L’Americano Errante: Marty Supreme

Marty Mauser non conosce la resa. La sola idea della sconfitta non trova spazio nel suo mondo, un universo claustrofobico e pulsante che ha come epicentro il tavolo da ping pong nel seminterrato di un edificio di New York e come unico orizzonte la gloria. È questa la dichiarazione d'intenti che Marty, ebbro di lussuria e superbia, rivolge a Kay Stone, la diva decaduta interpretata da una glaciale Gwyneth Paltrow, in una delle tante, assurde, collisioni che costellano il suo cammino. È una frase che suona come un dogma, il mantra di un fanatico, e in quel momento, come spettatori, gli crediamo. Ma è proprio lì, in quella certezza assoluta, che Josh Safdie comincia a tessere la trappola perfetta, quella che stringerà intorno al suo protagonista e a noi, trascinandoci in un vortice di 150 minuti di energia pura, un evento cinematografico al cardiopalma, che si annuncia già come uno dei titoli più importanti dell'anno. Marty Supreme non è solo un film; è una ennesima, fondamentale tesi, feroce e ipnotica, sullo stadio terminale del mito americano, un'opera che confeziona il crollo del "Sogno Americano" in forma di tragicommedia nera e frenetica, una meditazione sull'ambizione come violenza e sul sogno come una rapina al destino stesso. È la storia di un uomo che confonde la velocità con la sopravvivenza e la superbia con il destino manifesto, e Safdie la dirige come se fosse allergico alla quiete, senza respiro, senza pietà, in una corsa folle che ci lascia sorridenti e esausti, con il batticuore accelerato e la mente in fiamme.

Siamo nel 1952, in un'America del dopoguerra che ha già iniziato a marcire dall'interno, intossicata dalla promessa di grandezza mai mantenuta. In questa enorme pozzanghera colma di immondizia e di empori, Marty Mauser (Timothée Chalamet) è la cellula tumorale perfetta, il sintomo vivente di una menzogna che diventa carne e ossa. Ventitré anni, ebreo, commesso nel negozio di scarpe dello zio, vive con la madre Rebecca (Fran Drescher) in un appartamento che è una prigione di aspettative deluse e sabotaggio tossico. La sua vita è un binario unico: di giorno, costretto a vendere le scarpe polverose e subire tutte le umiliazioni; di notte, il tavolo da ping pong e gli allenamenti ossessivi fino a notte fonda con il suo unico, scapestrato alleato, il tassista Wally (Tyler Okonma). Marty è convinto, con una fede incrollabile, che la sua missione sulla terra sia diventare il campione mondiale di ping pong, o "tennistavolo", come lo chiama lui. Questa certezza non è ambizione, è tutta la sua identità. È la maschera da pagliaccio che si è dipinto addosso per vendere al mondo, e prima di tutto a se stesso, l'immagine dell'Eletto, dell'Uomo Fatto per la Grandezza, prima ancora di averne fornito una benché minima prova. Josh Safdie, che già con Diamanti Grezzi aveva rielaborato in chiave di tragica epopea capitalistica la leggenda medievale dell'Ebreo Errante attraverso il calvario di Howard Ratner, qui applica un ulteriore, devastante strato di significato. Il suo Marty è un Ebreo Errante postmoderno, ma il suo vagare non è una punizione divina per aver schernito Cristo, bensì una condanna autoinflitta, un pellegrinaggio laico verso un altare di gloria che è solo l'altro volto del nulla. Il suo calvario è una "Passione di Marty Mauser" dove le frustate, le cadute e le spine della corona sono principalmente opera delle sue stesse mani, architetto diretto di ogni sua disfatta. La regia di Josh Safdie, qui per la prima volta in solitaria dopo i lavori con il fratello Benny, non è tanto un'evoluzione quanto una dichiarazione di sovranità. Se i Safdie si erano imposti come gli alfieri del caos puro, con Marty Supreme Josh pianta la sua bandiera in un territorio di follia controllatissima. Il ritmo è un martello pneumatico che non concede tregua. Le scene si susseguono con una concatenazione tanto rapida da lasciare il corpo in uno stato di perenne tensione, anche quando i dialoghi si fanno più sommessi. Non c'è spazio per la contemplazione, per il respiro: si è costantemente in bilico, come su una montagna russa che continua a risalire senza mai toccare il fondo. Questa energia frenetica è l'espressione perfetta della psiche di Marty, del suo rifiuto di fermarsi perché fermarsi significherebbe guardare in faccia il vuoto della sua esistenza. E in questo turbine, Safdie compie un piccolo miracolo: trasforma il ping pong in mito. I match non sono semplici partite, sono duelli epici, coreografie di sudore e frustrazione filmate con una prossimità che fa sentire il sibilo della pallina, il cigolio delle scarpe e l'impatto sulle racchette, l'ansima disperata dei polmoni. Il tavolo diventa l'arena del mondo, e Marty un gladiatore posseduto dal demone della propria brama di dimostrazione. Al centro di questo uragano c'è Timothée Chalamet, che consegna quella che senza esitazione può essere definita la performance migliore della sua carriera, un'interpretazione magnetica che cementa il suo status di talento generazionale. Chalamet costruisce Marty più con la presenza che con le parole. Il suo corpo mingherlino è un trattato di nervosismo represso: le spalle leggermente curve, l'incedere aggressivo, il modo in cui si appoggia ai tavoli e alle persone come per conquistare spazio fisico, quelle micro-paresi del volto dopo ogni piccolo fallimento, seguito da un immediato ritorno all'espressione di sfida abituale. C'è una tensione inquieta dentro di lui che non si placa mai, un'energia perennemente sull'orlo del corto circuito. Marty è un uomo che si è costruito un personaggio, Marty "Supreme" come il marchio di palline colorate che cerca disperatamente di brevettare, e Chalamet gioca magistralmente sulla crepa che separa la maschera dall'uomo. Si percepisce la fatica titanica di sostenere quella finzione, il terrore abissale che crolli. È uno showman nato, e l'unico modo che conosce per sopravvivere è trasformare la sua stessa vita in mitologia in tempo reale, tenendo a distanza di sicurezza tutto ciò che potrebbe ancorarlo a una realtà umana, banale, perché senza un po' di illusione il suo intero mondo crollerebbe. Chalamet afferra le chiavi di questo mostruoso personaggio con entrambe le mani e corre, senza un briciolo di umiltà nella sua interpretazione, proprio come il film non ne ha nel suo ritmo travolgente.

