Nothing to Hide?

Nothing to Hide è un documentario francese del 2016, diretto da Marc Meillaux e Mihaela Gladovic. Nothing to Hide pone una domanda basilare nell'affrontare il capitalismo della sorveglianza, ovvero, quanto può essere realista dichiarare appunto "nothing to hide" in un cybermondo in cui l'illegalità a differenza del realworld può anche non essere deviante?
Il cyberspazio (ovvero quella parte posta all'interno del cybermondo) sta plasmando e connettendo la quotidianità, attaccando la nostra privacy, esponendola a rischi mutevoli, invisibili, ma molto più legati alla nostra routine di quello che pensiamo.
Nel momento in cui si forma la prima crepa tra le
informazioni sensibili, come per esempio un massivo hackeraggio di mail e
password usate a scopo politico, che sia pro o contro l'individuo e/o
collettivo (caso Merkel, Ms5-Pd, Usa-Russia), si attacca in scala estesa e
se vogliamo dispersiva, avviando un circolo vizioso che col tempo
ritornerà alle interazioni preferite dal cyberindividuo, catalogando e
conservando hobby, feticismi, posizioni politiche, controllando
l'assimilazione di pubblicità e vendita di personalizzazioni attraverso
social network, siti di notizie e portali pornografici.
La rete da questo punto di vista è esponenziale, sintomi e
conseguenze si insinuano nella sfera interna, anche a distanza di anni
dal luogo e tempo d'iniziazione della stessa e degli stessi.

È la storia di tutti noi, nativi ci siamo ritrovati a cacciare animali mai visti prima utilizzando strumenti sempre più potenti, senza alcuna istruzione per poterli usare correttamente siamo diventati le prede, da un momento all'altro come il protagonista di Tron (Steven Lisberger, 1982). Ci siamo svegliati all'interno di un mondo virtuale popolato da Virus, MCP, e AI, pronte a decodificarci in BASIC (il titolo del film proviene dalla contrazione di "TRACE ON" impiegato per la ricerca di errori nelle linee di un programma).

"Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire."
Con questa frase di Edward Snowden (ex-tecnico CIA,
accusato di furto di proprietà del governo per aver pubblicato rapporti
dettagliati su programmi di sorveglianza di massa del governo
statunitense e britannico, protagonista tramite le sembianze di Levitt
anche del film Snowden, Oliver Stone, 2016) potremmo riassumere la
storia di Mister X, protagonista del documentario.

Come Ted (ExistenZ, David Cronenberg, 1999) il nostro protagonista crede nella partecipazione in guadagno di esperienza "devi partecipare al gioco per scoprire perché partecipi al gioco" ma mentre nel film di Cronenberg Ted e Allegra sono consapevoli di abitare un videogame che tramite una dimensione parallela acquisisce delle sembianze realistiche, il nostro Mister X è sì consapevole del submondo che il suo alter-ego virtuale abita, ma non ne carpisce la pericolosità poiché intangibile e distaccato moralmente dalle azioni fisiche.
La privacy quindi per Mister X è un concetto astratto che non sembra avere alcuna ripercussione sulla sua persona, poiché associa un segreto al solo reato, non tiene conto che ogni informazione è potere e può essere sfruttata, la verità è che non sei mai al sicuro, neanche quando rimani sveglio.
Come dimostra questo documentario, pensare criticamente e avere una mentalità aperta non basta, Mister X è un artista e prima dell'esperimento non aveva la minima idea di come di come i suoi dati potessero essere usati e controllati.
Consentendo all'installazione di un software che analizza i metadati sui dispositivi personali si ottiene il credit-rating (il livello sociale che definisce i valori della controparte digitale), si viene a scoprire che il profilo di Mr. X è utile per la vendita, le istituzioni e sondaggi politici.
Il clima post 11 settembre ha sicuramente plasmato questo quadro d'insieme, basti pensare ai luoghi in cui sono confluiti gli interessi delle grandi multinazionali, proporzionale in crescita alla militarizzazione e istituzionalizzazione dei vari strumenti di analisi.
La comunicazione digitale, più veloce, apparentemente gratuita, e ludica (social media),
ha esposto a grandi rischi gli utenti che vendono volontariamente i
propri dati, oramai parte preponderante del fiorente mercato del data
brokering.
Si accettano condizioni d'uso, esponendosi ai cookie di terze parti, autorizzando l'uso della camera e del microfono dello smartphone, molto spesso nessuno di noi è consapevole di quanto concediamo al mondo esterno.
L'idea portante di questo documentario è quella di smontare l'assoluta bontà radicale che pervade la società in rete, mettendo in discussione che forse "non avere nulla da nascondere" non significa automaticamente essere consapevoli della struttura in cui si naviga: in una crisi perpetua o emergenza sociale ne deriva che ogni altro diritto legato alla persona è sacrificabile.
La visione di Nothing to Hide è essenziale per chi comincia ora o già si preoccupa di privacy
e diritti digitali, tramite la visione si può così iniziare a ragionare
in termini di soggetto attivo e non più passivo nei confronti
dell'infosfera, non più oggetto di controllo ma partecipante reale.
Abbiamo tutti qualcosa da nascondere.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)