La trama fenicia o la redenzione secondo Wes Anderson

Dal 2021, il famoso e ormai quasi famigerato regista di Houston, ha intrapreso un percorso di sublimazione formale, trasformando ogni suo film in un distillato di stile e riflessione su un mondo che sembra perdere bellezza giorno dopo giorno. Eppure, durante il Festival di Cannes 2023, mentre presentava il raffinatissimo Asteroid City, qualcosa è cambiato. Seduto accanto a Benicio Del Toro durante una cena, Anderson ha avuto una visione: un film diverso, più sporco, più umano. "La Trama Fenicia" è quel film. Qui, per la prima volta, Anderson sporca i suoi iconici colori pastello, sfuma le simmetrie perfette e imbruttisce le forme pur di raccontare una storia profondamente tenera e, in modo quasi paradossale, sincerissima. Al centro c'è un uomo disgustosamente ricco (un Benicio Del Toro magnetico, carismatico come raramente si è visto) in cerca di redenzione, non solo spirituale, ma carnale, viscerale. Il suo viaggio di espiazione lo porterà a scontare peccati professionali ed esistenziali, accompagnato da alleati improbabili e ostacolato da figure che incarnano le zone più ambigue e torbide del suo passato. A differenza dei precedenti lavori di Anderson, non ci sono più gruppi di personaggi che convergono in storie parallele. Qui tutto è focalizzato sul protagonista (Del Toro) e sui suoi due compagni di viaggio: Mia Threapleton, cuore emotivo del film, e Michael Cera, irresistibile nel ruolo del mattatore comico. Il racconto si divide in due binari: da un lato, il viaggio fisico di un padre e una figlia che cercano di riparare ai propri errori mentre architettano un piano folle per sovvertire un mondo avido; dall'altro, una passione quasi cristologica, quella di un grandissimo peccatore che forse, più di qualsiasi altro personaggio andersoniano, merita il titolo di "antieroe tragico". I due percorsi si intrecciano in un'avventura rocambolesca, ricca di colpi di scena degni del miglior romanzo d'appendice, ma è nell'epilogo che Anderson rivela ancora una volta il suo lato più autentico: quello di un regista profondamente sentimentale, capace di sciogliere ogni artificio stilistico in un momento di pura, liberatoria commozione. C'è chi lo accusa di essere ormai asettico, manierista, prigioniero della sua stessa estetica. Ma "La Trama Fenicia" dimostra il contrario. Anderson non ha mai smesso di essere un narratore emotivo. Semplicemente, stavolta, ha deciso di sporcarsi le mani. E il risultato, per quanto non sia uno dei suoi capolavori, è uno dei suoi film più sinceri e interessanti.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)