La Grazia - I dolori del vecchio De Santis

Durante le vacanze natalizie ho visto "La Grazia", di Paolo Sorrentino, con lo stesso atteggiamento di quando si entra in una stanza in cui qualcuno ha appena smesso di parlare, con la sensazione che il silenzio rimasto sia ancora carico di ciò che non è stato detto. È un film che, in modo delicato e leggero, mi ha chiesto di prendere diverse posizioni, ma anche di restare. Restare dentro un corpo, dentro un ruolo, dentro una decisione che pesa molto di più rispetto a chi la deve prendere. Sorrentino torna a interrogare il potere partendo non più dalla sua spettacolarità, ma dal suo affaticamento. E lo fa scegliendo la forma più rischiosa: raccontare un uomo fermo, marmoreo nello spirito e nei modi, che ha passato la vita a tenere tutto insieme e che, proprio quando dovrebbe essere più solido, scopre che l'equilibrio non è una qualità permanente ma una condizione provvisoria, fragile e spesso dolorosa. Mariano De Santis (Toni Servillo) è il Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato. Ex giurista, vedovo, cattolico, terrore di generazioni di studenti della facoltà di giurisprudenza assieme ai suoi manuali di duemila pagine, un uomo che ha costruito la propria identità sulla rettitudine e sul controllo. Lo incontriamo già stanco, già consumato, già schiacciato da un ruolo che non lascia spazio all'errore. Si ritrova nella pesante posizione di decidere se concedere la grazia a due individui responsabili di un omicidio avvenuto in circostanze attenuanti e, allo stesso tempo, se firmare una legge sull'eutanasia. Due firme, due atti apparentemente tecnici, che nel film diventano una scelta decisiva e morale. Non solo perché si tratta di temi importanti e assai controversi anche per il nostro presente, ma perché costringono chi decide, chi è al potere, a guardare in faccia un dolore concreto, quello che la legge normalmente tiene a distanza. Sorrentino non trasforma mai queste scelte in dibattito astratto. Le incarna. Le fa passare attraverso il corpo del Presidente, attraverso la sua voce, attraverso la sua immobilità. Il dubbio è il vero protagonista del film. Non come esitazione sterile, ma come strumento e come tormento. Il dubbio, a detta dello stesso De Santis, serve a decidere meglio, a non aderire ciecamente a certezze politiche o morali che, nella storia recente interna alla pellicola, hanno fatto più danni che benefici. Ma il dubbio, quando non trova un punto d'appoggio, può anche corrodere, paralizzare, impedire di vivere. La Grazia si muove continuamente su questa linea sottile. Non celebra l'indecisione, senza condannarla pienamente. La espone. Mostra come un uomo possa diventare prigioniero della propria lucidità, incapace di concedersi quello spazio, quel coraggio di rischio senza il quale nessuna vita, nessun amore, nessuna responsabilità può dirsi davvero tale. Visivamente il film è attraversato da immagini che non funzionano semplicemente come simboli da decifrare, ma come stati emotivi. L'astronauta in lacrime, sospeso nello spazio, e la goccia che fluttua senza mai precipitare sono tra le più potenti. Arrivano inaspettatamente senza contesto, ma in realtà dicono tutto. Il film racconta di come la leggerezza, la leggerezza che tutti cerchiamo, il sollievo dal dolore non sia un'evasione, ma lo stato di assenza di gravità. E l'assenza di gravità non è una libertà sempiterna e costante, ma una sospensione. A quella sospensione si contrappone il mondo terreno, dominato da forze pesanti: l'istituzione, il cerimoniale, lo sguardo dell'opinione pubblica, la responsabilità etica, il lutto mai risolto. Mariano De Santis vorrebbe essere come quell'astronauta, capace di piangere tranquillamente per poi ridere dolcemente della sua solitudine, ma in realtà è solo, incapace di governare fino in fondo le proprie emozioni, pur essendo chiamato a governare decisioni che riguardano le vite degli altri. C'è un altro momento degno di nota che espone meglio di qualsiasi monologo il tormento di De Santisi: il presidente portoghese sotto una pioggia battente, che scivola ripetutamente mentre percorre un tappeto rosso e cade a terra, ma poi si rialza sempre, rifiutando di essere aiutato. È un momento apparentemente marginale, quasi grottesco, ma racchiude la verità crudele della codardia intrinseca di De Santis, agiato e asciutto sotto il suo ombrello mentre osserva inerme la scena. Il vero potere è mobile, resiliente, cocciuto si, ma proteso verso il prossimo passo, mai fermo. Il cerimoniale delle abitudini di Mariano, la sua immobilità appunto, soffocano addirittura la sua compassione. Se vogliamo essere maliziosi, possiamo interpretare la scena anche come una metafora impietosa sulle istituzioni nostrane, che sono rigide, impermeabili, incapaci di reagire all'imprevisto umano. In quella caduta c'è tutta la vulnerabilità dei ruoli pubblici e tutta la distanza tra noi ed un modello da seguire, non un modello nazionale o identitario, ma morale. Sorrentino non ridicolizza il potere: lo spoglia. Lo mostra nella sua nudità, nel vuoto morale che spesso si nasconde dietro la perfezione delle procedure.

