L'Ontologia del Suono tra Cielo e Pietra: La chitarra nella roccia

07.02.2026

Il lungometraggio di Tommaso Ottomano, disponibile su RaiPlay, si configura come un raro esemplare di resistenza analogica nel panorama dell'audiovisivo contemporaneo. Non è un semplice documento di un evento musicale, ma una meditazione visiva sulla verticalità, dove l'assenza del tetto dell'Abbazia di San Galgano diviene metafora di una musica che rifiuta il limite claustrofobico dello studio per farsi cosmogonia. L'utilizzo della pellicola 16mm non risponde a una velleità nostalgica, ma a una precisa necessità ontologica: restituire all'immagine quella "sporcizia" vitale e quella densità materica che il digitale ha sistematicamente espunto. 

La grana della pellicola dialoga con la porosità del marmo e del travertino, creando un cortocircuito temporale tra il medioevo cistercense e il glam dandy di Lucio Corsi. Il direttore della fotografia Marco De Pasquale opera per sottrazione, lasciando che il chiarore delle stelle e le torce elettriche scolpiscano i volti dei musicisti come in un cenacolo caravaggesco. L'abbazia scoperchiata si trasforma in una cassa di risonanza metafisica. Il suono "intrappolato" dalla regia di Ottomano non è solo acustico, ma è il riverbero di una memoria rurale e mitologica (la Maremma, la leggenda della spada/chitarra).

Ottomano dirige con grande sensibilità. La macchina da presa si muove tra gli archi gotici con una solennità che ricorda il cinema di Tarkovskij, ma con improvvise accelerazioni che tradiscono un'anima rock profondamente irriverente. La regia rifiuta la grammatica del concerto filmato — primi piani virtuosi, montaggio ritmico, applauso come climax — per scegliere una temporalità dilatata, quasi liturgica. La musica di Lucio Corsi si fa gesto comunitario, rito condiviso, dove l'individualità si dissolve in una coralità antispettacolare.

Ottomano insiste sull'asse verticale: lo sguardo sale verso il cielo aperto dell'abbazia e scende sulle mani, sui cavi, sui legni degli strumenti. È una scelta che rompe l'orizzontalità piatta del consumo audiovisivo contemporaneo. Qui la verticalità non è solo spaziale, ma etica: rimanda a una tensione verso l'alto che non è trascendenza religiosa, bensì desiderio di senso, di ascolto profondo, di tempo lento.

Il glam naïf di Corsi — stivali, trucco, posa — non è citazione ironica, ma maschera mitopoietica. Come nei racconti popolari, il travestimento non nasconde: rivela. Il film intercetta un immaginario infantile e arcaico insieme, dove la chitarra diventa spada, talismano, protesi narrativa. In questo senso, La chitarra nella roccia lavora contro il cinismo del presente, recuperando una dimensione di gioco serio, di fiaba elettrica.

Il montaggio evita l'illustrazione didascalica del suono. Spesso l'immagine arriva in leggero scarto rispetto alla musica, creando uno spazio di attesa, di sospensione. È in questo vuoto che il film respira. Ottomano sembra fidarsi dello spettatore, della sua capacità di restare, di ascoltare senza essere continuamente sollecitato. Un atto di fiducia raro, quasi sovversivo.

La chitarra nella roccia non si limita a documentare un accadimento irripetibile: lo trasforma in una postura possibile davanti al presente. In un'epoca che consuma le immagini alla velocità dell'oblio, il film di Tommaso Ottomano sceglie di restare, di esporsi alla notte, al freddo della pietra, all'imperfezione del gesto. La rovina dell'Abbazia di San Galgano non è uno sfondo suggestivo, ma un metodo: un invito a fare spazio, a togliere il superfluo, a lasciare che il tempo entri nell'immagine e nel suono.

Qui la musica non cerca consenso, non chiede di essere condivisa, commentata, moltiplicata. Accade. E accadendo si iscrive in una durata più ampia, quasi geologica, dove il medioevo e il glam, la fiaba e l'elettricità, la memoria contadina e l'utopia pop convivono senza gerarchie. Il cielo aperto sopra l'abbazia diventa allora l'unico vero "tetto" possibile: non un limite, ma una ferita luminosa attraverso cui passa l'ascolto.

In questo senso, La chitarra nella roccia è un film radicalmente politico senza mai dichiararsi tale. Difende la lentezza contro l'urgenza, la materia contro la smaterializzazione, il rito contro l'evento. Sceglie l'analogico non come feticcio, ma come atto di responsabilità verso lo sguardo e verso il suono. Ci ricorda che l'arte, quando è viva, non intrattiene: convoca, chiede presenza, domanda silenzio.

Alla fine, ciò che resta non è solo una musica, né un luogo, né un'immagine, ma un'idea ostinata e necessaria: che esistono ancora spazi in cui il cinema può farsi ascolto, la musica può farsi comunità e la rovina può tornare a essere un principio generativo. Non un passato da rimpiangere, ma un tempo altro in cui, finalmente, fermarsi.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)

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