Il film però non è solo un monologo interiore. Il delirante cammino di Marty è punteggiato da incontri assurdi e memorabili, personaggi che emergono dalla nebbia newyorkese come figure di un sogno febbrile. Il boss criminale Ezra Mishkin, interpretato da Abel Ferrara in un cameo che profuma di zolfo e vecchia New Hollywood; la già citata Kay Stone, una Gwyneth Paltrow ieratica e disincantata, relitto di un'epoca dorata che non esiste più; e soprattutto suo marito, Milton Rockwell, il businessman spietato reso con oleosa efficacia da Kevin O'Leary. Sono tutti elementi di un sistema corrotto che Safdie smaschera con ferocia. Marty Supreme è infatti una feroce critica alla cultura della "vendita", dello "hustle", dell'apparenza che ha inquinato la coscienza pubblica americana. Il film mostra come l'hubris, il senso di diritto, lo sfruttamento e la mancanza di un'umana umiltà abbiano partorito una cultura tossica della truffa dalla quale non siamo più riusciti a liberarci. In questo mondo, la possibilità ha un prezzo, lo spettacolo viene venduto e i vincitori sono già stabiliti. È un circolo vizioso in cui i sognatori esistono come numeri da circo per perpetuare i profitti dell'1%, mentre cercano disperatamente la validazione da persone che "ce l'hanno fatta" davvero. La via per la grandezza, suggerisce il film, non passa attraverso il gioco, ma attraverso la sfida, avendo la fiducia e il coraggio di non giocare affatto. Marty, invece, vuole vincere a quel giogo, diventandone così la vittima sacrificale perfetta. In questo senso, il film dialoga apertamente con i grandi miti americani dello sport e dell'ambizione, da Rocky a Toro Scatenato, fino a Whiplash. Ma mentre in quei film la dedizione ossessiva viene in parte redenta o sublimata nell'arte, qui l'ossessione è trattata come un vicolo cieco, un controllo maniacale piuttosto che un difetto caratteriale progettato per un fine superiore. Safdie indugia sulla ripetizione nella vita di Marty, su quel desiderio di arrivarci a tutti i costi. La sua "missione" non è ispirazione, ma un bisogno malato di vincere per dimostrare a sé stesso di essere il più grande, solo allora potrà forse, finalmente "sistemarsi". È una trappola bellissima e tragica, che raggiunge il suo apice in un finale che è una rivelazione sottile, ma amara e potentissima, come uno sguardo.

