Noi conteniamo moltitudini: scoprire The Life of Chuck

12.10.2025

Raccontare una vita al cinema è sempre una scommessa: puoi inseguirla in linea retta o smembrarla in frammenti, addolcirla con fantasia o ridurla alla pietra nuda dei fatti. Mike Flanagan, adattando il racconto di Stephen King incluso in Se scorre il sangue, sceglie la strada più rischiosa e, paradossalmente, la più limpida: The Life of Chuck procede in tre atti in ordine inverso, dall'apocalisse privata (e collettiva) alla prima scintilla d'infanzia, come se il film stesso fosse un'elegia che si riavvolge per ritrovare il senso dell'ultimo istante. È un film che non cerca l'orrore pur nascendo dalla penna del "re del terrore": qui fanno paura altre cose, la perdita, il rimpianto, la morte, osservate senza zucchero, ma con una gentilezza che non cede mai al sentimentalismo. Il risultato è un'opera di genere cangiante: dramma intimo, ballata urbana, racconto di formazione, con persino un numero danzato dirompente al centro, dichiarato dallo stesso regista il fulcro dell'intero impianto emotivo. 

Flanagan costruisce il film come un prisma che rifrange Chuck Krantz in età e corpi diversi, affidandolo a Benjamin Pajak, Jacob Tremblay e, infine, a Tom Hiddleston. Il passaggio di testimone funziona: Pajak e Tremblay danno al giovane Chuck la fragilità e lo stupore che preparano la grazia ferita dell'adulto; Hiddleston, presente in minor misura di quanto ci si aspetterebbe, incide però il fotogramma con una quiete luminosa, fatta di sguardi e di sospensioni, fino alla scena della danza che lo strappa alla gravità e ci consegna il senso del film: la gioia come atto di resistenza. La sequenza, cinque minuti e mezzo coreografati con una precisione contagiosa e girati come un abbraccio alla città, è un momento di puro cinema, un'orchestrazione tra gesto, musica e folla capace di tenere insieme il caso e il destino. Accanto a loro, Flanagan compone un coro di presenze che non "ornano" la vicenda ma la ampliano: Mark Hamill offre un Albie di tenera severità, nonno e mentore che affida al nipote la matematica come alfabeto del mondo; Mia Sara attraversa il film con un tocco di eleganza struggente; Carl Lumbly, Chiwetel Ejiofor e Karen Gillan trovano, in poche scene, la misura esatta per far vibrare il tema che regge tutto: siamo fatti di moltitudini, e ogni volto che incrociamo ci restituisce un pezzo di noi. La partecipazione di Matthew Lillard, breve ma incisiva, aggiunge calore e ironia al mosaico. Il cast ampio e accuratamente diretto è uno dei motivi per cui il film, riesce a parlare a un pubblico largo senza rinunciare alla sua anima eccentricamente personale. 



La scelta della struttura a ritroso non è un vezzo, ma una necessità narrativa: nell'ultimo atto (il "terzo", che apre il film) il mondo appassisce in sincrono con il declino di Chuck, mentre enigmatici cartelloni "Thanks, Chuck!" affiorano ovunque, come segnali di un cosmo che si ritira. Poi, risalendo il tempo, il secondo atto ci porta nella città viva e nel celebre passo danzato, e infine l'infanzia: corridoi di scuola, primi incanti, ferite minute che già prefigurano la cicatrice del saluto. Questa grammatica rovesciata lavora su un'idea semplice e potente: per capire il valore di una vita bisogna sostare nel suo ultimo respiro e da lì riaprire le stanze, fino alla prima luce. È anche per questo che la rivelazione iniziale, l'apocalisse come specchio interiore, la fine dell'universo che coincide con la fine di un uomo, non suona come una sorpresa "furba", ma come un'ovvietà che avevamo smarrito. Sul piano formale, Flanagan orchestra con misura. Il montaggio (firmato da lui stesso) è attento al respiro degli attori e alle pause che permettono alla scena di dilatarsi senza sciogliersi; la fotografia di Eben Bolter predilige una luce che non abbellisce ma accarezza, capace di passare dal grigio livido della fine del mondo ai toni caldi del ricordo; le musiche dei Newton Brothers, discrete e presenti, accompagnano la danza e il silenzio con lo stesso pudore. Anche la durata, poco meno di due ore, asseconda un'idea di cinema che non chiede l'applauso a ogni svolta, ma la fiducia di lasciarsi portare dove l'emozione può maturare. Certo, ci sono asperità: qualche passaggio ellittico rischia di dare l'impressione che i contorni tematici (il rapporto tra caso e scelta, la matematica come etica, l'arte come memoria del corpo) restino forse troppo impliciti e relegati al monologo di turno; a tratti il film sembra domandare allo spettatore una disponibilità che non tutti accetteranno di concedere. E tuttavia, proprio in queste esitazioni respira la sua forza: The Life of Chuck non spiega la vita, la mette in scena; non pretende di chiudere il senso, ma di aprire varchi. È un cinema paziente, fiducioso, che scommette sulla nostra capacità di leggere il non detto. Il merito maggiore, alla fine, è ricordarci che una vita qualunque contiene una quantità di mondi pari all'universo che la ospita. Chuck è ciascuno di noi: un bambino che scopre la danza, un adolescente che prova a essere all'altezza del proprio desiderio, un adulto che impara a dire addio senza rinnegare la gioia. Flanagan prende sul serio il verso di Whitman "io contengo moltitudini" e lo traduce in gesto, ritmo, immagine. Se per poco più di cento minuti smettiamo di difenderci con il cinismo e ci concediamo al film, la scommessa funziona: usciamo con la sensazione che il tempo non sia solo ciò che ci toglie, ma anche ciò che ci restituisce, nell'istante in cui sappiamo riconoscerlo. The Life of Chuck è questo riconoscimento: un invito a danzare, finché c'è musica.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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