Leoni d'Oro serpenti per piccole visite ai parenti: il caso "Father Mother Sister Brother"

30.12.2025

La vittoria del Leone d'Oro a Venezia #82 per Father Mother Sister Brother ha lasciato dietro di sé un rumore che, per come la vedo io, dice più del clima che del film. Non perché Jarmusch non potesse vincere: poteva eccome. Ma perché la sensazione diffusa, alimentata da voci di corridoio credibili e mai ufficialmente confermate, è che la scelta della giuria presieduta da Alexander Payne sia stata anche un modo per evitare una presa di posizione netta, negando il premio massimo a un titolo percepito come più scopertamente politico e più "rischioso" come La voce di Hind Rajab, che a Venezia ha comunque ottenuto un riconoscimento importante (Leone d'Argento/Gran Premio della Giuria). Lo ripeto per evitare fraintendimenti: sono ipotesi, non prove. E infatti, se mi fermo ai fatti, Payne ha motivato la scelta parlando di emozione e di un film che li ha "commossi" più di altri, e l'idea del "premio di compromesso" resta un'interpretazione, plausibile quanto indimostrabile. Però capisco perché la polemica sia esplosa: quel tipo di discussione nasce quando un festival appare, anche solo per un attimo, più attento a non urtare che a prendere posizione. Il paradosso è che questa ombra, alla fine, non scalfisce davvero "Father Mother Sister Brother". Semmai lo incornicia in modo sbagliato, come se fosse un film "furbo" o "neutro". In realtà è un film tutt'altro che accomodante: è solo più silenzioso, più laterale, più fedele a un modo jarmuschiano di fare un altro tipo di politica, lavorando sui comportamenti, sulle distanze, sui piccoli tradimenti quotidiani.

