Invelle: un test di Rorschach su infanzia, epoca e terra

Come si parla di una storia che non va da nessuna parte? Per meno di 90 minuti osserviamo suggestioni, ricordi, testi e canti che in tre atti riassumono tutte le strade sbagliate che tante brave persone sono state costrette a percorrere, che sia dalla famiglia, dalla condizione sociale o dal mutare della storia stessa. L'animazione, così fluida, intangibile e ombreggiata, colora di un nero sfumato le vicende di tre bimbi che si trovano ad essere adulti riluttanti in tre mondi poveri e sofferti tenuti insieme dall'arrugginita catena del tempo. Dire cosa mi sia piaciuto non penso che abbia senso nel momento in cui l'esperienza proposta è talmente visuale ed impressionistica che farei prima a definire l'opera un test di Rorschach sulla propria infanzia, epoca e terra, però posso tranquillamente dire che una cosa del genere, nel nostro contesto cinematografico, non l'ho mai vista. Invelle in dialetto marchigiano significa "in nessun posto", il regista Simone Massi costruisce il suo non mondo a partire da questo termine. Quello di Invelle è un non mondo vivo, attraversato e popolato dai ricordi di persone senza volto e senza nome: la guerra toglie ogni cosa, non consegna medaglie e priva dell'identità il comune cittadino (il parallelismo con Gaza e Ucraina è dovuto). La Storia saccheggia, pretende tutta l'attenzione su di sé, le storie attendono nell'oscurità, vengono tramandate oralmente di generazione in generazione. Il primo lungometraggio di Simone Massi (dopo innumerevoli corti di qualità) è un grande romanzo che copre una linea temporale che va dalla fine della Grande Guerra al sequestro Moro (1918-1978), giorno in cui il nostro paese è cambiato per sempre. Invelle è salvare la memoria storica dal diluvio, addentrarsi nei profondi sobborghi della mente collettiva: atto politico che scavalca la geografia e ci avvicina alla dimensione umana e mistica.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta, Gianluca Ceccato)