Send Help: Misery deve morire

12.02.2026

In un panorama cinematografico sempre più saturo di proprietà intellettuali, saghe pluridecennali e contesti produttivi dove comandano la comodità, la certezza e l'usato garantito, arriva Sam Raimi a ricordarci una verità semplice e, per qualche bizzarro motivo, divenuta scomoda per l'industria: il cinema è una faccenda fisica, tattile, sudicia e che la paura è più divertente quando è anche un po' ridicola. Che il grottesco non è un difetto, ma una lente per mettere a fuoco ciò che spesso il realismo, quando cade alla patinata seriosità, tende a lasciare sfocato. Il suo nuovo film, "Send Help", arriva in sala con la leggerezza di una palla da demolizione e l'entusiasmo di un adolescente che ha appena scoperto una cinepresa Super 8 in soffitta. E il risultato è uno dei film più follemente divertenti, politicamente incendiari e viscerali di questo giovane anno. Lo Zio Sam al 100%, nel senso più letterale del termine: quello del sangue che schizza come ketchup di marca scadente, delle inquadrature inclinate e degli zoom che sembrano concepiti da un DOP ubriaco e geniale. Quello di "La Casa" e "Drag Me To Hell", per intenderci. Il film segue le vicende di Linda Liddle (Rachel McAdams). È una contabile. È bravissima, anzi: è la migliore. Il suo capo, un vecchio signore dall'aria paterna e sicuramente familiare per chi ha seguito e apprezzato la carriera di Raimi, le ha promesso la poltrona di vicepresidente. Poi muore. E al suo posto arriva Bradley (Dylan O'Brien), figlio viziato, laurea in scienze della comunicazione probabilmente comprata, completo firmato, sorriso da pubblicità di dentifricio e zero competenze. Bradley non sopporta Linda. Non sopporta il suo cardigan, la sua goffaggine, le sue abitudini alimentari e la sua capacità di fare il suo lavoro meglio di quanto lui possa nemmeno immaginare. Non la stima, la trova respingente. Così il ruolo che era stato promesso a lei finisce a Donovan (Xavier Samuel), collega maschio, esteticamente presentabile, inoffensivo, ma deprecabile, gretto e infido come un Bocconiano qualsiasi. Ma Bradley, a denti stretti e dopo diverse tirate d'orecchio, capisce che Linda serve all'azienda. Quindi la imbarca su un aereo privato insieme a un ristretto gruppo di collaboratori per un importante viaggio d'affari a Bangkok. E il film compie la sua prima, magistrale giravolta. Perché l'aereo precipita. E dei passeggeri sopravvivono solo loro due. A questo punto il film avrebbe potuto prendere la strada facile del survival romantico. Lei e lui costretti a collaborare, le differenze che si appianano, il bacio al tramonto sulla spiaggia. Raimi invece, con la perfidia deliziosa che lo caratterizza, prende la direzione opposta. Le gerarchie non solo saltano: si ribaltano con la violenza di una marea. Linda, che in ufficio veniva costantemente sbeffeggiata e incassava umiliazioni con un sorriso tirato, sull'isola diventa ciò che è sempre stata: competente, pratica, lucida. Bradley, privato del suo cuscinetto sociale, del suo conto in banca e della sua arroganza istituzionale, si riduce a quello che è sempre stato: un bambino viziato che non sa accendere un fuoco, non riconosce un frutto commestibile, e al primo segnale di pericolo si accartoccia su sé stesso come un panno bagnato. Raimi filma questo rovesciamento con una gioia quasi sadica. La sua macchina da presa non sta con il ricco, non sta con il potente, non sta con l'uomo. Sta con chi, fino a ieri, era costretto a subire. È qui che "Send Help" rivela la sua natura più profonda, che non è solo quella di un survival horror grottesco con un cinghiale demoniaco e scene di vomito da antologia. È un film sul potere. Sulla sua arbitrarietà, sulla sua stupidità, sulla sua ostinata cecità. Bradley è una vittima, sì, ma è vittima di sé stesso e del sistema che lo ha partorito. È l'erede di secoli di privilegi maschili, di posti garantiti, di promozioni ereditate, di competenze mai verificate. E quando si ritrova nudo (talvolta letteralmente) di fronte a una donna che sa accendere il fuoco mentre lui piagnucola, la sua reazione non è il riconoscimento umile del proprio limite, ma il risentimento.  