Ad amplificare questa epopea claustrofobica contribuisce in modo decisivo la colonna sonora di Daniel Lopatin, che qui compone uscendo di testa, stendendo tracce che riecheggiano il meglio di Vangelis e dei Tangerine Dream, ma con una pulsione ansiosa e contemporanea. E poi ci sono le canzoni, usate non come semplice accompagnamento ma come commento testuale e filosofico allo stato d'animo del protagonista. Quando risuona Forever Young degli Alphaville, il film rende chiare le sue intenzioni, non solo emotive ma anche liriche. La struggente domanda della canzone, "vuoi davvero vivere per sempre?", sembra incombere su Marty come una maledizione silenziosa per tutto il film, riecheggiando in ogni sua scelta e in ogni momento in cui confonde la velocità con la sopravvivenza. Il riferimento lirico e visivo al "seme" di Marty che si trasforma in pallina da ping pong con il suo marchio di fabbrica, non solo ci ricorda che stiamo per assistere a qualcosa di veramente folle, ma sottolinea anche l'illusione che Marty insegue: la fantasia che la giovinezza, lo slancio e i desideri autoimposti possano fermare il tempo, che si possano sfuggire le conseguenze se non si rallenta mai. E quando i sogni di Marty culminano in Everybody Wants to Rule the World, quell'illusione subisce una trasformazione completa. I testi colpiscono con brutale chiarezza: "benvenuto nella tua vita, non c'è ritorno" si rivolge direttamente allo stato finale di Marty, dove l'ambizione si trasforma in controllo e il desiderio in dominio. Queste due canzoni da sole traducono il viaggio di Marty dal suo sogno di eterna giovinezza all'inevitabile realtà del suo desiderio di dominare a tutti i costi, che infine dominerà lui stesso. Se c'è una pecca in questo tour de force, è forse nel trattamento di alcuni personaggi secondari, in particolare quelli femminili, che rimangono un po' troppo accessori e strumentali alla parabola del protagonista. Figure come Rachel, l'amante occasionale interpretata con fuoco e vulnerabilità da Odessa A'Zion, o la madre Rebecca di Fran Drescher, meritavano forse più spazio per respirare. Tuttavia, la forza delle interpretazioni riesce a imprimerle ugualmente nella memoria, salvandole dall'essere mere funzioni narrative.

Marty Supreme è, nel senso più ampio, un film su cosa significhi essere un performer. Tratta della scelta di preferire la storia che ci raccontiamo a qualsiasi noiosa verità ci stia di fronte, del decidere che il fallimento semplicemente non sia un'opzione che prenderemo in considerazione, del preoccuparsi più dell'idea di essere leggendari che di qualsiasi reale relazione umana. È un film che sfida l'artificio di fronte all'autenticità e alla convinzione che le persone vogliano sperimentare qualcosa di reale, più disordinato è, meglio è. Un mantra perfetto che riassume lo stile e la visione di Safdie di "fare cinema" che ci affascina da Good Time. Più ci si pensa, più il film cresce nella mente. Più si riflette, più si ride per le sue trovate, più si rimane sbalorditi dalla sua audacia, più aumenta il rispetto per l'opera. È un film senza umiltà nella sua ambizione, ridicolo e stranamente ispiratore, il genere di viaggio che ti lascia con il sorriso stampato e le ossa rotte. Quella stessa tensione da palmi sudati che ricordiamo da Good Time e Diamanti Grezzi è cotta in ogni fotogramma di questo film. Non ti è mai permesso di sentirti a tuo agio, ed è inebriante. Marty Supreme è la nuova, folgorante interpretazione del crollo del Sogno Americano e dello hustler, un colpo da maestro servito da Josh Safdie che arriva con la sicurezza di essere uno dei film migliori dell'anno. È la prova che, a volte, per raccontare la caduta di un impero, basta seguire la parabola di un uomo che, nella sua folle, solitaria, sublime corsa verso il nulla, ne ha incarnato tutta la menzogna, la violenza e l'inganno costituenti.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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