Il respiro della macchina da presa: Presence di Steven Soderbergh

21.08.2025

Steven Soderbergh costruisce con maestria una storia di fantasmi dal punto di vista dello spettro, un thriller su un serial killer e un dramma familiare e lo fa servendosi di un movimento di macchina progressivo, di quattro attori, di un'unica prospettiva e di una creatività senza confini. Presence è, in ogni senso, ciò che Paranormal Activity ha a lungo sostenuto di essere: una vera e propria reinvenzione del racconto di fantasmi, realizzata con un budget contenuto, pochi e semplici accorgimenti di regia e montaggio, e soprattutto una lucidissima visione di come la storia debba articolarsi. Può sembrare poco, detto così, ma la soddisfazione che nasce da questa narrazione può provenire solo da qualcuno che sa esattamente quello che sta facendo. E, per quanto possa sembrare scontato ripeterlo, Steven Soderbergh sa sempre quello che sta facendo. La forza del film risiede innanzitutto nell'idea di ribaltare il punto di vista: lo spettatore non osserva una casa infestata dall'esterno, ma si trova dentro lo sguardo che abita quegli spazi. Questa scelta, apparentemente minimale, apre possibilità narrative e formali notevoli. Il movimento di macchina, progressivo e continuamente orientato, diventa una sorta di respiro del film: la cinepresa non registra soltanto, ma esplora, sonda, suggerisce, e il suo gesto fluido è già racconto. Il vincolo dell'unica prospettiva non impoverisce il quadro, bensì lo concentra; ogni gesto, ogni pausa, ogni silenzio acquisisce peso, perché filtrato dalla stessa coscienza invisibile che governa lo sguardo. Soderbergh dimostra come quattro interpreti possano bastare per coprire tre registri apparentemente inconciliabili: il sovrannaturale, il mistero legato alla figura del serial killer e il dramma domestico. La scrittura, asciutta e precisa, lascia che i generi si tocchino senza mai scivolare nel compendio o nella parodia; la tensione dell'indagine convive con la malinconia dei rapporti familiari e con l'inquietudine del mistero, sostenuta da una messa in scena che non spreca un'inquadratura. La creatività registica non si manifesta in virtuosismi compiaciuti, ma in scelte nitide: pochi tagli, montaggio mirato, una gestione rigorosa dello spazio che trasforma le stanze in campi magnetici di significato. Il budget modesto è un alleato, non un freno: spoglia il film di orpelli e lo costringe a puntare tutto su ritmo, atmosfera e precisione drammaturgica. Gli "effetti" sono più concettuali che visivi: piccoli scarti di montaggio, un uso calibrato del suono, la coreografia minimale dei corpi in relazione all'ambiente. È un cinema che mette in primo piano l'architettura dell'esperienza, non la sua decorazione, e proprio per questo risulta classico nel modus ma sorprendentemente moderno nel risultato. 

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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