Quello di Scott è un Napoleone fragile

Ridley Scott lo conosciamo tutti, regista che nella sua carriera è stato capace di regalarci grandi classici e film minori, non per questo meno interessanti. Vorrei concentrare l'attenzione su un particolare, ovvero sul rapporto con spettatore e critico di turno. Se pensiamo alla ricezione negativa che ha avuto Blade Runner (1982), e in realtà all'uscita la maggior parte dei suoi film (poi quasi tutti rivalutati), è chiaro che non ci troviamo mai di fronte a opere dirette e di facile lettura.
Scott tende a sovvertire le aspettative, lo ha sempre fatto fin dal suo debutto con I duellanti (1977), dove invece di trasporre semplicemente il racconto di Joseph Conrad ha preferito analizzare il tema della mascolinità tossica, di un'ossessione dualistica che si protrae per decenni (guarda caso durante l'era napoleonica). Ma è con Alien (1979) che Scott rompe definitivamente il sistema machista hollywoodiano, proponendo come protagonista la Ripley di Sigourney Weaver, sdoganando così la protagonista femminile nei film di genere.
La filmografia del regista inglese ha sempre tenuto conto del rapporto tra maschile e femminile, in un percorso che lo ha portato a dirigere Thelma e Louise (1991), film manifesto del femminismo anni '90. Lo Scott degli anni duemila, seppur costellato da personaggi femminili tridimensionali (non scontato a Hollywood), si era un po' affievolito da questo punto di vista, almeno fino a quando non è arrivato lo splendido The Last Duel (2021).
Napoleon si accoda al filone sovversivo di Ridley Scott, unendo i ragionamenti sul maschile di I duellanti a quelli sul femminile di Thelma e Louise, con un pizzico dell'uomo fuori tempo massimo di The Last Duel. Joaquin Phoenix interpreta un Napoleone goffo, succube della tradizione, incapace di avere altro pensiero se non quello legato alla paternità, al comando, non solo della Francia, ma anche del femminile.
Il rapporto tra Napoleone Bonaparte e sua moglie Giuseppina di Beauharnais (una perfetta Vanessa Kirby) non è altro che la riproposizione dei temi cari al regista inglese: la creazione della vita, la replicabilità, il potere e il suo esercizio, l'impero, la conquista, la decadenza. Il Napoleone di Phoenix è un uomo a metà, privato della sua virilità in battaglia così come in camera da letto e nelle stanze dove si decidono le sorti dell'Europa.
La creazione della vita diventa quindi per Napoleone non soltanto un'occasione per avere un successore, ma anche per avere il completo controllo sul suo essere uomo, un'occasione naturale per spazzare via i suoi timori. La parte interessante è che Napoleone e Giuseppina non riescono ad avere un figlio; quindi, Scott e lo sceneggiatore David Scarpa intelligentemente stravolgono l'equilibrio del film, basandolo in gran parte sul racconto di una relazione tossica, violenta e che guarda al fragile presente.
Quando è ormai chiaro che Giuseppina non è in grado di dare un erede a Napoleone lui chiede il divorzio, la relega in una villa per l'eternità e infine la sostituisce con Maria Luisa d'Asburgo-Lorena. Napoleone porta in "dono" a Giuseppina il figlio che lei non gli ha mai dato, prendendo possesso così non solo del suo corpo ma anche della sua mente, impossibilitata a voltare pagina, sottomessa all'uomo che diceva di amarla, replicabile.
A Scott non è mai interessata la fedeltà storica, semmai gli è sempre interessato l'impatto che i simboli storici possono avere sullo spettatore: Napoleone non si è mai avvicinato così tanto alle piramidi, nel film le bombarda, il risultato è che lo spettatore percepisce il senso di dominio sull'Egitto, sulla totalità degli eventi. Napoleon è il grottesco, dove scene di battaglia magnifiche convivono con altrettante scene di insicurezze sessuali e di pensiero. Napoleon è sia il fallimento che il successo, è dove nessuno vuole guardare ma tutti guardano, è il potere che si insinua nell'intimità, è la fine dell'epica.
Infine l'aspetto più lampante di Napoleon è la sua difficoltà di lettura, un'opera che forse ha bisogno di più visioni per essere capita sino in fondo, anche perché è giusto ricordare che la versione cinematografica è una versione "castrata" rispetto a quella che uscirà su Apple TV+ della durata di oltre quattro ore. Il giudizio è rimandato, in attesa della visione completa dell'opera, per ora rimane il parere parziale su un film ambizioso, coraggioso, tecnicamente perfetto ma sbilanciato nelle intenzioni.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)