Le Città di Pianura - Cosa succede quando bevi l'ultima.

"Le Città di Pianura" di Francesco Sossai è uno di quei film che ti fanno uscire dalla sala con la sensazione di aver bevuto senza aver toccato bicchiere, brillo di emozioni e memorie che credevi addormentate. Sossai guarda il Veneto come solo chi appartiene alla propria terra può fare, con gratitudine e lucidità, e lo racconta senza cartoline, senza lifting, con l'onestà di chi conosce i bar all'angolo e le curve delle provinciali, i vuoti dopo un pranzo in osteria quando gli spettri di una vita non vissuta ti siedono accanto finché non ordini l'ultima. Se non la ordini, non se ne vanno, non sono demoni, sono rimpianti, occasioni perse, tutto ciò che avremmo potuto essere. Il film parte da qui, da una sete che è prima di tutto esistenziale, e usa l'alcol come metronomo sociale, una misura del tempo condiviso e della nostalgia, non una scorciatoia per la trama. Il parallelo con "Il sorpasso" viene naturale, ma Sossai lo rovescia con coraggio. Là c'era un'Italia lanciata verso il benessere, qui la bolla si è già sgonfiata e ha lasciato un paese più povero e più sobrio, o almeno così dice di essere. Il boom del dopoguerra diventa la crisi del 2008, la fiducia in un'identità nazionale in costruzione si capovolge in una nostalgia di ciò che non abbiamo mai davvero consolidato. Le notti infinite non sono più la festa spensierata del miracolo economico, sono un rifugio a portata di bancone, un laboratorio di alterazioni in cui la gradazione alcolica prova a fare ciò che l'economia non fa più, restituire legami, coraggio, appartenenza. Sossai miscela la malinconia comico dolceamara di Aki Kaurismäki con il tragicomico disincantato del Danny Boyle di "T2 Trainspotting", eppure ne esce qualcosa di diverso, meno arido, più caldo, come un fiordilatte che all'inizio sembra amaro e poi, piano, diventa dolce.I personaggi reggono tutto. Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano sono viveur ammaccati ma non arresi, bramosi di emozioni e soprattutto assetati, uomini che hanno imparato a tenere a distanza la rassegnazione con l'ironia, la musica, l'ostinazione del passo avanti.

Con loro c'è Giulio, Filippo Scotti, giovane studente di architettura, educato e curioso, intrappolato fra il desiderio di opporsi e quello di lasciarsi trascinare. All'inizio l'incontro tra le generazioni è un urto, poi diventa confronto, infine scivola verso un insegnamento reciproco senza pedagogia, un apprendistato allo stare al mondo. Mi sono ritrovato in Giulio, nei suoi "magari un'altra volta", in quel pudore che ti fa arretrare quando vorresti avanzare. Romano e Capovilla, Carlobianchi e Doriano, sembrano voler frenare l'orologio a colpi di brindisi, Giulio prova a dargli una forma nuova, a capire se l'ultima può diventare la prima di qualcos'altro. Il film respira come un road movie, ma la meta resta indefinita, più che la destinazione importa l'andare, e spesso l'andare coincide con il cercare un ultimo bicchiere. Un treno preso al volo, il lampo di una fuga possibile, un sogno di realtà alternative. In quei bar affollati a ogni ora, tra danze e canzoni, tornano alla mente le case mai finite, le insegne senza lettere, le villette piccolo borghesi che assaltano con irrimediabile bruttezza la bellezza altera delle ville palladiane. Il film sembra una risposta dolce e affilata alla deriva del capitalismo e dei suoi borghesucci, ma non lancia proclami, aderisce ai corpi e ai gesti, affida la tesi a una regia che trasforma ogni centesimo di un budget ridotto in stile. Sossai filma i luoghi senza venderli, e questo è già un gesto politico. Il suo Veneto è una terra di mezzo tra montagne e mare, una pianura spesso dimenticata. Qui l'occhio resta a livello d'asfalto, nel verde fluo di notti che sembrano fuori da ogni canone estetico, sospese tra malinconia da bar e visioni. C'è un'energia che si consuma proprio mentre scintilla, una bellezza laterale che non chiede consenso. La macchina da presa alterna primissimi piani statici a scarti improvvisi, non per virtuosismo, ma per verità; la musica country folk suggerisce un Veneto trasfigurato in un Midwest immaginario, fatto di bar, officine, strade dritte che si perdono nella foschia, una frontiera morale più che geografica. La scrittura è semplice, non elementare, e ha la grazia di chi sa che la vita non è mai tutta di un colore. Nessun pietismo, nessun appiattimento morale; i personaggi stanno in piedi con le loro contraddizioni, si fanno voler bene perché sono veri, e quando li hai amati vorresti correre con loro tra le curve della provinciale, sentire sul viso l'aria notturna che pizzica. La macchina narrativa non cerca applausi, accetta buchi e sospensioni, capisce che non tutto si capisce, non tutto si aggiusta, e va bene così. È un cinema di fiducia nello spettatore, un invito a entrare nei silenzi e a riempirli con il proprio respiro. C'è anche un sentimento di regionalismo autentico, non ripiegato, un invito a preservare ciò che è vivo contro chi vorrebbe trasformare tutto in una grande infrastruttura, una rotonda infinita utile al passaggio e non alla sosta, alla logistica e non alla vita. Tra la laguna e la montagna c'è un abisso, in mezzo corre un fiume di storie che non smette di scorrere, il film lo sa e le lascia traboccare, ma con misura, con quell'equilibrio raro tra immediatezza e cura, tra improvvisazione e controllo. Le interpretazioni sono un capitolo a parte. Romano ha una naturalezza schietta che illumina ogni inquadratura, Capovilla ci mette una vitalità nervosa da performer che conosce il palco e lo porta nel quotidiano, Scotti lavora di sottrazione, ascolta più che parlare, si concede poco e proprio per questo rimane. Insieme costruiscono una chimica non addomesticata, credibile nelle microfratture e nelle tregue, nei sorrisi sghembi e nelle cadute di tono. È una triade che funziona perché non forza la mano, perché lascia che il tempo faccia il suo, e perché sa fermarsi un attimo prima dell'enfasi. Non è solo questione di stile, è il messaggio che passa senza imposizioni. In questo incontro di opposti, i due mondi si contaminano, i due stili di vita si mescolano, e ciò che resta è un invito a cogliere le possibilità finché si è in tempo. Giulio deve farlo perché il tempo sembra dalla sua parte, "Carlobianchi" e Doriano lo fanno per non sentire l'orologio picchiare sul vetro. Intanto la storia scorre come una risata che non sa se diventare pianto, come una malinconia che non cede al cinismo, come un brindisi che pare l'ultimo e invece chiama il prossimo. È un cinema che ti accompagna a casa, ti lascia alla porta e non pretende di entrare, ma ti resta addosso.

"Le Città di Pianura" è un film che avevo bisogno di vedere. Ho riso, mi sono commosso, ho riconosciuto le reazioni e le relazioni con i luoghi e persone, pur essendo geograficamente distante, molto distante, mi sono ritrovato in quell'oscillazione tra opporsi e lasciarsi trascinare che appartiene a ogni vita non lineare. Finché esisteranno bar in cui chiedere l'ultima e strade notturne da percorrere senza fretta, ci sarà spazio per storie così, storie che non chiudono col passato e non si illudono sul futuro, ma nel presente trovano la misura giusta per farci sentire, per una volta, esattamente dove dovremmo essere.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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