La visione perduta di Dracula: L’amore perduto

30.10.2025

Parlare di Dracula: L'Amore Perduto di Luc Besson significa affrontare un oggetto cinematografico strano, sbilenco, a tratti affascinante e a tratti imbarazzante, ma soprattutto significa fare i conti con una domanda che attraversa tutto il film: se si vuole tornare ancora su Dracula, perché farlo così? Questo non è davvero un adattamento di Dracula di Bram Stoker, e non è neppure, non fino in fondo, un Dracula "di Besson". È piuttosto un film che prende quasi di peso l'impianto melodrammatico del cult di Francis Ford Coppola del 1992, lo ricalca nei punti cruciali, e poi lo dilata in una direzione più teatrale, più ridanciana, più vistosa, ma anche più vuota. È questo scarto tra intenzione e risultato, tra grande racconto romantico e messa in scena pasticciata, che rende il film al tempo stesso guardabile e deludente.

L'incipit è quasi identico a quello che conosciamo: un Dracula ancora uomo, innamorato di sua moglie Elisabeta, più interessato al talamo che al trono, costretto alla guerra contro gli ottomani, e infine alla perdita della donna amata. Il lutto, la rabbia verso un Dio che non protegge, la maledizione su se stesso e sul cielo: tutta questa parte vorrebbe essere epica e sacra, ma Besson la gira come se stesse dirigendo un dramma storico di lusso per piattaforma, sovraccaricando di musica, ralenti e dialoghi espositivi quello che Coppola risolveva in dieci minuti di grande cinema estetizzato. Qui la tragedia funziona meno perché è troppo spiegata e troppo poco sentita: il film ci racconta che Dracula è spezzato, ma non ce lo fa davvero vivere. Quattro secoli dopo, il film entra nel suo cuore: l'arrivo del giovane che vuole acquistare la proprietà in Inghilterra, l'incontro con la donna identica a Elisabeta, l'ossessione amorosa che rinasce. È il punto in cui abbiamo bisogno che il film decida cosa vuole essere, horror gotico? melò soprannaturale? meta-racconto sul mostro innamorato? Invece è proprio qui che l'opera si sfilaccia. Besson passa dal romanticismo tragico a un umorismo involontario, da innesti quasi da telenovela che sembrano voler ironizzare sul mito, senza però avere il coraggio di farlo davvero. Il risultato è che non è abbastanza serio per commuovere, non è abbastanza spaventoso per inquietare, non è abbastanza intelligente per essere satira. Ed è un peccato, perché gli attori ci provano. Caleb Landry Jones, magnifico come sempre, è un Dracula strano, nervoso, più umano che demoniaco, quasi un vampiro stanco che non sa più come stare al mondo: è una scelta interessante, che poteva funzionare in un film più compatto. La sua fisicità irregolare, la sua voce che scivola tra il sussurrato e lo scomposto, il tentativo di far emergere il dolore più che la minaccia: tutto questo racconta un'idea di Dracula malinconico, prigioniero del passato. Ma il film lo sabota, perché appena costruisce un momento intenso gli mette accanto una scena goffa, che toglie progressivamente peso al personaggio. È come se Besson non si fidasse della serietà che lui stesso ha messo in campo. Matilda De Angelis, dall'altra parte, entra in scena meno spesso del dovuto ma ogni volta porta una vitalità diversa: la sua Maria non è solo una "serva di Dracula", asservita ai desideri del suo padrone, ma esprime, con vigore ed esuberanza, un carattere, una modernità, un margine di autonomia nelle parti della pellicola a lei dedicate. Il film però le concede troppo poco spazio: è lei l'unico vero elemento di rinnovamento del mito, e rimane confinata ad una breve sottotrama. Altra grande delusione in Christoph Waltz, qui in veste di sacerdote (palesemente Van Helsing, mai nominato per chissà quale motivo), una figura di controllo morale che osserva tutto con un misto di ironia e severità che l'attore sa dosare bene ma il film no. È un personaggio che sembra arrivare per contratto più che per necessità delle vicende, e il tempismo dei suoi interventi ha un retrogusto stantio e ridicolo, più degli sbalzi d'umore del film stesso. Dove il film colpisce un poco di più, è nel comparto visivo e nel design, comunque costernato da alti e bassi dovuti al budget ridotto che fa a cazzotti con le ambizioni visive di Besson. I costumi sono sontuosi e pacchiani, alcune location sono scelte con gusto, altre inquadrature sono riciclate nel montaggio perché le comparse scarseggiavano. I colori sono ricchi, la fotografia di Colin Wandersman cerca un tono favolistico più che gotico, a metà tra il racconto fantastico e il period drama patinato. A volte sembra più Bridgerton con i vampiri che Dracula, ma in quelle porzioni il film almeno è bello da guardare, e per qualche minuto smetti di chiederti perché la sceneggiatura ti stia spiegando per la terza volta che Dracula è triste per la moglie morta. Il problema ulteriore è che a questi momenti più o meno riusciti si alternano effetti visivi imbarazzanti. I gargoyle-scagnozzi sono una di quelle idee che sembrano nate in una riunione in cui nessuno ha avuto il coraggio di dire "no": brutte da vedere, fuori tono, con una CGI grezza che stona con la cura dei set, e soprattutto del tutto inutili alla storia. Non aggiungono minaccia, non aggiungono ironia, non aggiungono mito. Sembrano lì solo per dire: "questo è un Dracula diverso". Ma se l'unica differenza è "ha i minions gotici", allora rimane comunque una brutta copia di quello di Coppola. Besson sembra voler mettere il suo timbro proprio in quei punti e purtroppo è proprio lì che il film deraglia nel peggior kitsch. 

