Predator: Badlands – Avere il coraggio di sostenere il nuovo

La cosa più difficile, l'atto più faticoso, ingrato e tuttavia necessario per chi oggi si occupa di critica cinematografica o anche semplicemente per chi ama la settima arte con una dedizione che vada oltre il semplice consumo passivo e distratto del fine settimana, è scoprire e difendere il nuovo. È esattamente lì, sul crinale scivoloso e incerto della novità, che si misura la vera statura di un osservatore, la sua perspicacia, la sua apertura mentale e la capacità di guardare oltre l'orizzonte rassicurante del già noto. È fin troppo facile, un esercizio di retorica privo di qualsiasi rischio intellettuale, difendere ciò che è ormai storicizzato, ciò che il tempo, i manuali accademici e il consenso popolare hanno blindato dentro una teca di intoccabilità. Nessuno verrà mai criticato per aver scritto un elogio sperticato di Alfred Hitchcock oggi, nel 2025; nessuno rischierà la propria reputazione definendo John McTiernan un maestro assoluto dell'azione e della gestione dello spazio scenico. Eppure, la memoria collettiva è corta, selettiva e spesso ipocrita. Ci si dimentica troppo spesso che Hitchcock, per gran parte della sua carriera, è stato considerato da molta critica "alta" e dai circoli intellettuali dell'epoca come un semplice mestierante, un abile artigiano del brivido asservito alle logiche commerciali di Hollywood, e che ci sono voluti i giovani critici della Nouvelle Vague francese per vederne la profonda autorialità; allo stesso modo, lo stesso McTiernan era visto negli anni '80 come un mero tecnico del testosterone, un regista funzionale al sistema delle star muscolari, e solo oggi, con il senno di poi, lo riconosciamo come un autore raffinatissimo capace di utilizzare la grammatica dell'action per decostruire il genere stesso dall'interno. Il vero rischio, la vera sfida intellettuale che separa il critico dal semplice compilatore di schede, sta nel prendere posizione adesso, nel presente, nel difendere un'opera che non ha ancora ricevuto il timbro di garanzia della storia, rischiando di andare controcorrente rispetto al sentire comune o alle aspettative di una fanbase spesso reazionaria e ancorata al passato. È in questo contesto culturale, in questa terra di confine tra l'aspettativa nostalgica e la brutale necessità evolutiva, che si colloca Predator: Badlands di Dan Trachtenberg. Questo film non è soltanto un sequel, né un semplice esercizio di stile o un tentativo di mungere una vacca sacra; è un vero e proprio manifesto programmatico su come il cinema pop debba affrontare l'inesorabile scorrere del tempo per non morire di inanizione e irrilevanza. L'atteggiamento che il pubblico ha maturato negli ultimi dieci anni nei confronti delle grandi saghe cinematografiche è infatti paradossale, quasi schizofrenico nelle sue richieste: da un lato si pretende con ferocia che i franchise amati continuino in eterno, garantendo quella rassicurante coazione a ripetere che ci fa sentire a casa e ci protegge dalle incertezze del nuovo; dall'altro, si rifiuta categoricamente ogni deviazione significativa dalla formula originale, condannando i marchi a una lenta agonia fatta di auto-citazionismo sterile e fan service vuoto. Badlands si inserisce in questo discorso complesso come un corpo estraneo, un oggetto contundente che ha spaventato una certa fetta di pubblico aprioristicamente, ancor prima che un solo fotogramma venisse proiettato in sala. C'è chi, basandosi solo sui trailer frammentari o sulle sinossi trapelate in rete, aveva già decretato il fallimento dell'operazione per motivi che, a un'analisi lucida e priva di pregiudizi, appaiono non solo insensati ma sintomatici di quella chiusura mentale che affligge il fruitore medio contemporaneo: il rifiuto estetico dell'aspetto del nuovo Yautja protagonista, la diffidenza quasi misogina verso una co-protagonista femminile (interpretata da Elle Fanning per giunta! Ma uno si può lamentare di avere Elle Fanning in un blockbuster fantascientifico? Io non lo so), l'indignazione purista per il ribaltamento prospettico che vede il "mostro" diventare eroe. Questa reazione preventiva nasce dalla paura. Badlands spaventa perché è un blockbuster che, in maniera ancora più plateale e radicale dei suoi predecessori, incluso il primo capitolo del 1987, il sequel urbano del 1990 e il prequel Prey del 2022, mette alla berlina e demolisce sistematicamente l'idea machista, tossica e vetusta dell'action hero al maschile. Il film prende quegli atteggiamenti di supremazia, di sopraffazione, quella parassitica smania di potere finalizzata esclusivamente a dimostrarsi più forti degli altri, e li espone per ciò che sono realmente: non codici sacri di un'epoca d'oro, ma catene. Mostra come quell'ottuso conservatorismo verso "gloriosi ideali", che di glorioso non hanno mai avuto nulla, non siano altro che beceri dogmi imposti dai vecchi potenti su giovani ignari per perpetuare un ciclo infinito di violenza.

