Nosferatu: il peccato e la vergogna

Il peccato e la vergogna sembrano paroloni abbastanza gonfiati, sufficienti a riempire a tutto campo gli spot televisivi di qualche fiction televisiva di bassa lega che ne condivide il titolo. Qui diventano nuclei narrativi fondamentali e non solo. Il grande artificio che Robert Eggers promette e consegna sta nel prendere tutto ciò che è kitsch, è antico, è melodramma, è esageratamente teatrale e lo spoglia di qualsiasi ironia, lo imbeve di una sincerità smaccata, tale da trasformare un progetto pericolosissimo, una ulteriore trasposizione dell'horror primordiale di F.W. Murnau dopo ormai cento e passa anni, in una visione meticolosa e necessaria, una rilettura fondamentale ed un punto di svolta nel raccontare il male. Non ci sono equivoci sulle intenzioni drammaturgiche: Nosferatu, il vampiro, è il male più assoluto. Un'entità che vuole, vuole di più, agisce come un ceppo violento di un virus che non si può curare, solo fermare. Un Bill Skarsgård sublimemente trasformato conduce lo spettatore in due ore di sottomissione alle tenebre dove il suo Conte Orlok è un cocchiere di una diligenza fatta di ratti, viscere e carnale desiderio, una smania di congiungere la sua carne con quella di Ellen Hutter, una sensazionale Lily-Rose Depp reminiscente della Isabelle Adjani di Possession tanto nelle turpi contorsioni quanto nella risolutezza del suo spirito, protagonista assoluta. Non va ignorato il tramite di questa mefistofelica congiunzione: lo sventurato marito Thomas, che passa da insignificante strumento di scena a cuore della vicenda grazie ad un Nicholas Hoult in costante ascesa. La via secondo cui la sinfonia dell'orrore viene reinterpretata sta proprio nelle nostre pulsioni, tutto quello che sotto pelle proviamo e vogliamo provare, che siamo abituati a legare, a imprigionare, a nascondere con pia ipocrisia e costretta vergogna. Durante questo film, impareremo come liberarci, che sia nella pura espressione di passione o nello sprofondare più malato nella blasfema fame di un male secolare, cosmico e lussurioso.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)