Anche la scrittura è timida. Il film ha paura del silenzio e della sottigliezza: riempie di dialoghi espositivi quello che si poteva intuire visivamente, ripete motivazioni, mostra montaggi di ricordi che dicono sempre le stesse due cose. Questo genera una sensazione di poca fiducia nello spettatore, come se davvero il regista ci ritenesse incapaci di trattenere le informazioni. È anche per questo che i personaggi secondari risultano piatti: Jonathan è ridotto a comparsa funzionale, le altre donne sono figurine decorative, i comprimari di corte sono solo tappezzeria. Eppure, al centro, c'è un'idea che poteva valere un film: il vampiro come condanna alla memoria. L'uomo che vive troppo a lungo e che per sopravvivere deve ripetere la stessa storia d'amore all'infinito, cercando il volto perduto in ogni volto femminile. Coppola lo diceva con lo splendore del mito, Besson prova a dirlo con l'insistenza del teatro. Ma mentre Coppola aveva una regia febbrile che trasformava l'eccesso in estasi, qui l'eccesso diventa soap: troppi violini, troppi stacchi, troppo spiegato. Il tono, insomma, non tiene. E quando il tono non tiene, i difetti saltano agli occhi: il ritmo disgiunto, le scene messe in fila più che collegate, la durata che non pesa ma gira sempre su se stessa.

La cosa forse più rivelatrice è la sensazione che si ha alla fine: non è un film "aggressivamente brutto", non è da cestinare in blocco, non è neppure quella catastrofe che qualcuno poteva aspettarsi da un Besson in vena di esagerazioni. È un film confuso, poco convinto, poco necessario. E questo, per un'opera che voleva rimettere al centro Dracula attraverso la chiave dell'amore perduto, è un esito un po' triste. Rimangono le belle immagini, qualche guizzo, la prova generosa di Caleb Landry Jones e le poche scene in cui Matilda De Angelis riesce davvero a rompere la patina. Ma alla fine, la cosa migliore che fa questo film è ricordarci che c'è sempre tempo per rivedere "Bram Stoker's Dracula."

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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