Ma prima di addentrarci nel denso apparato teorico che sostiene l'opera e ne costituisce l'ossatura, è doveroso, per onestà critica e per non cadere nell'errore di trattare il cinema solo come sociologia, sgombrare il campo da ogni dubbio sulla fattura tecnica del film. Predator: Badlands funziona, al netto di ogni sovrastruttura ideologica, perché è primariamente un film bello, nel senso più puro del termine. È bello da vedere, grazie a una messa in scena sontuosa che nasconde coscienziosamente un budget di 105 milioni di dollari, una cifra che, sebbene possa sembrare astronomica per un profano, è in realtà molto ridotta, quasi contenuta, per gli standard hollywoodiani odierni gonfiati da costi di produzione fuori controllo che spesso superano i 250 milioni. Trachtenberg compie un piccolo miracolo di gestione delle risorse, facendo apparire sullo schermo una ricchezza visiva, una profondità di campo e una cura per il dettaglio degna di produzioni dal costo doppio, dimostrando che la visione artistica e la pianificazione contano più del portafoglio illimitato. Ed è un film bello da sentire, aspetto spesso trascurato: il comparto sonoro, inteso sia come montaggio degli effetti che come missaggio, è un'esperienza fisica, capace di far tremare le ossa dello spettatore in sala per la potenza delle frequenze basse e la cristallina nitidezza degli effetti ambientali, il tutto avvolto da una colonna sonora impetuosa e memorabile, realizzata con maestria da Sarah Schachner e Benjamin Wallfisch, che non si limita a citare pigramente i temi classici di Alan Silvestri ma ne costruisce di nuovi, epici e vibranti, che commentano l'azione e l'emozione. L'apparato teorico, dunque, non è un peso didascalico che affossa la narrazione o rallenta il ritmo, ma è una ciliegina sulla torta, dolce, succulenta e necessaria, che dà ancor più sapore a un piatto cucinato con maestria tecnica ineccepibile. È interessante notare come questo film dimostri che mettersi nei panni di una figura iconograficamente riconosciuta come "malvagia e terrificante" dalla cultura pop non significhi necessariamente smitizzarla, renderla ridicola o farle perdere l'aura di pericolo ancestrale. Chi critica l'umanizzazione del Predator dimentica, forse volutamente, che fin dai tempi di Predator 2, la saga ci ha mostrato che gli Yautja non sono bestie senza cervello, ma possiedono un codice, un senso dell'onore tra guerrieri e persino una forma di pietà verso gli indifesi o i disarmati. Trachtenberg non inventa nulla di eretico, ma espande ciò che era già in nuce nella mitologia della saga. Il protagonista, Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi), è diverso dagli altri Yautja che abbiamo conosciuto nelle pellicole precedenti: è visibilmente più piccolo di statura, pur rimanendo un combattente aitante e capace nel brutale scontro corpo a corpo; è ancora molto acerbo, inesperto, ma soprattutto è più emotivo, più sofferente, più permeabile al dolore. È un reietto, rifiutato dal suo clan natio e disprezzato dal padre Njhorr (interpretato dallo stesso attore-stuntman), figura dispotica e violenta che incarna la tradizione tossica e immutabile. L'unico legame positivo che Dek possiede è con il fratello maggiore Kwei (lo stuntman Michael Homik), che tenta, pur con metodi ancora viziati da quella cultura patriarcale rigida, di crescerlo e di spezzare la catena del trauma generazionale avviata dal padre. Dek intraprende la sua caccia inizialmente per il motivo sbagliato: vuole dimostrare di essere "come loro", vuole omologarsi al modello del padre e degli altri Yautja, vuole sopprimere la sua diversità per essere accettato. Ma il film è il racconto splendido e doloroso del fallimento di questo tentativo di omologazione e del contestuale trionfo della sua individualità. Dek imparerà, proprio attraverso quei sentimenti e quella sensibilità, stimolati e coadiuvati dall'interazione con l'androide Thia (la Fanning), che il clan giudica debolezze imperdonabili, ad essere non solo un individuo più realizzato e maturo, ma anche un guerriero paradossalmente più forte, più scaltro e formidabile di quanto suo padre e gli altri Yautja tradizionalisti non siano mai stati. Cinematograficamente, il regista spinge l'acceleratore proprio sulla natura spettacolare e soddisfacente di questa crescita fisica e personale: l'azione non è mai gratuita o