Luca Guadagnino: il desiderio come grammatica

L'opera di Luca Guadagnino non si fonda su storie che si lasciano semplicemente raccontare: si fonda su climi. I suoi film non si limitano a dire, ma respirano, condensano, si espandono come nuvole in movimento. In essi, il desiderio non è un argomento da illustrare, un sentimento da seguire lungo un arco narrativo. È, piuttosto, la lingua stessa in cui il film pensa e parla. Come nei Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, ciò che accade è la proliferazione di segni di desiderio: un gesto minimo, un'increspatura di luce, una pausa troppo lunga tra due parole. Non è mai la dichiarazione a costituire il momento decisivo, ma la sua soglia: quell'attimo in cui qualcosa sta per essere detto o fatto, e l'aria si carica di una tensione invisibile. In Guadagnino, il desiderio non è lineare: non nasce, cresce e si consuma. È circolare, intermittente, fatto di apparizioni e sparizioni. A volte si insinua nell'immagine con la delicatezza di un'ombra che scivola su un volto; altre, esplode con la forza di un bagliore improvviso. L'immagine non si limita a rappresentarlo: lo incarna. È per questo che, guardando i suoi film, si ha la sensazione di essere toccati, sfiorati, coinvolti fisicamente. Il linguaggio cinematografico, per Guadagnino, è un corpo vivo: ha una pelle (la luce), un respiro (il ritmo), un odore (il colore), un battito (il montaggio). La grammatica del desiderio è fatta di tutti questi elementi, orchestrati in una composizione sensoriale che si rivolge più ai nervi che alla ragione. La storia, quando c'è, è un pretesto: serve solo a condurci in un territorio in cui possiamo perdere l'equilibrio, e dunque essere pronti a ricevere. In questo senso, il suo cinema si oppone a quello che Barthes definiva "linguaggio assertivo", cioè il linguaggio che spiega, chiarisce, rassicura. Guadagnino preferisce la sospensione, l'apertura, l'indeterminato. Il significato non viene mai consegnato chiavi in mano: è lasciato in sospeso, come una promessa che potrebbe essere mantenuta o tradita. Il desiderio è anche ciò che struttura lo spazio. Nei film di Guadagnino, i luoghi non sono neutrali: contengono già la tensione, sono impregnati della possibilità dell'incontro. Una stanza vuota, una tavola apparecchiata, un sentiero tra gli alberi: tutto è pronto a diventare il teatro di un evento sensoriale, di una rivelazione. Non importa se quell'evento accadrà o meno: la sua possibilità basta a riempire l'immagine di attesa. Ecco perché parlare di Guadagnino come "regista di storie d'amore" è riduttivo. Il suo vero tema non è l'amore in sé, ma la condizione di vulnerabilità e di apertura che il desiderio impone. Nei suoi film, essere vivi significa essere esposti. Ogni personaggio porta sulla pelle questa esposizione, e lo spettatore la sente, come una corrente d'aria che attraversa lo schermo e ci tocca. Il desiderio, nel cinema di Guadagnino, è grammatica: un sistema di segni che ordina il mondo non per spiegarlo, ma per renderlo sensorialmente abitabile. È il respiro sotterraneo che muove la macchina da presa, la scelta del colore, la lentezza o la rapidità di un movimento. Guardare un suo film significa imparare a leggere questo linguaggio — e scoprire che, una volta imparato, esso continua a parlarci anche a occhi chiusi.
Approfondimento a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)