Joker: Folie à Deux rifiuta e disattende ogni aspettativa

Joker è un complesso argomento di discussione: la sua storia fumettistica quasi secolare e camaleontica ammalia e impressiona i lettori così come le molteplici versioni televisive e cinematografiche fanno discutere cinefili e appassionati su quale onorevole performer abbia incarnato meglio il caos e il male assoluto che designano e determinano l'essenza del Clown Principe del Crimine. Ad aggiungere benzina sul fuoco arriva nel 2019 un piccolo grande fenomeno cinematografico e culturale che porta il nome del personaggio sul titolo, è diretto da un regista improbabile e interpretato da uno degli attori più illustri della sua generazione. Questa mistura fatale non poteva che comportare conseguenze fatali: un film che racconta le origini di Joker, personaggio che prospera nel mistero e nelle ambiguità, e lo trasforma, in apparenza, in un fantozziano Charlie Chaplin che pur di avere un palcoscenico per la sua miseria scatenerà morte e distruzione su Gotham City, senza alcun Batman a fermarlo. Inutile ricordare le controversie, il Leone d'oro, le polarizzazioni varie ed eventuali, anche perché, dopo cinque assurdi anni, a risollevare queste fiamme, ci pensa la seconda parte. Non un semplice sequel, ma una effettiva e congrua continuazione di quel mefistofelico anti-blockbuster che ha segnato un'epoca e un filone in una botta sola, che in pieno spirito del personaggio, rifiuta e disattende ogni possibile aspettativa su quello che il pubblico vuole da un secondo capitolo delle tragiche disavventure di Arthur Fleck. Joker: Folie à Deux è una meta-inchiesta su come noi spettatori interagiamo con questi idoli maledetti, cattivi irresistibili, mostri resi dei dalla nostra mal riposta adulazione, coadiuvata ovviamente da caroselli mediatici farseschi e leziosi. Il film è letteralmente un processo a Joker, tanto nel film quanto fuori. Todd Philips ci sottopone per quasi due ore e mezza a una denudata decostruzione dell'icona pop malvagia per antonomasia, distruggendone il mito a partire dallo stesso primo film. Chiunque si sia rivisto in Fleck, abbia empatizzato con il suo disagio prima e le sue nefandezze poi, si ritroverà con la doccia più gelata che un carcere di Gotham City possa infliggere. I mostri non esistono, i divi serial killer non esistono, Joker non esiste. È la mera finzione di un personaggio di carta trasformato da ingenuo e disagiato in un cavaliere oscuro sbagliato, una vox populista che in realtà non rappresenta nulla, nessun ideale, nessun simbolo. So che domande vi state facendo: e Lady Gaga? La sua Harley Quinn? La musica, i numeri e la follia dove sono? Fantasie di una coppia di disperati che un po' si manipolano a vicenda, un po' manipola solo uno. Lee Quinzel è l'anello mancante che serviva al film per dimostrare la propria tesi, un personaggio di supporto spontaneo e ruspante che è allo stesso tempo una costante menzogna, un nulla di fatto, vive Harley finché vive l'illusione di Joker. Una groupie che è quello stesso pubblico affamato di tragedie, di mostri, di traumi e di dolori purché siano a favore di camera. Un personaggio spietato che interpreta, spesso in duetto con il sempre eccelso Phoenix, le canzoni più dolci nei contesti più macabri e disturbati, dove scenari da musical della golden age hollywoodiana diventano freddi teatri senza coreografie, momentanee illusioni accompagnate da canti di sirene. E se pensate che il peggio finisca qui, non avete visto il film. C'è un categorico rifiuto dell'intrattenimento, una presa di posizione autonoma e autoriale, completamente aliena al sistema che produce film del genere. Il grande scherzo è che di film del genere non ce n'erano prima e non ce ne saranno poi. Si, ci sono omaggi alla new hollywood, elementi del cinema di Sidney Lumet come nel primo vi erano per quello di Scorsese, ma oltre a omaggi aperti e dichiarati, un film che affronta di petto il lassismo del suo pubblico proponendo qualcosa di coraggioso e incorruttibile nel suo folle cinismo dalla prima scena al finale, non lo troverete da nessuna parte, se non al cinema.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)