Paternal Leave o dell'assenza che diventa immagine

Il mare d'inverno della riviera romagnola non è uno sfondo ma è un personaggio. Questa è la dichiarazione poetica di un film che fin dai primi fotogrammi mette al centro del discorso filmico lo spazio tra corpi che arriveranno forse, un giorno, a dirsi qualcosa. Alissa Jung, alla sua opera prima, mette in scena una Romagna spoglia: Marina Romea, Cesenatico, Comacchio, spiagge deserte che attendono l'estate per ripopolarsi. Un paesaggio post apocalittico che fa da scenografia al teatro anatomico di un rapporto: Leo, quindicenne tedesca cresciuta in assenza di una figura paterna, Paolo, padre italiano che ha fabbricato quell'assenza, forse per viltà, forse per un'incapacità estrema di stare al mondo.

Luca Marinelli è ancora una volta un corpo che non agisce, si sottrae. Il suo Paolo non recita il dramma, lo subisce: è un uomo che ha rimandato ogni resa dei conti fino a che la resa dei conti non ha bussato alla sua porta, con il volto di una figlia che non ha mai voluto conoscere. Marinelli lavora di spalle, di sguardi obliqui, silenzi che pesano più di un monologo: la recitazione applicata rifiuta la retorica della paternità redenta e proprio per questo racconta la realtà. Quando il corpo cede, quando la testa si inclina, non è catarsi ma crepa che si muove tra generazioni. In questa crepa tra generazioni il film trova la sua verità più scomoda: non tutti i padri meritano il perdono, eppure tutti i figli hanno il diritto di chiederlo.

Juli Grabenhenrich, esordiente assoluta, è la vera rivelazione del film. Leo non è la vittima consolatoria di un racconto sull'abbandono, ma un agente narrativo pieno di rabbia trattenuta, di domande scritte su un taccuino come si prepara un interrogatorio, di una dignità adolescenziale che rifiuta sentimentalismi a buon mercato. Tra i due attori si costruisce una chimica che non ha bisogno di dialoghi: bastano i tempi morti, le pause, quel modo tutto europeo di lasciare che sia l'inquadratura, non la battuta, a raccontare una storia.

Alissa Jung, affiancata alla fotografia da Carolina Steinbrecher, trasforma la riviera romagnola fuori stagione in un sottotesto oggettivo di rara efficacia: i bar chiusi, i chioschi sbarrati, i fenicotteri che sostano immobili, sono tutti segni di un tempo sospeso, di un'attesa che non sa ancora di esistere. Non c'è compiacimento estetico, c'è semmai la capacità, rara nelle opere prime, di far coincidere geografia e psicologia, di rendere ogni scelta d'inquadratura una necessità drammaturgica. Quando Paolo e Leo si perdono nell'orizzonte piatto della pianura romagnola, il film ci dice attraverso le immagini che padre e figlia sono due punti di una fuga comune: il riconciliamento, se esiste, passa attraverso il paesaggio prima ancora che attraverso le parole.

Certo, Paternal Leave non è un film perfetto, e sarebbe disonesto tacerlo. Nella seconda metà il racconto rallenta oltre il necessario, come se non si fidasse ancora di ciò che ha già mostrato, e torna a battere su dolori la cui grana emotiva era stata definita fin dalle prime inquadrature: la ripetizione, qui, non aggiunge profondità, la diluisce. Anche certe simmetrie, la piccola Emilia, la figlia riconosciuta, specchio crudele dell'abbandono di Leo, rischiano di scivolare dalla metafora all'assunto, di farsi tesi anziché immagine. La vera scommessa del film non è mostrare l'assenza che si colma, ma l'assenza che si impara ad abitare: si può stare accanto a qualcuno anche senza aver saldato un solo debito del passato. È un'affermazione più adulta, e più vera, di qualunque redenzione a effetto.

E allora, quando l'abbraccio finalmente arriva, insperato, mai retorico, quasi rubato all'inquadratura più che concesso da essa, il film ha già deciso di non trasformarlo in un lieto fine. Lo tiene basso, lo tiene fragile: è una tregua, non una pace firmata. Un armistizio tra due persone che si sono scelte tardi, e che proprio per questo, forse, si sceglieranno con più attenzione di chi si è avuto sempre a portata di mano. È in questo scarto, nel rifiuto della melodia consolatoria che il genere avrebbe reso lecita, quasi dovuta, che Paternal Leave trova la sua misura più onesta: un film che racconta la paternità non come un ruolo da recitare a soggetto, ma come un mestiere che si sogna male, tardi, a tentoni, e che nondimeno, ostinatamente, si impara.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)