L'innocenza: delicata resistenza, sfogo sussurrato

Nel cogliere ispirazione da Rashomon (1950), diretto da Akira Kurosawa, per narrare la fluidità della verità e dello sguardo che la filtra, ci si espone a un rischio e a una sfida. Questo rischio aumenta quando si affronta un tema così complesso, ambiguo e delicato come la sessualità. Hirokazu Kore-eda ha compiuto un autentico miracolo nel trovare un equilibrio tra la complessità ereditata artisticamente e il delicato trattamento dei temi esplorati. Ha trasformato questo miracolo in una storia autentica, straordinariamente tangibile e dolorosa. Il film rifiuta categoricamente la trappola della pornografia, del trauma e della violenza cinematografica della sofferenza, evitando scorciatoie facili che comprerebbero l'empatia del pubblico senza meritarla. Opta per repentini cambi di tono, ribaltamenti che sfidano le convinzioni più salde degli spettatori. Non è certamente una visione facile, non tanto per il ritmo, ma per la sopportazione dei mali quotidiani inflitti ai protagonisti e agli spettatori. La grazia del film risiede nella delicata resistenza, nello sfogo sussurrato, nelle corse liberatorie di personaggi che scelgono la via più ingenua ma anche la più giusta, decidendo di vivere in un mondo che muore e di amare in un mondo che odia. La catarsi più bella si manifesta in una corsa su un prato, con salti e risate, senza alcuna preoccupazione, solo con la gioia di essere presenti.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)