slegata dal contesto emotivo, ma "gasa" e carica lo spettatore non solo per le mirabolanti coreografie o per la brutalità viscerale, che, va detto, nonostante il rating PG-13 pensato per un pubblico ampio, si concede momenti trucidi e disgustosi grazie all'intelligente escamotage di avere antagonisti alieni o androidi, aggirando così i limiti della censura sul sangue umano, ma per la sapiente progressione narrativa. Ogni colpo inferto, ogni ferita subita, ogni piccola vittoria tattica è un tassello fondamentale nella costruzione dell'identità di Dek. In questo senso, il film rappresenta un percorso totalmente nuovo per un franchise che sembrava aver detto tutto ciò che aveva da dire. Non siamo più nel territorio classico e rassicurante dell'"Uomo contro Predator", ma siamo immersi in una narrazione audace che vede il Predator umanizzato abbattere gli stilemi della mascolinità tossica, vestendoli prima come un'armatura scomoda che non gli appartiene e disintegrandoli poi pezzo dopo pezzo in un percorso di crescita che lo mette in contrapposizione con un ambiente ostile, un pianeta letale che dovrà imparare a conoscere e con cui dovrà collaborare simbioticamente. La sua evoluzione morale è supportata in maniera cruciale dall'interazione con un mondo a lui sconosciuto, quello della sensibilità, e per associazione simbolica, del femminile. Qui entra in gioco la figura chiave interpretata da Elle Fanning: un androide peculiare, fortemente umanizzato, dotato di curiosità, empatia e una scintilla di "vita" che trascende la sua programmazione. Lei si interessa subito a Dek, non come minaccia, ma come essere vivente, per una serie di motivi che si svelano con eleganza nel corso della vicenda. La chimica tra un alieno che non parla la nostra lingua e un'intelligenza artificiale sensibile crea un cortocircuito emotivo potentissimo, dimostrando che l'umanità non è una questione biologica, ma una scelta morale. Badlands diventa così una sorta di film di samurai extraterrestri che segue la struttura classica della "quest" per provare il proprio valore, tipica del mito greco o dei cicli cavallereschi, completa di bestie invincibili, lande desolate aliene visivamente mozzafiato e un sano anti-corporativismo futuristico che gronda da ogni inquadratura e sottotesto. Certo, è innegabile che per i fan di vecchia data potrebbe mancare quella specifica sensazione di terrore puro, quell'angoscia verso la forza inarrestabile e ignota che i Predator hanno rappresentato nelle iterazioni passate, ma è un sacrificio necessario sull'altare dell'evoluzione narrativa. A questo punto bisogna accettare che Dan Trachtenberg sia "l'uomo giusto", l'unico vero custode della fiamma. Nessuno capisce, rispetta e cerca di esplorare il folklore e le potenzialità inespresse di Predator come fa lui, e francamente, l'idea che qualcun altro possa prendere le redini del franchise a questo punto sarebbe motivo di preoccupazione. Lasciamo che quest'uomo cucini storie sugli Yautja finché il suo cuore lo desidera, perché in un film paradossalmente senza esseri umani biologici, Badlands riesce a consegnare una storia sorprendentemente umana e toccante sulla famiglia acquisita, sulla cosiddetta "found family". Questo dovrebbe essere il manuale operativo, il blueprint per ogni franchise hollywoodiano che sta girando a vuoto o vivendo di rendita: espandere l'universo non solo introducendo nuove linee temporali, mondi esotici e personaggi variopinti, ma offrendo temi, prospettive filosofiche e lezioni differenti. È sorprendente, nell'era moderna dei franchise interconnessi e spesso confusi, quanto sia efficace e rinfrescante guardare un grande blockbuster che è semplicemente solido nei suoi fondamentali narrativi. Proprio come Prey sembrava radicale per avere un proprio tema distintivo e una propria identità invece di riciclare semplicemente l'iconicità di Predator, c'è qualcosa di molto soddisfacente in un film come Badlands che non finisce con un banale teaser per il sequel o una scena post-credits slegata, ma con una risoluzione intelligente e consapevole di una delle sue dinamiche tematiche centrali non dette, in un modo che sembra guadagnato col sudore e organico alla storia raccontata, senza privarsi di uno sguardo verso ciò che potrà venire dopo. È cinema di qualità, ma in un modo che non sembra mai esibizionista, pretenzioso o insistente.

