MaXXXine: Hollywood è un tritacarne

Il capitolo più atteso rischia sempre di rivelarsi il più deludente. Fu questa l'immediata reazione alla visione di MaXXXine, terzo capitolo della "X trilogy" di Ti West e ultima tappa del suo viaggio alla ricerca di nuovi modi per portare in scena i paradigmi del cinema horror. La causa della delusione è presto detta: il periodo storico. Più si procede, più ci si rende conto che tutta quell'esplorazione metacinematografica, quelle domande poste al genere e al filone, quelle ammiccanti decostruzioni di cliché e stilemi, sono state già fatte nel corso della decade precedente. Nel confrontarsi con il Giallo Argentiano (o Baviano che dir si voglia) e il pop slasher brevettato da Carpenter, Craven e compagnia cantante, West scopre un po' l'acqua calda e tutto il sostrato filologico risulta ripetuto, poco sorprendente, se non addirittura banale. Ma quindi il film, come ne esce? Cosa rimane? A mio avviso, tutto quello che perde provando a essere nuovo, lo riguadagna quando veste i capi sfarzosi della stagione che omaggia con tanto amore. Quando si immerge nel neon, quando Welcome to the Pleasuredome inebria pure l'aria condizionata della sala, quando le carrellate seguono il passo regale e leonino della Goth, qui al suo star power più forte (ma performance più sopita). Quando l'estetica è massimizzata, nelle uccisioni, nei dialoghi, nel raccontare il tritacarne che è Hollywood, è proprio lì che MaXXXine ritrova la sua forza, grezza e patinata, ma costante.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)