Perché il maschio, ci dice Raimi con la grazia di un elefante in cristalleria, non tollera che sia una femmina ad avere il controllo. Specialmente se quella femmina è qualcuno che lui ha sempre considerato inferiore. Specialmente se è qualcuno che ha umiliato, ignorato, scavalcato. Specialmente se è Linda. Rachel McAdams è semplicemente perfetta. Dopo anni a interpretare la ragazza acqua e sapone delle commedie sentimentali, la moglie devota dei drammi in costume, la madre premurosa, qui scopre una vena dark che sapevamo possedesse già dall'iconico Mean Girls del 2003. La sua Linda non è un'eroina senza macchia. È una donna stanca. Stanca di sorridere quando vorrebbe urlare, di ringraziare quando vorrebbe sputare, di abbassare lo sguardo quando vorrebbe piantare le unghie negli occhi di chi la sottovaluta. Sull'isola, finalmente, può smettere di fingersi ciò che non è. Può essere cinica, spietata, persino crudele. Può godersi, con un compiacimento che la McAdams dosa con chirurgica precisione, la disperazione di Bradley. Perché no, non è giusto. Ma è umano. Ed è proprio questa ambiguità morale a rendere il personaggio così affascinante. Linda non è una femminista esemplare, è una sopravvissuta che ha passato una vita a stringere i denti e ora, su quest'isola che è insieme prigione e liberazione, può finalmente allentarli. Può mordere. Dylan O'Brien, dal canto suo, regge splendidamente il ruolo della vittima sacrificale. Il suo Bradley passa dall'arroganza sfrontata al terrore genuino con una gradualità che è tutta merito della sua recitazione fisica. Perché O'Brien, lo sappiamo, è un attore che usa il corpo come strumento espressivo primario (lo aveva già dimostrato nella trilogia di Maze Runner e in American Assassin). Qui si sottopone a umiliazioni di ogni tipo: infilzato, assiderato, ricoperto di fango e sangue e chissà cos'altro. È l'uomo bianco eterosessuale ricco che si scopre improvvisamente inutile, e la sua agonia è insieme comica e struggente. Non facciamo il tifo per la sua morte, esattamente. Facciamo il tifo per la sua rieducazione. Che è, naturalmente, molto più dolorosa.

Raimi, classe 1959, ha passato una carriera intera a dimostrare che il cinema di genere può essere arte, che l'eccesso non è nemico della profondità, che si può parlare di cose serie senza indossare la maschera funerea del cinema d'autore. Send Help è forse l'apice di questa filosofia. Perché sotto la superficie del survival horror demenziale, sotto il sangue che zampilla a fontana, sotto le risate che esplodono in sala nei momenti più raccapriccianti, il film costruisce un'argomentazione politica solidissima. Non è un caso che Raimi scelga di limitare per il 70% della durata il numero dei personaggi a due. In quello spazio chiuso, su quella spiaggia che diventa una gabbia, si replica in scala ridotta lo scontro epocale tra chi ha sempre comandato e chi ha sempre obbedito. Tra chi possiede gli strumenti della sopravvivenza (competenze, adattabilità, resilienza) e chi possiede soltanto l'arroganza di chi non è mai stato messo alla prova. Tra Linda e Bradley. Send Help diventa, in certi aspetti dichiaratamente, una rilettura in chiave sovversiva di "Misery non deve morire". Lì avevamo Annie Wilkes, infermiera psicopatica che torturava il suo scrittore preferito per costringerlo a riscrivere il finale della saga che amava. Conservatrice, violenta, desiderosa di fermare il tempo. Qui abbiamo Linda, che tortura Bradley non per conservare qualcosa, ma per distruggere tutto ciò che lui rappresenta. Non è una guardiana del passato, ma una guerrigliera del presente. La sua violenza non è regressiva, è progressista. Non vuole riportare indietro le lancette, vuole spaccare l'orologio. Ed è qui che Raimi sfugge a qualsiasi facile moralismo. Perché Linda non è una santa. È torbida, ambigua, probabilmente instabile. Ma il film costruisce la narrazione in modo che, quando lei infligge dolore a Bradley, noi in platea proviamo un brivido di soddisfazione. Perché Bradley è solo vittima di sé stesso e dei privilegi che ha ereditato, mentre Linda quel sistema lo ha sempre subito per anni. La bilancia pende da una parte sola e Raimi cammina sul filo senza mai cadere né nella demonizzazione gratuita della donna né nella santificazione ingenua. A livello stilistico, Send Help è un trionfo di artigianato. Raimi, lo sappiamo, è uno degli ultimi registi hollywoodiani a credere ancora nella fisicità del cinema. Qui gli effetti visivi sono volutamente finti, posticci, quasi amatoriali. Il cinghiale demoniaco che terrorizza i due naufraghi non ha la perfezione plastica delle creature digitali Marvel: è grottesco, esagerato, cartoonesco. Sembra uscito da un fumetto horror degli anni Cinquanta. E questa scelta, lungi dall'essere un limite, è una dichiarazione d'intenti. Raimi non cerca la verosimiglianza, cerca la stilizzazione. Non vuole che crediamo al cinghiale, vuole che ci divertiamo con lui. Merita un capitolo a parte la colonna sonora di Danny Elfman, vecchio complice del regista (lo accompagna da "Darkman"). Elfman capisce, come pochi compositori oggi, che l'horror e la commedia condividono lo stesso DNA: entrambi si basano sulla temporanea sospensione delle regole del mondo reale, entrambi richiedono una complicità attiva dello spettatore. La sua musica, in Send Help, è il collante che tiene insieme le due anime del film. Send Help è anche un film sul cinema, naturalmente. Raimi, che ha costruito la sua carriera sulle macerie del cinema di serie B trasformato in oro, non può fare a meno di infilare omaggi e citazioni in ogni inquadratura. La struttura a due personaggi richiama i classici della sopravvivenza come Ore disperate o All is Lost, ma anche i duelli verbali delle screwball comedies anni Quaranta. Il ribaltamento dei ruoli evoca naturalmente "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto", ma Raimi è troppo furbo per limitarsi alla semplice inversione. Dove Lina Wertmüller raccontava principalmente lo scontro di classe, lui racconta anche lo scontro di genere. Dove Giancarlo Giannini era un proletario innamorato, Dylan O'Brien è un borghese spaventato. E dove Mariangela Melato era una ricca borghese in crisi, Rachel McAdams è una lavoratrice dipendente che ha finalmente smesso di dipendere. Ma c'è un altro fantasma che aleggia su Send Help, ed è quello di Preston Sturges. Il grande regista della commedia americana classica, il cantore del sogno americano tradito, l'inventore di eroine volitive e antieroi pasticcioni. Raimi ne condivide la visione disincantata del capitalismo come farsa tragica, la capacità di far ridere delle disgrazie altrui senza mai diventare cinico, la certezza che il mondo sia governato da idioti ben vestiti. Linda è una "Sturges heroine" riscritta in chiave horror: competente, determinata, moralmente ambigua. Bradley è un tipico antieroe sturghesiano: convinto di essere al centro dell'universo, scopre di essere soltanto un ospite sgradito. La differenza è che Sturges, negli anni Quaranta, poteva ancora permettersi di credere nella redenzione. Raimi, nel 2026, sa che alcune ferite sono troppo profonde per essere rimarginate con un bacio. E così il suo finale non è un lieto fine, è qualcosa di più complesso. È la consapevolezza, da entrambe le parti, che il vecchio mondo è finito. E che quello nuovo, chiunque lo costruirà, non potrà farlo senza fare i conti con il sangue versato.