Alcuni cinici lo chiameranno "Disneyficato" solo per alcuni momenti di necessaria leggerezza o per il design accattivante di qualche creatura pensata forse anche per il merchandising; alcuni sciocchi lo chiameranno "sicuro" solo per la mancanza di spruzzi di sangue rosso arterioso, ma questo è in effetti il film di Predator più audace di tutti, essendo il più sentito, empatico e profondamente "umano", nonostante, ironicamente, non abbia veri esseri umani al suo interno. Il film rinnova un franchise che fino al 2021 era dato per clinicamente morto, sepolto sotto il peso della mediocrità. Rinnova la vecchia formula con svecchiamenti e modernizzazioni così ben realizzati da resuscitare l'interesse, inizialmente in streaming con il successo planetario di Prey, di un pubblico stanco e smorto nei confronti del cinema di genere. E proprio quando compie lo slancio decisivo, il grande ritorno sul grande schermo sette anni dopo il disastroso e confuso The Predator di Shane Black, Dan Trachtenberg sceglie la via più folle, bislacca, improbabile e coraggiosa per questa saga: un'avventura sci-fi per tutta la famiglia che si muove in equilibrio perfetto tra l'epos letterario pulp di Robert E. Howard e il genio mainstream del grande spettacolo tecnologico di James Cameron. Il paragone con Cameron non è affatto casuale né azzardato: come il T-800 di Arnold Schwarzenegger partiva nel primo film come minaccia concreta, mostro di Frankenstein del futuro e incarnazione gelida dell'IA Skynet, per poi diventare nel secondo capitolo un eroe dallo scheletro di metallo e l'animo puro, capace di apprendere il valore della vita umana e il senso delle lacrime, così anche il Predator, il guerriero alieno Yautja, compie una transizione simile e potente. Da spettro mortale, cacciatore intergalattico invisibile che per decadi ha sventrato gli eroi più aitanti del cinema muscolare, costringendo lo stesso Schwarzenegger a passare da "action man" onnipotente a "final girl" braccata in uno slasher a sorpresa quale era l'intramontabile cult del 1987, ora diventa eroe, protagonista e, incredibilmente, surrogato dello spettatore. In questo ribaltamento copernicano, il cacciatore diventa preda, il guerriero diventa reietto, il minaccioso terrore alieno diventa un protagonista definito, tangibile, vulnerabile e, per assurdo, vicino a noi. Lo dice il film stesso, esplicitandolo in una delle sue linee tematiche più forti e commoventi: l'Alpha non è chi ha più sangue nelle mani, chi esercita più potere coercitivo sugli altri, ma chi protegge. Protegge se stesso, i propri cari, la famiglia, sia essa di sangue o acquisita nel proprio doloroso percorso di crescita. È qui che si chiude il cerchio con la critica al machismo che pervade l'opera. Molti fan che accusano il film di tradimento non hanno mai davvero capito l'originale del 1987, fermandosi alla superficie dei bicipiti oliati. Quel film era già, a suo modo, una decostruzione: i muscoli ipertrofici di Arnold non servivano a nulla contro il Predator. La forza bruta, la potenza di fuoco esagerata, la tecnologia militare avanzata, tutto falliva miseramente di fronte alla superiorità aliena. L'eroe vinceva solo quando si spogliava di tutto quell'armamentario ideologico e pratico, rinunciava alla tecnologia, si copriva di fango tornando a uno stato primordiale e usava l'astuzia, l'intelletto, la strategia, non la forza. Era la mente a vincere sui muscoli, già allora. Badlands non fa che portare avanti questo discorso con coerenza, adattandolo ai tempi moderni: la vera forza non è la dominazione, ma l'evoluzione emotiva e l'adattamento