Matrix Resurrections: + Kaufman - blockbuster

05.08.2024

"Feed you head…"

Lana Wachowski ha seguito alla lettera il mantra di Denis Villeneuve, realizzando un'opera per l'unico spettatore che conta veramente: lei stessa. Matrix Resurrections non si limita ad essere il quarto capitolo di una saga conclusasi in modo piuttosto definitivo ormai diciotto anni fa, rigettando anzi la natura di prodotto seriale che sta monopolizzando il panorama contemporaneo. Sin dai primi minuti il film stesso ci dice che "forse questa non è la storia che pensiamo", presentandosi come quella che apparentemente è una scintillante ma annacquata riproposizione di momenti iconici dei film precedenti (il primo in particolare) per poi rivelarsi come qualcosa di molto più cosciente, vivo e anomalo. 

Si sussegue una narrazione molto più vicina ad un film di Charlie Kaufman che ad un blockbuster hollywoodiano, che addirittura schernisce quelle stesse masse affamate del comfort della certezza e del già visto, costantemente dedite a riversare il peso della loro insoddisfazione e del fallimento delle loro vite verso un'opera di finzione, ignorando però il vero valore, quello più intimo e personale, quello terapeutico e liberatorio, appropriandosene barbaramente, proiettando la loro misera fuga dalla realtà al mero strato superficiale di ciò che la storia effettivamente racconta. Il film vuole deliberatamente "deludere le aspettative" di quello che agli occhi dell'assuefatto spettatore odierno dovrebbe essere Matrix Resurrections, cioè una riproposizione stantia del primo film con una moderna cosmetica, una semplificazione al limite della banalizzazione del worldbuilding che "risolva i problemi" dei film più controversi della saga (se non addirittura ignorandoli) ed un rigurgito soffocante di nostalgia che vada a buttare fumo agli occhi del pubblico per celare una storia che fa acqua da tutte le parti. 

Vengono in mente esempi riusciti, che bilanciano questa mistura di ingredienti pericolosissimi fino a tirarci fuori anche un ottimo film, emozionante e accattivante per quanto "facile e sicuro" (Star Wars VII, Spider-Man: No Way Home) o esempi che dimostrano quanto difficile sia equilibrarli e di quanto disastrosi possano essere gli esiti negativi (Space Jam 2, Terminator Genysis, Non Aprite Quella Porta 3D…). Il rifiuto categorico di Matrix Resurrections di aderire a questo trend già lo rende uno dei blockbuster più coraggiosi, unici e affascinati degli ultimi anni, ma la scelta ancora più forte sta nel cambiare radicalmente l'estetica, il worldbuilding e tutti gli elementi tradizionali e abitudinali di Matrix inteso come franchise, per anteporre e focalizzare tutta l'attenzione e il percorso narrativo su quella che è una delle più delicate, crepuscolari e universali storie d'amore che abbia mai visto in un film del genere. 

Non c'è alcun ritorno dell'Eletto, nessuna ripresa di quel Neo Spartaco virtuale che conduce gli umani a resistere contro la schiavitù delle macchine, nessuna parabola messianica, il vero potere di Neo è credere nella persona che ama così tanto da tornare in vita e attraversare gli oceani del tempo e della realtà solo per rivedere Trinity.  Il potere dell'amore, da clichè ridicolizzato, diventa la forza motrice di una regista che dopo perdite devastanti non si rifugia nella calma inebriante della nostalgia ma celebra un percorso di vita e di cambiamento attraverso la memoria. Matrix Resurrections è il ricordo delle vittorie e delle sconfitte, degli amici e dei nemici, rappresentati attraverso frammenti fulminei di letterali filmati d'archivio che sostituiscono quelle che in un blockbuster diverso, forse più tipico, forse minore, sarebbero state strizzate d'occhio intertestuali o becero fan service. 

Anche la spettacolarità, le sequenze action chilometriche, le rivoluzionarie coreografie di Woo-Ping Yuen, vengono abbandonate in favore di soluzioni più brevi, sgraziate, affaticate, più viscerali, senza dubbio diverse e "spezzettate" da un montaggio si cinetico ma mai nauseabondo, che ricorda come dietro ogni provocazione visiva del film ci sia sempre e comunque una regista capace di esprimersi con chiarezza anche nei momenti più caotici. Dove prima Neo era il guerriero-monaco definitivo, un vero artista marziale dello scontro, qui è stanco, confuso, ad un passo dal collasso mentale e tenuto in piedi da un singolo desiderio portante, messo in scena dal Keanu Reeves più espressivo e fragile della sua carriera, meno possente del John Wick ormai semidio, ma con una tridimensionalità recitativa completamente nuova, che permette a lui e alla regista una fisica decostruzione di un mito cinematografico moderno senza privarlo però di una comunque presente dignità scenica. 

