L'orrore, un rumore lontano: La zona d'interesse

05.03.2024

Lo schermo nero. Il titolo del film che sfuma sulle note della colonna sonora spettrale di Mica Levi. L'orrore, un rumore lontano. Il suono arriva prima dell'immagine, così in quello schermo nero iniziale percepisco con l'udito la morte a lavoro e immagino lo scorrere incessante di corpi dilaniati nella carne e nello spirito.

Jonathan Glazer decide di celare questi corpi dilaniati, di nascondere Auschwitz alla vista ma non all'udito. La zona d'interesse è un processo di sottrazione: il racconto universale dell'impossibilità di trasporre in sequenza la parola Shoah. 

Luci accese. Luci spente. Porte chiuse. Porte aperte. L'animale di Auschwitz Rudolf Höss e la sua famiglia. La loro casa bianca. La piscina. Il giardino perfetto. Il muro del campo di concentramento. Le ciminiere che illuminano la notte.

La zona d'interesse è la geometria del buio, l'abisso a cui rischio di aderire ogni giorno. Fare finita di niente. Voltarsi. L'aspetto più interessante dell'ultimo film di Glazer è che non parla "solo" dell'Olocausto ma di tutte le tragedie avvenute, possibili o in corso.

Il colore nero. Il colore rosso. La fotografia pastorale. I dialoghi quasi assenti. La regia precisa. Un viaggio ancestrale, esoterico, un percorso che sonda la possibilità di essere complici di una logica immorale.

Il fotogramma di una ragazza ripresa da una telecamera termica. Il fotogramma di una ragazza che nasconde le mele per i prigionieri del campo di Auschwitz.

Le dita di questa ragazza poggiate su un vecchio pianoforte: sta suonando una canzone di resistenza.
Impressi a schermo i sottotitoli che svelano le parole di questa muta canzone. 

Una muta canzone che riecheggia nelle milioni di storie spezzate.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)

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