La domanda che Send Help lascia nello spettatore, una volta usciti dalla sala, è sottile ma persistente. Sam Raimi crede davvero in quello che racconta? Crede nella necessità di una violenza riparatrice, nell'urgenza di un ribaltamento dei ruoli, nella possibilità che Bradley possa davvero capire, attraverso il dolore, ciò che non ha mai voluto ascoltare attraverso la ragione? O è tutto un gigantesco scherzo, un esercizio di stile, un "Triangle of Sadness" per malati di mente? La risposta, tipicamente raimiana, è che non importa. Perché il cinema non è tenuto a fornire risposte, ma a fare domande. E Send Help ne fa una, potentissima, disturbante: e se Misery dovesse davvero morire? Se Annie Wilkes, dopo trentacinque anni di prigionia inflitta al suo scrittore preferito, decidesse che è ora di scambiare i ruoli? Se la vittima diventasse carnefice, e il carnefice diventasse vittima, e tutto ciò che abbiamo sempre considerato giusto venisse improvvisamente messo in discussione? Raimi non risponde. Si limita a mettere in scena la domanda, a farla vivere, a farla sanguinare. E poi ci lascia lì, sulla spiaggia, con i nostri dubbi e le nostre risate ancora in gola. Alla fine, Send Help è un film che si ama o si odia. Non c'è via di mezzo, perché Raimi non concede appigli alla moderazione. È eccessivo, volgare, splendidamente pacchiano. È un pugno nello stomaco che ti fa anche il solletico. Sam Raimi, con Send Help, ha fatto qualcosa di raro e prezioso. Ha preso gli strumenti del cinema popolare, quelli che conosce meglio di chiunque altro, e li ha usati per costruire un'opera politica senza mai diventare didascalica. Ha raccontato la guerra dei sessi senza mai ridurla a uno slogan. Ha fatto ridere, vomitare, rabbrividire. E soprattutto, ha dimostrato che a sessantasei anni, dopo una carriera piena di successi e qualche inevitabile compromesso, è ancora capace di stupire. È ancora capace di farci innamorare del cinema. È ancora, e sempre, il ragazzo che nel 1981 prendeva una cinepresa 16mm e andava in una baita nel Tennessee a girare un film con gli amici. Solo che oggi, invece della baita, ha un'isola. Invece degli amici, ha due star internazionali. E invece dei cinquecentomila dollari di allora, ha un budget che per quanto basso, probabilmente basterebbe a comprare l'intera contea di Knox. Ma lo spirito è lo stesso: irriverente, artigianale, follemente libero.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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