Materialists: amore, algoritmo e il mito del perfect match

Materialists (bislaccamente distribuito da noi come Material Love) di Celine Song è un film sulla valuta dell'intimità: quanto vale una relazione? Quanto "costa" scegliersi, amarsi e restare, quando ogni legame sembra sottintendere termini e condizioni? Tutto comincia da una scena semplice: una persona porge un dono all'amata; l'amata lo accetta e lo apprezza. Ma perché lo apprezza? Perché è un regalo, un oggetto che la fa sentire preziosa? Perché colma un vuoto interiore, restituendole un valore che le manca? Perché sta per firmare un accordo di comodo con un partner "conveniente" e il gesto la rassicura? O perché è semplicemente felice, innamorata, e quel piccolo atto lo sancisce? Le domande, molte; la risposta, una sola—e arriva dopo 104 minuti, benché in realtà sia già in seme nel primo. Il film, sin dal prologo, mette in scena il dilemma di fondo: «Chi ha più valore per noi: la persona che amiamo o il perfect match?». Song interroga il mondo del dating contemporaneo, che ha ridotto le persone a insiemi di attributi fisici e finanziari. Tutti desideriamo qualcuno che ci sollevi da terra e ci regali un lieto fine, ma quasi tutti—anche chi nega—portiamo con noi una checklist: una griglia di requisiti che vorremmo vedere spuntati nel partner "per sempre". È qui che il film sfonda l'illusione: le favole non funzionano così. Se chi frequenti è un "abbinamento perfetto" ma manca l'amore, quel rapporto non reggerà; allo stesso modo, se ti innamori ma non condividete valori e convinzioni, la relazione non sarà sostenibile. Sentimenti senza fondamenti comuni non bastano, come non bastano interessi e visioni condivise senza sentimento. Solo la coesistenza di entrambe le dimensioni, reciprocamente, può dare vita a un legame funzionale. Il film esplora anche l'asimmetria del cambiamento. Se ami già qualcuno, suggerisce Materialists, sarà relativamente "facile"—o almeno possibile—modificare credenze, abitudini, comportamenti, stile di vita, perfino l'aspetto: l'amore offre plasticità. Ma se l'amore non c'è, nessuna quantità di impegno impedirà la rottura: lo sforzo si trasformerà in attrito. In questo, l'opera di Song risuona con l'esperienza di molti spettatori: la sensazione di "sentirsi visti" nasce dalla precisione con cui il film smonta la retorica della compatibilità algoritmica e restituisce complessità all'incontro tra persone. Un tassello cruciale riguarda il mondo del "matchmaking", creare e prepare gli incontri al buio. Materialists mostra come il format estremizzato di piattaforme come Tinder, Hinge ecc.. spinga a valutare gli altri attraverso dettagli spesso irrilevanti: altezza, reddito, provenienza, capelli, peso, età. La selezione diventa una partita a spunte, e il processo di conoscenza—ciò che conta davvero—viene oscurato da criteri materiali e, spesso, falsificabili. Si mente sulle banalità, certo; ma il film pone un'ipotesi più inquietante: e se qualcuno costruisse un'intera persona fittizia? E se l'altro fosse, letteralmente, pericoloso? L'algoritmo, promettendo efficienza, finisce per impoverire l'umanità dell'incontro e per abbassare la soglia dell'attenzione rispetto a ciò che è essenziale. Celine Song connette questa critica tecnologica a un'osservazione antropologica più ampia: le relazioni sono cambiate. Nell'età della pietra l'accoppiamento rispondeva a ragioni di sopravvivenza; oggi i bisogni si sono trasformati. Molti di noi temono meno la morte in sé che l'idea di una vecchiaia in solitudine: finire in una casa di riposo, circondati da persone che non sanno chi siamo stati, appare come una seconda morte, un'anticipazione della cancellazione. Vogliamo essere ricordati, riconosciuti, celebrati—e questa memoria si estingue con l'ultima persona che conosce il nostro nome. In questo senso, i legami—romantici o amicali—non sono più necessari alla sopravvivenza, ma restano vitali per l'identità: è attraverso l'altro che ci specchiamo, ci definiamo, lasciamo tracce. Da qui nasce la dissonanza che il film illumina con limpidezza: oggi non è più necessario essere in coppia per sopravvivere, eppure continuiamo a essere spinti—culturalmente, economicamente, affettivamente—a trovare un partner. In questo scarto tra autonomia e bisogno di riconoscimento, tra scelta individuale e pressione sociale, la relazione tende a farsi contratto implicito, una "valuta" di senso. Il dono dell'incipit—oggetto, simbolo, pegno—diventa allora un test di realtà: non conta tanto che cosa si offre, ma che cosa stiamo acquistando o cedendo con quel gesto. Amore? Sicurezza? Status? Appartenenza? La risposta che il film costruisce, con pazienza, rifiuta scorciatoie moralistiche: non demonizza il materiale, non santifica il romantico. Invita piuttosto a riconoscere i costi nascosti tanto dietro il match perfetto quanto dietro l'"amore puro", e a farsene carico con responsabilità e consapevolezza. Nel tessuto di scene, dialoghi e silenzi, Materialists diventa così un saggio narrativo sul valore che attribuiamo all'altro e al "noi". Mostra come l'economia dei sentimenti conviva con la logica del mercato, come l'algoritmo intercetti desideri autentici e li traduca in metriche, come la paura di "non esistere" senza uno sguardo che ci riconosca possa spingerci a scelte di comodo. Eppure conserva, nello stesso movimento, la possibilità di un incontro che non sia né favola né contratto: un incontro in cui chimica e criteri coesistono, e in cui il dono torna a essere un segno e non un prezzo. Se il film si apre con una domanda, si chiude con un invito: abbandonare l'ossessione per le checklist e, insieme, pretendere che l'amore—quando c'è—sia all'altezza dei valori che ci sostengono.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)