Omicidio nel West End - Recensione

12.04.2023

Anni '50, in una Londra folgorata dagli scritti di Agatha Christie prende forma un classico racconto giallo, che partendo proprio dalla pièce Trappola per topi della stessa autrice ci conduce in un labirinto metafilmico, fatto di forma ma anche e soprattutto sostanza.

Ci troviamo nel West end, l'estremità occidentale della città, durante i festeggiamenti per il successo dello spettacolo teatrale il regista hollywoodiano Leo Köpernick (che avrebbe dovuto dirigerne l'adattamento filmico) viene assassinato, il movente è apparentemente inesistente, essendo Leo una persona estremamente scorbutica ha lasciato dietro la sua figura molteplici liti, ma nessuna di essa particolarmente collegata con l'omicidio.

Potremmo partire dal luogo di ritrovamento del corpo per dispiegare le caratteristiche di un film-gioco che si diverte e immerge gli spettatori in una decostruzione del genere circolare, fin dalla scoperta del cadavere trasportato e lasciato sul palco a sipario calato, metafora non troppo celata che suggerisce l'importanza di una sceneggiatura e della sua rivendicazione post-filmica.

L'entrata in scena dell'ispettore Stoppard (Sam Rockwell) e della sua aiutante Agente Stalker (Saoirse Ronan) riafferma l'identità ludica della pellicola, dove i due personaggi non agiscono solamente come autorità ma anche come spettatori di un giallo, il primo in modo fin troppo passivo e apatico, la seconda in modo fin troppo attivo e empatico, due facce della stessa medaglia:

lo spettatore.

Lo spettatore agisce in due modi di fronte ad un enigma, respingendolo e quindi confermando la sua inadeguatezza o altrimenti accogliendolo, annotando e interpretando ogni avvenimento attraverso una lente soggettiva.

Già dal titolo in lingua originale See How They Run, traspare la piena consapevolezza di una visione che ci invita ad analizzare i personaggi, la storia, l'ambiente in chiave costruttiva, chiedendoci banalmente di osservare il modo prima che il gesto, il come avviene qualcosa, cercando di captare la verità attraverso la mimica di un dato personaggio.

Questa tesi è avvalorata all'interno del film da una scena in particolare, che per spoiler non descriverò, ma racchiude il senso stesso del lungometraggio, ponendo l'attenzione su una tecnica della narrazione che è in grado di rimodulare i temi rendendoli in qualche modo originali, seppur sovrascritti e derivativi.

Qui entra in campo il dualismo tra il regista Leo (Adrien Brody) e lo sceneggiatore Mervyn (David Oyelowo), due personalità aventi due idee completamente diverse, il primo proteso verso il futuro del genere, il secondo molto più fedele alla Christie, una lotta tra progressisti e conservatori dove il produttore bene o male sta da ambo le parti, cercando di proteggere il guadagno prima che le idee.

Rimanendo nel campo, il regista Tom George e lo sceneggiatore Mark Chappell hanno voluto scomporre il genere, se la struttura del sceneggiato rimane fedele a  Trappola per topi  di Agatha Christie non si può dire lo stesso per la messinscena, lo sguardo della macchina da presa non è più rivolto al palco ma piuttosto al dietro le quinte:

i protagonisti del film non sono i personaggi del romanzo ma le loro controparti reali, gli attori.

Questa è l'idea che rende il film più di un semplice whodunit (chi è stato?), anzi, diviene oggetto di interesse per gli appassionati di cinema, lanciandosi in un mare di suggestioni letterarie e cinematografiche, sovrapponendo l'occhio della parodia citazionistica a quello metatestuale.

Stilisticamente il film sicuramente non è originalissimo, i troppi omaggi a Wes Anderson forse potrebbero far dubitare gli spettatori, ma è anche qui che il film affronta la sua natura, non come regia e fotografia lavorate separatamente alla trama ma un tutt'uno, funzionali al racconto, che trova il suo alfabeto nei movimenti e nelle inquadrature.

Come in Sunset Boulevard(1950) di Billy Wilder è la vittima a narrare il film, commentando di tanto in tanto il proseguimento delle indagini, apparendo nei flashback che odiava, giocando con lo spettatore dentro e fuori la realtà filmica ricordando Invito a cena con delitto(1976) di Neil Simon, accomunando Omicidio nel West End più a questi ultimi film che a Knives Out (2019) di Rian Johnson.

Una visione che è come una partita a Cluedo, attraversa lo schermo della sala cinematografica arrivando a noi, pronti a scovarne le più fini citazioni, i più nascosti indizi, sempre vivi nel ricordo di un cinema che sa sognare e analizzare, queste operazioni lo attestano, sostenibili e affettuose, in fin dei conti riuscite.

Omicidio nel West End (2022), diretto da Tom George, è disponibile in streaming su Disney+.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alice Andrian, Gianluca Ceccato)

https://www.threads.net/@cinema_isnotdead_