La quattordicesima domenica del tempo ordinario - Nel bene e nel male

Nel bene e nel male Pupi Avati. Così si potrebbe riassumere la sua ultima opera, La quattordicesima domenica del tempo ordinario, una pellicola che rivendica in toto la nostalgia democristiana del dopoguerra, difendendo a denti stretti l'eredità cristiana. Eppure c'è dell'altro, come in ogni pellicola di Avati, le storia narrata è così vera e identitaria da deviare anche le critiche politico-religiose, rendendo abbastanza superflua un analisi puramente storica del film. Pupi Avati è da sempre un regista popolare, da non confondere con puramente commerciale, ma come pioniere di un cinema dedito a trasfigurare i luoghi della vita dandogli le sembianze di una nazione intera.
Da La casa delle finestre che ridono (1976), oltre alla creazione del genere gotico padano, Pupi Avati ha attuato una continua riproposizione della sua personale archeologia della memoria, aprendosi non solo allo scenario emiliano-bolognese, ma anche e soprattutto a un paese, l'Italia, che si rivede da sempre nel suo cinema, specchio che riflette fantasia e realtà, spettri, paure, segreti e commemorazioni. Se tracciamo una linea diretta con l'oggi, il cinema di Avati ha vissuto diversi periodi popolati da film molto differenti tra loro: periodo provinciale con Balsamus, l'uomo di Satana (1968) e Thomas e gli indemoniati (1970), periodo gotico padano con La casa dalle finestre che ridono (1976), Tutti defunti...tranne i morti (1977) e Le strelle nel fosso (1979), poi il lunghissimo periodo di pellicole "a modo" che arriva fino a La quattordicesima domenica del tempo ordinario.
Del Pupi Avati post 1979, le pellicole che più hanno destato interesse (o almeno le nostre preferite) sono: Regalo di Natale (1986), Il papà di Giovanna (2008) e Il figlio più piccolo (2010). La quattordicesima domenica del tempo ordinario, anche se di facciata potrebbe far parte della seconda parte della carriera di Avati, nasconde l'incontro tra i due mondi del regista, da sempre impegnato nel far convivere provincia, gotico e film "a modo", composti e dichiaratamente cattolici, che non raccontano mai di una rottura definitiva ma di un continuo redimersi che risana la spaccatura, di un continuo ricordare il momento in cui la nostra vita è cambiata per sempre.
La trama di La quattordicesima domenica del tempo ordinario è questa:
"Bologna, anni 70. Marzio, Samuele e Sandra sono giovanissimi e ognuno ha un suo sogno da realizzare. La musica, la moda, o forse la carriera. I due ragazzi, amici per la pelle, fondano il gruppo musicale I Leggenda e sognano il successo. Sandra è un fiore di bellezza e aspira a diventare indossatrice. Qualche anno dopo, nella quattordicesima domenica del tempo ordinario, Marzio sposa Sandra mentre Samuele suona l'organo. Quella 'quattordicesima domenica' diventa il titolo di una loro canzone, la sola da loro incisa, la sola a essere diffusa da qualche radio locale. Poi un giorno di quei meravigliosi anni novanta in cui tutto sembra loro possibile, si palesa all'improvviso la burrasca, un vento contrario e ostile che tutto spazza via. Li ritroviamo 35 anni dopo. Cosa è stato delle loro vite, dei loro rapporti? Ma soprattutto cosa ne è stato dei loro sogni."
In La quattordicesima domenica del tempo ordinario è presente tutto il cinema di Pupi Avati, la Bologna passata e presente, i sogni e il tentativo di realizzarli, il tradimento, la musica, i ricordi che si fondono con la vita di tutti i giorni, c'è il gusto kitsch della messinscena, e la mania di trasportare attori (oggetti misteriosi o che fanno parte di altro cinema) all'interno della sua poetica: qui Lodo Guenzi, Massimo Lopez, Edwige Fenech, Gabriele Lavia, in passato Diego Abatantuono, Cristian De Sica, Ezio Greggio.
Ma riprendiamo il discorso dell'incontro tra i due mondi: in La quattordicesima domenica del tempo ordinario il Pupi Avati "gotico" incontra quello "a modo", costituendo una pellicola che se in superficie può sembrare una classica commedia drammatica, al suo interno nasconde invece un incontro tra fantasmi irrequieti. L'incontro tra passato e presente, seppur mantenga il raccordo nei flashback, è spiritico, non in quello che rappresenta ma in come lo mette in scena, calcando molto sull'evocazione della voce e sull'inquadrarli mentre camminano nella nebbia, che dal passato arriva al presente, quasi come a indagare i protagonisti, a riportarli in un tempo andato.
Nel bene e nel male Pupi Avati. Nel bene perchè è un autore che ancora oggi cerca d'infrangere le regole prestabilite dalle produzioni, creando dei prodotti che cercano di trasmettere qualcosa in modo sincero e sentito attraverso scelte coraggiose, nel male poiché la matrice democristiana da cui proviene Pupi Avati non ammette rotture, non è mai definitiva, e costringe i personaggi dei suoi film a girare continuamente attorno a uno o più eventi, in cerca di un cattolicissimo e mai costruttivo perdono.
"Ovunque nella stanza ci son sogni non realizzati..."
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)