenuto, la densità e la profondità visiva restano, a nostro parere, assolutamente attuali e continuano ancora oggi a sorprenderci.

Che rapporto avete con il cinema in generale? È una presenza costante nel vostro lavoro o un territorio che esplorate occasionalmente?

È un territorio che sperimentiamo con Es Nova quasi dall'inizio. L'idea di proporre colonne sonore dal vivo, sempre in forma di composizione estemporanea, nasce nel 2017 in collaborazione con l'artista visivo Pier Paolo Coro. Ci piaceva l'idea di poter dialogare con l'immagine, di giocare con i dispositivi improvvisativi e con la materia sonora. Senza questo dialogo con l'immagine non sarebbe stato possibile.

C'è un film, al di là di Vertov, che vi ha cambiato il modo di ascoltare o di suonare?

Oltre ai registi già citati, potremmo ricordare i lavori di Jacques Tati, in particolare Mon oncle. Allo stesso modo è stato importante riesplorare i corti dei Lumière, così come le prime animazioni in bianco e nero di Walt Disney.

Dopo Vertov, c'è un altro dialogo con il cinema che vorreste tentare?

Probabilmente ci piacerebbe realizzare qualcosa di completamente originale, costruito fin dall'inizio come progetto audiovisivo.

C'è un luogo, una città, uno spazio o un'architettura in cui vorreste portare la musica di Es Nova e che ancora non avete trovato?

Sognando in grande, ci piacerebbe entrare nei principali musei italiani e internazionali, portando il nostro modo di vedere e di ascoltare.

Ora l'ultima domanda: tra dieci anni, dove vi vedete e cosa vorreste che rimanesse della vostra arte?

Ci auguriamo di essere ancora attivi, magari su qualche palco importante. Ci piacerebbe che rimanessero il nostro suono, la coerenza del nostro percorso e la fluidità delle composizioni che abbiamo realizzato.

Intervista a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato, Alessandro Della Porta)

https://www.threads.net/@cinema_isnotdead_