L'arte che mette a disagio: After The Hunt è lo schiaffo di Guadagnino contro la moderna ipocrisia che si nasconde dietro la paura di offendere.

18.10.2025

Luca Guadagnino, con After The Hunt, mette in scena il concetto più lucido che abbia trovato per descrivere quella corrente rancorosa che ulula "non si può dire più niente" e brandisce il presunto "politicamente corretto" come scudo per giustificare un'etica raggrinzita: lo definisce "malcontento performativo". È un'espressione elegante e tagliente, che sembra imparentata con il lessico terapeutico contemporaneo ma, sotto la vernice, inchioda un problema sistemico: un'abitudine mentale che inizia come autoassoluzione, si radica nell'educazione e diventa riflesso condizionato finché qualcuno non la interrompe, ed è lì che scattano i conflitti. Guadagnino non firma "semplicemente" un film sul #MeToo o sugli scandali sessuali in ambito accademico, né un thriller di potere; usa quella cornice come impalcatura per edificare una commedia nera, cinica e spietata, sulla prevaricazione morale di chi pretende che il proprio privilegio conti più del dolore altrui, anche davanti a violenze reali e superamenti concreti di ogni limite. E il fatto di coronare tutto con un cast intergenerazionale composto da superstar prosegue il suo discorso di decostruzione del divismo avviato con "A Bigger Splash", nel 2015, trasformando il carisma in una lente che seduce, deforma e smaschera. Il film è immediatamente abrasivo: sembra che qualcuno ti pianti un dito nel petto mentre ti rimprovera, scena dopo scena, e intanto sullo schermo scorrono facce bellissime che si scambiano parole cariche di rabbia, imbarazzo, risentimento. Quell'aggressività è la forma stessa che Guadagnino sceglie per farci sentire addosso la frizione dei tempi e le spaccature tra generazioni. Mi ha colpito in particolare il modo in cui la regia, attraverso ombre corpose, primi piani volutamente sfocati e l'insistenza quasi feticista sui dettagli delle mani, allestisca un mosaico sporco di frammenti che aspirano a ricomporsi in una verità definitiva e si rifiutano, costantemente, di farlo. È un'opera che non vuole un punto fermo, e proprio per questo irrita chi pretende di decodificarla come parabola morale compiuta: a chi corre a etichettarlo come "film sul MeToo", Guadagnino risponde con una satira sul bisogno di esibire posizioni "giuste". Il bersaglio non è la filosofia del MeToo, bensì la dissipazione di ogni filosofia quando l'istinto di autoconservazione prende il sopravvento: docenti, attivisti, dirigenti, studenti, tutti retoricamente devoti all'etica, ma pronti a sacrificare l'etica non appena entrano in gioco carriere, reputazioni, rapporti di forza. Qui sta uno dei nodi più stimolanti: molti hanno confuso intenzione ed effetto. L'intenzione è farci stare male, e l'effetto è centrato. A differenza del riso liberatorio, il disagio raramente viene "applaudito", eppure la scrittura è densa e stratificata, costringe a una presa di posizione nell'incertezza: ci intrappola in una zona grigia senza onniscienza, con dati incompleti, e ci chiede, quasi con crudeltà, di trarre conclusioni a nostro rischio. Non è un gesto reazionario contro l'idea di progresso; è un monito sui pericoli dell'assolutismo morale, del bisogno di aderire immediatamente a uno dei poli della contesa senza interrogarsi sugli effetti collaterali. Il film funziona come un ritratto di gruppo: quattro figure quasi prive di appigli "piacevoli" che, nonostante tutto, riescono a farsi capire, a smuovere empatia, a rendere opache le nostre certezze. La recitazione, in questo, è determinante. 