Il film è un'antologia in tre episodi, "Padre", "Madre", "Sorella/Fratello", appunto, ambientati in tre luoghi e tre climi emotivi distinti: un sobborgo dell'America rurale in inverno, un quartiere di Dublino, le strade e le case di Parigi. La struttura è semplice e, proprio per questo, rischiosa: niente "grande trama", nessun colpo di scena che rimetta in ordine il caos. Solo persone adulte che si incontrano (o si evitano) dentro un legame di sangue che non basta più a reggere il peso di ciò che è stato taciuto. Il primo episodio, quello del padre, è un concentrato di attriti. Tom Waits è perfetto perché non ha bisogno di "recitare" l'asprezza: gli basta stare lì, con quella sua presenza ruvida, ironica, stanca. I figli (Adam Driver e Mayim Bialik) arrivano con l'aria di chi fa la cosa giusta: visita, premura, frasi di circostanza, attenzione ai dettagli pratici. Ma la premura è una forma, non un contenuto. E Jarmusch è spietato nel mostrare come le forme sociali, soprattutto in famiglia,siano spesso una coperta messa sopra un rancore che non si è mai deciso di affrontare. La casa, il freddo, i tempi morti: tutto lavora contro l'idea di "riunione". Non c'è calore natalizio, non c'è riconciliazione. C'è invece una sensazione strana, un ticchettio costante, come una bomba che non esplode mai. La cosa più snervante non è lo scontro aperto, ma il modo in cui ogni frase sembra avere un doppio fondo. Il padre punge, i figli assorbono e restituiscono in forma passivo-aggressiva, come se l'obiettivo non fosse capirsi ma segnare punti senza sporcarsi troppo. Jarmusch qui è cinico, sì, ma non compiaciuto: non sta dicendo semplicemente come "le famiglie facciano schifo", sta mostrando quanto sia facile trasformare l'intimità in un'arena di controllo e risentimento. Il secondo episodio, quello della madre, sposta l'asse ma non l'amarezza. Charlotte Rampling interpreta una madre anziana con una lucidità che fa male: non è fragile, non è caricatura, non chiede compassione. Chiede attenzione, pretende un ruolo, tenta di imporre un ordine emotivo a una situazione che le sfugge. E le figlie, Cate Blanchett e Vicky Krieps, con l'aggiunta di un ulteriore personaggio di contorno che completa il mosaico di elementi che destabilizza il triangolo domestico, arrivano già pronte a difendersi, come se la visita fosse solo un dovere amministrativo più che un gesto d'amore. In questo segmento l film diventa quasi un laboratorio sul non detto, o meglio su quello che non si vuole dire: quello che non si è mai chiarito quando c'era tempo, quello che ora non conviene più chiarire perché sarebbe troppo tardi, troppo doloroso, troppo "costoso" in termini di identità. È un episodio fatto di piccole manipolazioni reciproche: la madre che usa la memoria (o la seleziona) come arma, le figlie che usano la distanza emotiva come scudo. La borghesia "linda e pinta" è tanto un bersaglio ideologico quanto un contesto concreto: persone educate, ben vestite, ragionevoli, che però hanno imparato a trasformare l'insoddisfazione in galateo. Il risultato è alienante e, a tratti, persino comico nel modo in cui fa emergere l'assurdo: quanta crudeltà può emergere andando a visitare chi ti ha messo al mondo, si presume, per amore. Una delle cose che rendono "Father Mother Sister Brother" più scorrevole di altri Jarmusch è proprio la gestione del ritmo. Sì, i tempi sono contemplativi, ma non stagnanti. Ogni pausa ha una funzione: è un vuoto in cui senti la tensione. Non c'è quel compiacimento "da lentezza" che a volte rende certi film d'autore impermeabili. Poi arriva il terzo episodio, quello parigino, per me il più piacevole e preferito. Non perché diventi improvvisamente "positivo" o consolatorio, ma perché sposta il concetto stesso di famiglia. Indya Moore e Luka Sabbat interpretano una sorella e un fratello, gemelli, orfani, figli di una coppia mista, con uno stile di vita tutto ereditato che dall'esterno può sembrare disordinato: bohème, notti lunghe, droghe, avventure folli, case che sono più rifugi che "case". Ma Jarmusch ribalta lo stereotipo: l'atipico non è sinonimo di instabile, e il rispettabile non è sinonimo di sano. In questo episodio senti la fiducia tra membri di un nucleo familiare come atto pratico, non come semplice parola. La comunicazione non è perfetta, ma è reale. C'è un'intelligenza emotiva tangibile e soprattutto c'è una conoscenza reciproca che nasce dal dover contare davvero l'uno sull'altra, non dal dover essere famiglia perché "é così e basta". Il film diventa dolce senza diventare buonista. Perché non idealizza: mostra crepe, mostra rischio, mostra la possibilità concreta di farsi male. Però mostra anche che un legame può essere solido proprio quando smette di essere una gabbia sociale e diventa una scelta quotidiana.Mi ha colpito come Parigi non venga usata come cartolina, ma come spazio mentale: strade, interni, spostamenti, soglie. La città sembra dire: puoi essere disperso eppure avere un centro. E quel centro, qui, è l'altro. Se nei primi due episodi la famiglia è un luogo dove si accumula rancore sotto forma di rituale, nel terzo la famiglia è un luogo dove il rituale è minimo e l'attenzione è massima.

Alla fine, quello che mi resta addosso di Father Mother Sister Brother è la sua onestà. È un film "piccolo", nel senso migliore: non vuole dimostrare una tesi, non vuole vincere un dibattito, non cerca di essere il più importante nella stanza. Racconta tre momenti della vita di persone che, teoricamente, dovrebbero essere vicinissime e invece faticano a toccarsi davvero. E lo fa con un equilibrio raro tra irriverenza e tenerezza: non risparmia nessuno, ma non umilia nessuno. Non lo metterei automaticamente tra i capolavori di Jarmusch. Non ha l'audacia formale di certi suoi picchi, né quella sensazione di "mitologia personale" che rende alcuni suoi film irripetibili. Però funziona alla perfezione nella cosa che si propone: guardare in faccia la famiglia occidentale, quella tradizionale, bianca, medio borghese, mostrandone la violenza sottile, e poi allargare lo sguardo su una famiglia alternativa che, proprio perché non ha maschere rispettabili da difendere, può permettersi una verità più pulita. Forse è anche per questo che la polemica veneziana, per quanto rumorosa, mi interessa fino a un certo punto. Perché il film, una volta che lo guardi davvero, non è un rifugio neutro. È un film che ti mette davanti una domanda scomoda e concreta: quanto del nostro "amore familiare" è amore, e quanto è abitudine, dovere, controllo, paura di restare soli? Jarmusch non risponde. Ti fa solo sentire il peso della domanda, e poi, sempre senza retorica, ti mostra che una risposta possibile esiste, ma costa. Costa sincerità, costa ascolto, costa il coraggio di non recitare più la parte della brava figlia, del bravo figlio, del bravo genitore. Costa, in sostanza, diventare adulti davvero.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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