Decostruiti e rinnovati sono anche i ruoli di supporto, dove ogni certezza viene stravolta dal momento in cui ad ogni nome teoricamente iconico non riusciamo nemmeno ad associare un volto conosciuto. L'esempio più lampante (e privo di spoiler) è quello del mentore e compagno fraterno Morpheus, precedentemente interpretato stoicamente da Laurence Fishburne e qui ringiovanito dalla star crescente Yahya Abdul-Mateen II, qui inizialmente il film fa credere che sia solo uno scintillante aggiornamento di qualcosa (o qualcuno) visto e stravisto per poi rivelare strato dopo strato quella che è una vera e propria creazione, con un ruolo ed uno scopo tutto suo, che va ben oltre il memoriale di un altro personaggio conosciuto e amato in passato pur rispettandone il ricordo non con materiale riverenza, ma con sincero affetto. 

Per quanto scontata e apparentemente stucchevole possa sembrare, la sincerità degli intenti artistici della regista è la vera chiave di volta per capire i perché di questo Matrix Resurrections, e lo si vede nella giustapposizione dei vari personaggi e del modo in cui si relazionano con Neo, qui alter ego definitivo della regista: da un lato abbiamo personaggi che cercano subdolamente di tenere intrappolato il protagonista/artista in un mondo fittizio dominato esclusivamente da Matrix, entità ambivalente intesa sia come prigione virtuale della mente che come proprietà intellettuale cinematografica spremuta fino al midollo e consumata da una parte del pubblico che la minimizza e materializza, con tattiche manipolatorie riconducibili a losche macchinazioni totalmente umane (nel film si capirà immediatamente il contesto) che appaiono benevole e di supporto ma in realtà alimentano confusione e dubbio. In Matrix Resurrections trova spazio anche il modello sano di "fan", ovvero quelle persone che pur provando un fortissimo amore per una determinata storia/IP ed i suoi protagonisti, sono riuscite a crescere e a maturare grazie alle lezioni e i significati contenuti in queste storie, senza rimanerne attaccati, senza fossilizzarsi ma anzi rimettendo in discussione queste stesse storie e questi personaggi, mettendoli a confronto con la loro mortalità e finitezza anche quando tornano fisicamente in vita: crescere e maturare in un circolo virtuoso di connessione umana che agli occhi di chi ha realizzato il film vale più di qualsiasi roboante combattimento. 

Tutti i discorsi della spettacolarizzazione di un'opera personale e riflessiva, che vive nelle menti del pubblico come qualcosa che non potrà mai essere replicato o superato ma che allo stesso tempo deve necessariamente essere riproposto in modo costante e alienante (appunto un famelico desiderio di comfort che però alimenta flebili certezze) sono la ciliegina sulla torta di questo grandissimo e spettacolare "dito medio ai fan" che invece si rivela incredibilmente soddisfacente per tutti quelli che mettono da parte i propri capricci infantili e capiscono che una storia, e tantomeno l'artista che la concepisce, non deve niente a nessuno. Tutte quelle persone che saranno troppo impegnate a lamentare l'assenza di ogni giocattolino da loro desiderato o il fatto che "niente sarà mai all'altezza del primo" si perderanno una serie di deliziosi rompicapi che rivaleggiano le domande dei precedenti, mettendo in discussione tutte le strutture binarie che i vecchi film e i vecchi modi di concepire la realtà promulgavano con certezza: pillola rossa o pillola blu, mondo reale o simulazione, determinismo o libero arbitrio…sono tutte illusioni riducibili al più elementare dei concetti, l'esistere. 

E se viene proposta la scelta tra l'esistere o il non esistere, lo stesso concetto di "scelta" viene sgretolato, perché cosa c'è da scegliere nel momento in cui noi decidiamo di esistere e di agire rifiutando un opposto che letteralmente non esiste? In termini umani, Lana Wachowski ci dice nel modo più spettacolare, romantico e smaccatamente queer che la pillola blu non è mai esistita: non scegli di essere o non essere, sei e basta, annientando ogni incertezza sulle presunte (in realtà sempre presenti) allegorie transgender che tanti cosiddetti "fan" deliberatamente ignorano per bigottismo o addirittura vedono come strumentale ideologia, quando rappresentano l'essenza delle creatrici stesse e della regista/protagonista di questo stesso film. 

Ho già detto troppo non dicendo nulla, quindi mi appello come al solito alla curiosità che spero di aver suscitato verso quest'opera, così complessa e completa, così fluida e pura, che ha dimostrato un vigore ed un'integrità artistica via via sempre più assenti in un'industria  cinica e la cui stessa esistenza rappresenta non un fioco barlume, ma una vera, nuova speranza per quello che consideriamo intrattenimento.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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