La macelleria sociale di Park Chan-wook: No Other Choice

C'è qualcosa di profondamente inquietante e, al tempo stesso, di terribilmente familiare nel modo in cui Park Chan-wook decide di raccontare la crisi del contemporaneo. Non lo fa con il dramma sociale urlato, né con il pietismo di certa cinematografia occidentale. Lo fa con l'eleganza gelida di un chirurgo che opera senza anestesia. In "No Other Choice", il regista sudcoreano prende il romanzo di Donald Westlake – già portato sullo schermo con vigore politico da Costa-Gavras – e lo trasfigura, trasformandolo in un trattato filosofico sulla disperazione borghese, intriso di quella ironia nerissima che è il marchio di fabbrica del suo cinema.Il film ci pone di fronte a un interrogativo che travalica la trama: cosa succede quando l'identità di un individuo coincide totalmente con la sua funzione produttiva?
Lee Byung-hun, qui in una delle sue prove più smisurate e complesse, interpreta un uomo che, perso il lavoro, perde il mondo. Non è solo disoccupato; è ontologicamente cancellato. E di fronte al verdetto del mercato – quel "non c'è altra scelta" che dà il titolo all'opera – decide di ribaltare la logica del sistema: se il posto di lavoro è uno solo e i candidati sono troppi, la soluzione non è migliorare il curriculum. È eliminare fisicamente la concorrenza. Park Chan-wook mette in scena questa discesa agli inferi non come un delirio psicotico, ma come una necessità burocratica. È qui il genio perverso del film. L'omicidio diventa un'estensione del lavoro d'ufficio. La violenza diviene fastidio logistico.
Visivamente, il film è sontuoso, un vero e proprio banchetto per gli occhi. Se in "Decision to Leave" la regia lavorava sulla vertigine e sullo smarrimento, qui Park lavora sulla claustrofobia degli spazi aperti e sulla geometria opprimente degli interni domestici. La macchina da presa si muove sinuosa, accarezza i dettagli, spia i personaggi da angolazioni impossibili, quasi a voler suggerire che non c'è scampo allo sguardo giudicante della società. E poi c'è il registro tonale. "No Other Choice" è, incredibilmente, un film che fa ridere. Di una risata strozzata, certo, ma pur sempre una commedia. Una commedia del grottesco dove l'assurdo irrompe nella quotidianità. La goffaggine dell'omicida improvvisato, i contrattempi, l'ingombro dei corpi da smaltire: Park ci ricorda che la morte, nella sua materialità, è spesso ridicola oltre che tragica.
Accanto al protagonista, Son Ye-jin offre una performance di raggelante normalità, incarnando una complicità domestica che ci interroga sulla banalità del male che si annida tra le mura di casa, tra una cena riscaldata e le rate del mutuo da pagare.In definitiva, Park Chan-wook firma un'opera che è un referto autoptico del capitalismo tardivo. Non ci sono mostri in questo film, o meglio: il mostro è la normalità che non accetta di essere messa in discussione. Con uno stile che mescola Hitchcock e la farsa macabra, il regista coreano ci costringe a guardare nell'abisso della nostra precarietà, suggerendoci che, forse, la vera follia non è quella di chi uccide per un posto di lavoro, ma quella di un mondo che ci ha convinti che senza quel posto non siamo nulla. Un film imprescindibile, crudele, formalmente ineccepibile. Un capolavoro di cinismo che vi resterà addosso molto più a lungo di quanto vorreste.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)