Ayo Edebiri compone il ritratto più segreto e, per questo, più perturbante. Il suo personaggio sembra "quieto", e invece la quiete è una tecnica: una pazienza apparentemente mite che è insieme disciplina, controllo pignolo, capacità di dettare il ritmo del confronto senza alzare la voce. Sotto quell'autocontrollo si percepisce un dolore reale, un torto subito che legittima la fermezza morale con cui si presenta; ma la sua è una rettitudine che funziona anche come maschera, un velo che oscura intenzioni e desideri, spostando di continuo il baricentro percettivo dello spettatore. È proprio questa ambivalenza, la coesistenza di ferita e "ragione", di sofferenza e potere, a renderla magnetica. Il suo gesto attoriale migliore è nel non concedere mai un punto fermo: trasmette lo scarto tra ciò che si dice e ciò che si vuole con un'economia di segni che obbliga chi guarda a colmare i vuoti. Non stupisce che questa risulti la mia prova preferita: è la recita più complessa proprio perché è la meno appariscente. All'estremo opposto, Andrew Garfield abbraccia senza remore il lato inaspettatamente più viscido e spettacolare della sua figura. Serpentino, ingordo, profondamente sgradevole e insieme intrattenente: il paradosso è tutto qui, e lui lo cavalca con intelligenza. Anche con un minutaggio contenuto, riesce a far vibrare più registri: l'arroganza che si crepa in ansia, l'esibizione di sé che tradisce paura, l'eloquenza di facciata che non cancella il vuoto etico. Ambizione e timore diventano palpabili; un attimo prima la superficie luccica, un attimo dopo si intuisce il marcio. Il rischio era la macchietta monodimensionale: Garfield lo elude dando al personaggio una densità immediata, un'energia da "animale di scena" che attrae e respinge nello stesso tempo. È una performance che non chiede amore, chiede attenzione, e la ottiene. Michael Stuhlbarg , la vera musa di Guadagnino, fa quello che sa fare come nessun altro: essere il giocatore silenzioso più prezioso in campo. Il suo equilibrio è una lama sottile tra caos e affetto, malizia e calore. C'è una qualità malevola nel modo in cui lascia filtrare l'intelligenza tagliente del personaggio, un sorriso che può graffiare; ma poi, quasi nello stesso gesto, arriva una tenerezza tragica che ne ridisegna i contorni. Cammina sul filo senza mai cadere: abbastanza spigolo da turbare, abbastanza umanità da trattenere chi guarda. È un lavoro di rifinitura: Stuhlbarg leviga e scava, definisce gli spazi morali del film senza mai reclamarli a voce alta. Quando esce di scena, lascia un'eco; quando entra, ricalibra l'aria. E poi Julia Roberts, la Diva, la "Star delle Star", che qui accetta, e desidera, di essere smontata. Il suo è un lavoro abbagliante, probabilmente il migliore da almeno quindici anni: ti abbatte al primo colpo e poi continua a vibrare. È protagonista assoluta in un senso centripeto: tutto le ruota attorno anche quando la trama sembra scivolarle di lato. Il fuoco è la sua indecisione, le azioni presuntuose, un passato torbido, un affetto alterno che si accende e si spegne. È l'occhio e il ciclone: osservatrice e vortice, centro che attrae e insieme disgrega. Ancora più radicale è il modo in cui si lascia "distruggere" dalla regia: appare piegata e fallibile fin dalla prima scena, affamata dell'attenzione accademica di colleghi e studenti. Se ne nutre per avanzare e, al tempo stesso, per illudersi di poter governare eventi che inevitabilmente la sopraffaranno. È un'autoritratto senza carezze: lo splendore della star usato come lente d'ingrandimento dell'insicurezza. Se la recitazione modella l'ambivalenza, l'apparato formale la incide a sangue. La colonna sonora firmata sempre dai Nine Inch Nails, Trent Reznor e Atticus Ross, alla quarta collaborazione con il regista, pulsa come un secondo cuore e, a tratti, invade lo spazio delle parole: discussioni decisive vengono quasi sommerse da suoni jazz distorti, da archi che s'inarcano, da un brano dei The Smiths che si fa tappeto ironico; altrove l'audio collassa in un vuoto attraversato solo dal ticchettio di un orologio, e ci si scopre a scomodarsi sulla poltrona; in altri momenti una stanghetta dissonante in due note interrompe una scena "normale" come un falso jumpscare, certificando che è cambiata la pressione dei poteri in campo. Non importa esattamente "cosa" si dicono i personaggi in quegli istanti: importa che la messa in scena dichiari che nessuno, davvero, sta ascoltando l'altro. È un'università dell'arguzia che simula il dibattito, ma in realtà è un'arena: più esiti possibili, un solo vincitore per volta.

La scrittura non ti consola mai: la vulnerabilità non equivale automaticamente a virtù. È un principio controintuitivo in un'epoca in cui lo spazio pubblico chiede confessioni continue e, insieme, pretende comfort. Guadagnino, invece, pretende il contrario: non ti culla, ti provoca, ti costringe a stare in un presente moralmente instabile, in cui il desiderio di definire eroi e cattivi è un impulso comprensibile ma, il più delle volte, fuorviante. La sua è una provocazione mercuriale, crudele nel senso migliore: ti toglie i corrimano e ti lascia con le domande. Non per arrogante snobismo, ma per onestà: spesso non c'è una risposta, spesso non ci sono vincitori. E il cinema, quando è vivo, non sostituisce la coscienza; la punzecchia. Questa non sarebbe un'operazione interessante se si limitasse a dire quanto il mondo sia brutto e complicato. Il punto è che qui ogni scena sembra portare livelli infiniti di sottotesto, inversioni di tono, cortocircuiti tra sincerità e ironia. Guardando After The Hunt ho avuto la sensazione di dialogare con l'opera. È un labirinto di tono in cui la mappa cambia mentre la guardi, e proprio per questo somiglia al presente: a come si sta al mondo adesso, tra feed polarizzati, parole d'ordine, sfoghi gratuiti che si travestono da riflessioni. Ci si accorge, strada facendo, che tutti recitano per affermare una chiarezza morale che non possiedono: "guardami, sono una brava persona" è la supplica in filigrana di molti sguardi, e la regia ce la rimanda addosso senza pietà.

Il risultato è un film di alienazione deliberata, destinato a farsi comprendere meglio col tempo. Ti chiede la fatica di sostare nel disagio e ti restituisce, in cambio, una lucidità poco frequente: ci ricorda che siamo programmati a giudicare in fretta, a difendere il nostro bias, a pretendere la giustizia che crediamo di meritare, ma che l'ascolto — quello vero, è un'altra cosa. Non c'è verità se non quella che racconti a te stesso; la responsabilità è scegliere se farne una gabbia o una presa di coscienza. Per questo After The Hunt mi ha comprato immediatamente, quando lo sfarfallio della rabbia altrui è sceso di volume e ho potuto sentire il lavoro che faceva sul mio sguardo. Mi ha lasciato con domande invece che con slogan, con il sospetto che la moralità è spesso un paradosso in movimento; e che l'arte, quando ci rispetta, non ci accarezza: ci mette di fronte allo specchio e, sordamente, accelera il battito.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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