Il cuore emotivo del film, però, è il rapporto tra Mariano e sua figlia Dorotea (Anna Ferzetti). È uno scontro generazionale silenzioso, mai urlato, piuttosto ironico e costruito sul prendersi cura dell'altro. Dorotea si è presa cura del padre per tutta la vita, della sua carriera istituzionale e della sua esistenza privata, rinunciando alla propria. Lo ha sempre fatto senza lamento, come se fosse naturale. Solo davanti al bivio delle firme, quando il Presidente cede a confessioni mai fatte prima, qualcosa si incrina. Da quel momento avviene l'inversione di rotta. Non è più la figlia a seguire il padre, ma il contrario. La fine del mandato coincide con una possibilità di libertà per Dorotea, con la prospettiva di andare a trovare il fratello, di riprendere in mano la propria vita. Mariano, che ha sempre controllato tutto, inizia a sfaldarsi proprio in questo momento, destabilizzato non dalla richiesta, ma dall'affermazione di sua figlia tanto nello studiare le domande di grazia ed il prospetto di legge sull'eutanasia, dove si apriranno i contrasti più accesi, quanto nel privato, dove la sua è una "ribellione adolescenziale" che viene applicata con la coscienza di una donna adulta, realizzata e consapevole. È qui che Mariano dovrà imparare a compiere il primo vero atto di grazia del film: lasciare andare il controllo, accettare la vulnerabilità, riconoscere che l'autorità non coincide con l'infallibilità. In questo percorso si inserisce una delle figure più sorprendenti del film: il Papa africano (Rufin Doh Zeyenouin) che guida uno scooter senza casco, ride dell'istituzione "terrena" e considera Mariano un amico sincero. Non è una caricatura, ma una provocazione divertita. È un personaggio che introduce un'altra possibilità di leggerezza senza superficialità. Accoglie la confessione del Presidente, anche quando Mariano è ancora bloccato, fermo, inamovibile. Eppure, proprio questa Chiesa, che così come nella finzione cinematografica nel mondo reale vorrebbe apparire, così progressista, così informale, mostra il proprio limite quando si tratta di accettare che "i nostri giorni" sono davvero nostri. Non trova mai una vera risposta, sospende sempre il giudizio nell'attesa di una parola divina che non arriva mai. Tra la dottrina e la vita, tra la fede e il dolore, tra la legge e il corpo. Sorrentino non cerca conciliazioni ma si cura di rendere visibile l'incompatibilità storica tra certe istituzioni ed il tempo in cui vivono, per quanto possano provare ad adattarsi. Sarà un'intervista telefonica con Vogue che all'inizio Mariano tratta con sufficienza, come se fosse un fastidio frivolo, una perdita di tempo rispetto alle "cose serie", il vero confessionale del Presidente. È lì, in uno spazio percepito come leggero, quasi mondano, che emerge la verità più nuda. Sorrentino sembra suggerire che la verità non passa più dai luoghi ufficiali, dai riti solenni, ma da spazi ibridi, impuri, inattesi. È una scelta profondamente politica, perché smonta la gerarchia dei discorsi e restituisce centralità all'esperienza individuale.

Dal punto di vista formale, "La Grazia" è un film viscerale. La fotografia insiste spesso sul volto di Servillo, tenuto al centro dell'inquadratura come se il peso della Presidenza gravasse letteralmente sulla composizione dell'immagine. Servillo non interpreta un personaggio, lo abita. Il suo corpo comunica anni e mandati di stanchezza, rigidità e resistenza. Non c'è compiacimento, ma una sola maschera di granito che si sta sgretolando. È un'interpretazione che pur osservando un momento relativamente breve di Mariano De Santis, riesce davvero a farti vedere tutta la sua vita, dall'infanzia sino all'anzianità. La colonna sonora gioca per contrasti e idiosincrasie. La scelta di inserire "Le bimbe piangono" di Guè Pequeno non è un tentativo becero di accalappiare "i giovani", ma un cortocircuito preciso. Il modo in cui il rap ed il suo linguaggio apparentemente distante dal grande aplomb istituzionale irrompono nella vita e nei pensieri di Mariano è uno degli usi della musica contemporanea più intelligenti e consapevoli che abbia visto in un film italiano, nella sincerità con cui il personaggio e la musica interagiscono, nella lucidità con cui il testo viene usato per riflettere posizioni e stati d'animo del protagonista, veramente da non crederci. Guardando "La Grazia" ho avuto la sensazione di ritrovare un Sorrentino più necessario al racconto di oggi rispetto al racconto delle sue immagini, più umanamente fragile ed esposto. Un film più vicino alla vibrazione intima de "Le conseguenze dell'amore", al realismo grottesco de "Il Divo" che agli estetismi puri e trascendentali, da me anche preferiti, de "La grande bellezza", "Loro" e "Parthenope". Qui la realtà appare incrinata ma sempre terrena, come osservata attraverso una superficie instabile. Proprio in questa oscillazione prende forma una profonda relatività della vita. Alla fine, arriveranno risposte definitive, non solo tentativi. Non c'è pace, ma leggerzza. È un'opera filosofica e letteraria che, malgrado qualche sbavatura, riesce a mostrare con concretezza come ogni gesto individuale riverberi nella sfera collettiva. Un film inafferrabile, che rifugge le definizioni, e che proprio per questo resta addosso. "La Grazia" non chiede di essere amato, chiede di essere attraversato. E nel farlo ricorda una cosa semplice e difficile: che vivere significa esporsi, accettare il rischio, concedersi la possibilità di essere leggeri anche solo per un istante, senza smettere di sentire il peso di ciò che siamo chiamati a decidere.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
Seguici su Instagram