Megalopolis porta i segni di un'opera pura

Introduzione
Megalopolis è l'intera vita di Francis Ford Coppola: il figlio perduto, la moglie perduta, il cinema come arte massima del racconto utopico. L'architetto Catilina trova nell'amore la nuova possibilità di fermare il tempo, l'amore per Julia e il figlio che porta in grembo, per una città che possa risanare i rami spezzati in favore della sopravvivenza, dell'evoluzione umana. Cosa posso dire di Megalopolis? Che è una pellicola che se ne frega delle aspettative, del mercato e offre allo spettatore puro cinema, attraversato da innumerevoli influenze e pensieri: da De Catilinae coniuratione di Gaio Sallustio Crispo a La vita futura di H.G.Wells, passando per Cabiria di Giovanni Pastrone, Metropolis di Fritz Lang, Blade Runner di Ridley Scott, Brazil di Terry Gilliam, il tradimento de Il padrino, i lampi improvvisi di Apocalypse Now, i fantasmi di Twixt. Poco importa se Megalopolis è un'opera costellata dai difetti (sgraziata, kitsch, forse a tratti ingenua), ma è la pellicola più vicina alle origini del cinema che ho potuto vedere negli ultimi tempi: il regista artigiano e detentore dell'artificio come George Méliès e il suo Le Voyage dans la Lune. Megalopolis è lo specchio del mondo di oggi, un mondo che non sa più immaginare il futuro, ecco quindi che la filosofia, l'arte, l'architettura diventano tasselli fondamentali per far sì che passato e futuro si parlino, in un cortocircuito che favorisce l'immaginazione, la democrazia. Come scrive Alessandro nella sua stupenda recensione: "Un'utopia. Questa è la favola fantascientifica Megalopolis di Francis Ford Coppola, in lavorazione da decenni, interamente finanziata vendendo parte dei suoi vigneti e porta i segni di un'opera pura, pregna d'amore e spirito di creazione, in cui nessuno studio o produttore ha potuto dirgli di no su alcun aspetto, nemmeno sul budget o sulla durata." Semplicemente questo è il cinema, siamo noi che l'abbiamo dimenticato.
- Gianluca Ceccato
"Un'utopia."
Un'utopia. Questa è la favola fantascientifica Megalopolis di Francis Ford Coppola, in lavorazione da decenni, interamente finanziata vendendo parte dei suoi vigneti e porta i segni di un'opera pura, pregna d'amore e spirito di creazione, in cui nessuno studio o produttore ha potuto dirgli di no su alcun aspetto, nemmeno sul budget o sulla durata. Ma dobbiamo essere molto attenti ad una cosa: ciò non significa che sia automaticamente un progetto folle o indulgente o gratuitamente autoreferenziale. Dura 2 ore e 18 minuti, una lunghezza in realtà ragionevole per un'epopea, e con un costo di 120 milioni di dollari, per quanto molto elevato, non è particolarmente caro rispetto agli standard delle produzioni in franchising degli studios (l'ultimo film degli Avengers è costato 356 milioni di dollari, e stanno per uscire blockbuster natalizi di terza fascia che costano quasi 100 milioni in più). No, il film sembra "indulgente, pretenzioso e pretestuoso" solo rispetto agli impoveriti standard del cinema popolare americano, ormai così degradato dall'anti-intellettualismo che persino i film di registi come Steven Spielberg, Martin Scorsese e Wes Anderson vengono derisi come pretenziosi, artistici o semplicemente strani dal pubblico mainstream (in confronto ai film Marvel, perlomeno) e tutto il pubblico, compreso il nostro, segue questo modello. La mia è una generalizzazione e sicuramente ci possono essere motivi più o meno sensati sul perché questo film possa non piacere: è caotico, ruvido, profondamente immerso nei suoi stessi concetti, alterna retorica grandiosa sul governo e sulla città moderna con situazioni e toni al limite della screwball comedy, cita Marco Aurelio, fa declamare Shakespeare e altri pensatori antichi in ogni suo dialogo con un impostazione teatrale così forte da far tremare anche Kenneth Branagh, fa parlare i suoi personaggi in latino su architetture futuristiche, copre le transizioni della trama con una virgiliana narrazione sonora del sempre in parte Laurence Fishburne, sfrutta la poliedricità di tutto il suo cast, da Driver a LaBoeuf dalla Plaza alla Emmanuelle, per farli uscire da qualsiasi comfort zone attoriale, annientando ogni ego e sublimando ogni performance, e poi, crimine più grande per lo spettatore assuefatto, riempie lo schermo con fantasie, sovrapposizioni, mosaici a inquadratura divisa e immagini-simbolo che prendono vita (come una statua della Giustizia che crolla in strada, disperata per il divario tra morale e immoralità che il film mostra letteralmente. È un film fuori dal suo tempo ma che anche tra 100 anni avrebbe qualcosa da dire, nello spirito di un film muto come Metropolis (una delle molte influenze visive chiave) e dell'epopea storica su tre schermi di Abel Gance Napoleon (che Coppola ha aiutato a restaurare e presentare negli anni '80, e a cui rende omaggio dividendo il proprio schermo in tre rettangoli verticali che mostrano informazioni diverse, talvolta unendosi in un'unica immagine larga). Il fatto è che film come Megalopolis venivano distribuiti con una certa regolarità, da grandi studi cinematografici, che non sono più nel business del cinema, ma in quello del vomito di proprietà intellettuale. I film sono sempre stati una forma d'arte popolare, e io sono il primo che non si perde un film Marvel in sala, apprezzandone moltissimi, ma un tempo era chiaro il bisogno di cercare qualcosa di deliberatamente diverso, stimolante, forse oscuro o 'artistico', anche solo per avere una reazione e poterlo discutere con gli altri o per avere l'illusione di poter comunicare con un'opera e sviscerarne assieme, spettacolo e spettatore, i temi. Film come questo sembrano 'indulgenti' solo perché siamo sprofondati in un'epoca in cui tutto deve essere fan service senza compromessi, l'equivalente cinematografico di cucinare il Big Mac esattamente come il cliente ha sognato di ordinarlo, o altrimenti è considerato una perdita di tempo, o peggio, una forma di ribellione da parte di qualche bambino viziato che pensa di essere un artista piuttosto che ciò che presumibilmente è, un misero impiegato di chiunque abbia comprato il biglietto. Quindi in barba a questa refrattarietà nei confronti della curiosità, come l'architetto Catilina fa nel film, imploro, supplico e urgo chiunque abbia un minimo bisogno di stimoli a spendere quei 6,7 o 10 euro non per un passatempo, per un riempitivo, ma per un'esperienza visionaria che mai ha visto e mai rivedrà, una dichiarazione di amore incondizionato nei confronti di tutte le arti: dall'architettura all'ingegneria, dalla letteratura al disegno, dalla danza alla musica, al cinema. Megalopolis è un flusso di tante coscienze, un mosaico di tutte le vite di Francis Ford Coppola, che a 80 anni continua a preferire al vacuo parlare di nulla l'essere pretenzioso.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)