intelligente. Sembra quasi assurdo dirlo di un film che, superficialmente e a uno sguardo distratto, sembra replicare tutti i tipici trend di rilancio di un franchise imposti a tavolino dagli studi di produzione, l'approccio per tutta la famiglia, i momenti umoristici per stemperare la tensione, la mascotte carina per accalappiare il pubblico più giovane, ma il modo in cui questi elementi vengono integrati nel tessuto filmico è la chiave di volta che distingue l'arte dal commercio. La dimensione in cui ogni singolo aspetto tipicamente "ordinato dallo studio" sia invece parte fondamentale e inestricabile del percorso di crescita del protagonista o addirittura un elemento autonomo con un arco narrativo interno che poi, comunque, si ricollega a quello principale, è la prova del talento cristallino del regista. Tutta la cura che un regista che spregevolmente potrebbe venire definito un semplice mestierante, come fosse un mercenario al soldo di una produzione senz'anima, ha infuso in questa saga è evidente e palpabile. Trachtenberg non si è limitato a dirigere, ha infuso nuova linfa vitale ad una saga morta e sepolta, tracciando una linea editoriale con temi chiari, impostazioni precise ma che allo stesso tempo dia ad ogni progetto una diversa e precisa identità, creando un mosaico complesso. La sua è una trilogia tematica quasi perfetta e complementare: Prey è una riscrittura moderna del Predator originale che torna indietro nel tempo con il setting di fine '700 con i nativi americani ma in realtà parla di emancipazione femminile e lotta per il riconoscimento tramite la metafora della caccia; Killer of Killers è un film animato antologico che, esplorando tre epoche e tre figure archetipiche (il vichingo, il samurai e il soldato), mostra la radice profonda del trauma che porta all'atteggiamento tossico e predatorio della mascolinità, metaforizzato dallo Yautja; Badlands, infine, ribalta la prospettiva mischiando tutti gli elementi precedenti per creare un percorso di crescita e maturazione dello Yautja stesso, chiudendo il cerchio. Tutto questo rende questo tipo di "Franchise Renewal" operato da Trachtenberg qualcosa di molto più nobile e alto di una semplice manovra di marketing aziendale: è uno svecchiamento necessario, vitale alla proprietà intellettuale e alla storia stessa di Predator per sopravvivere ed essere anche un minimo rilevante per il panorama cinematografico contemporaneo. Viviamo in un'epoca in cui c'è bisogno che anche il più becero sequel sia percepito come un evento culturale imperdibile per convincere la gente a staccarsi dalla comodità dello streaming domestico e andare in sala. Badlands riesce nell'impresa di essere rilevante, di essere evento, di essere discussione. È un film che ci chiede, con gentilezza ma fermezza, di abbandonare il cinismo facile e la nostalgia paralizzante per abbracciare una nuova mitologia, più inclusiva e complessa. Se il pubblico riuscirà a superare il pregiudizio iniziale e la paura del diverso, scoprirà che sotto la pelle aliena e squamosa di questo film batte un cuore pulsante, il cuore di un cinema che vuole ancora stupire, emozionare, divertire e, perché no, insegnare qualcosa di nuovo su cosa significhi veramente essere forti. La novità è difficile da difendere, sì, è un atto di coraggio che espone alle critiche, ma quando la novità ha la forma smagliante e la sostanza profonda di Predator: Badlands, difenderla diventa non solo un dovere critico per chi ama quest'arte, ma un autentico piacere.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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